Piccolo Eremo delle Querce

Toccati da Dio rendiamo Dio 'credibile' all'uomo - La qualità spirituale della vita consacrata sfida i deserti interiori dell'uomo contemporaneo

di suor Rossana Leone

Fissando nitido lo sguardo sulla ‘qualità’ spirituale della vita consacrata, affiora dal cuore una vivida immagine incastonata tra i ricordi di scuola, quando i buoni Padri Gesuiti, avviandoci all’analisi introspettiva di alcuni personaggi de I Promessi Sposi, suggerivano di scavare a fondo sulla personalità del card. Federigo Borromeo, di cui il Manzoni dice: «La sua vita è come un ruscello che, scaturito limpido dalla roccia, senza ristagnare né intorbidarsi mai, in un lungo corso per diversi terreni, va limpido a gettarsi nel fiume».  

Limpido scaturisce e limpido va…”: ecco la ‘qualità’ che rende autentica la vita consacrata, quella limpidezza del cuore che fluisce cristallina purificandosi nel continuo passaggio dall’uomo vecchio, che vive chiuso in sé secondo la carne, all’uomo nuovo, che cammina con gli altri secondo lo Spirito[1], tenendo lo sguardo dritto verso Dio, illuminato dalla sua luce[2].  

Una misteriosa sinergia

Quest’incessante fluire dello Spirito in noi è caratterizzato da una misteriosa synérgeia[3], una relazione attiva, dialogica in cui Dio parla, agisce, esprime la sua energia, e l’uomo risponde aderendo a Lui liberamente fino a diventare testimone della Sua presenza trasfigurante[4]. E’ in sostanza «la sinergia tra il dono di Dio e l’impegno personale per costruire una comunione incarnata, per dare cioè carne e concretezza alla grazia»[5].

Nella vita consacrata in particolare, questa relazione feconda è sinonimo di amore nuziale, dedizione a Cristo con cuore indiviso[6]. Ed esige innanzi tutto quella nudità evangelica formulata da san Girolamo nell’adagio nudus nudum Iesum sequi. Nudi e puri, ossia umili e semplici, come i Serafini a piedi scalzi attorno al trono  di Dio[7], «liberi di assimilare quanto possono alla semplicità divina» (pseudo-Dionigi)[8].  

Guarire dalla ‘sindrome’ di Babele

Ma com’è da intendersi veramente l’umiltà? Sfatiamo i luoghi comuni: l’umiltà non è la menzogna dei deboli che trasformano la loro pigrizia in apparente virtù, come sosteneva Nietzsche, né la variante masochista di un celato complesso di colpa denunciata da Freud, anche se c’è il rischio che venga fraintesa o edulcorata con affettazione trasformandola in una parodia smorta. Umile è piuttosto colui che si abbassa realmente, collocandosi lì dove è di fatto, ‘a terra’, fino a percepire in ogni azione la propria debolezza, riconoscendo al contempo l’assoluto bisogno dell’aiuto di Dio[9]. In una parola, fino a fare affidamento solo su di Lui.

Questo modo di essere e di stare davanti a Dio, sganciato dall’ego e dunque libero dai lacci dell’orgoglio e della superbia, fa sì, nella vita religiosa, che si colga adeguatamente il senso delle regole, dell’autorità, delle strutture, della paternità spirituale perché libera dalla smania di autodeterminarsi, ricusando il sostegno e la mediazione degli altri per fare esperienza di Dio[10]. In definitiva, si tratta di guarire ogni giorno dalla ‘sindrome’ di Babele, fugando la tentazione di voler costruire a tutti i costi la torre arbitraria dell’autosufficienza, del darsi gloria e del farsi da sé senza dover dipendere da nessuno.

Segno inequivocabile di questa guarigione è l’affiorare della semplicità di cuore che, badate bene, non è da confondersi con l’agire puerile dei sempliciotti, inclini a coniugare ingenuità e sprovvedutezza nel concedersi impulsivamente ad uno sciocco spontaneismo.

Tutt’altro! E’ la schiettezza dei puri che cerca verità e fa verità, dentro e fuori di sé. E’ l’integrità dei forti che respinge decisamente connivenze e ammiccamenti con il compromesso, rifiutandosi di mantenere a galla quella falsa quiete che avvelena la comunione e riduce il Vangelo a lettera morta. E’ infine la franchezza dei miti che si esprime, serena e pacata, in assenza di complicazioni e in rettitudine, coltivando con zelo qualità e atteggiamenti che tessono relazioni feconde: «educazione, gentilezza, sincerità, controllo di sé, delicatezza, senso dell’umorismo e spirito di condivisione»[11]. In rapporto a Dio e con gli altri. In comunità, tra i fratelli e le sorelle, e nell’apostolato, tra la gente.  

Noi: terra irrorata dalla compassione di Dio

A braccetto con l’umile semplicità procede agile e spedita la misericordia. Non potrebbe essere altrimenti! Chi è consapevole di essere un peccatore perdonato, terra irrorata dalla compassione di Dio, non può che diventare seminatore di misericordia.

Come? C’è un ampio ventaglio di situazioni e di opportunità. Innanzi tutto astenendosi dal giudizio, che talvolta ferisce a morte, anche in comunità. Ma non basta. Bisogna estirpare alla radice pregiudizi latenti e sottili insinuazioni – talvolta basta una parola graffiante, un cenno allusivo, persino il tono polemico della voce! -, che tendono a spargere la zizzania del dubbio e della diffidenza, a screditare ed etichettare, impedendo a chi è sotto tiro di riscattarsi, se ha sbagliato, o chiarire, se è stato frainteso. Non solo: lasciata cadere la pietra dell’accusa, bisogna tendere con prontezza la mano del facile perdono e concedere fiducia lungimirante, credito senza scadenze, riserve, condizioni.

La «koinonìa nell’unanimità»

Questi presupposti garantiscono la «koinonìa nell’unanimità»[12] che si fonda sul riconoscimento vicendevole dell’essere in Cristo “un cuor solo e un’anima sola” (At 4,32). Certo, l’esperienza insegna che fratelli e sorelle si diventa solo attraverso un coraggioso e faticoso cammino, mai interamente percorso, in cui la tunica inconsutile della vita comune può essere minacciata da strappi e lacerazioni fino a rivelarsi inaspettatamente epifania dolorosa di divisione e tradimento, perché ognuno porta in sé la ferita del ‘male antico’[13]. Ma è proprio tra le pieghe di queste contraddizioni che lo Spirito «viene in aiuto alla nostra debolezza» (Rm 8,26), preme ed agisce. E’ Lui che sollecita il cuore all’ospitalità fraterna, all’accoglienza gratuita e all’ascolto reciproco, abilitando ad assumere come proprie le debolezze e le vulnerabilità dell’altro, nel vincolo di una carità munifica che unisce senza mortificare diversità, opposti pareri e differenti gradi di maturità psicologica e vocazionale.  

I consigli evangelici: una sfida ai deserti dell’anima

Così intesa e vissuta, la spiritualità della vita consacrata spiana la strada ad una più consapevole professione dei consigli evangelici e interpella con autorevolezza gli uomini del nostro tempo. In quanto testimone di un amore che si fa prossimo di ogni creatura e si tuffa totalmente nel mistero di Cristo che ha preso su di sé la nostra umanità trasfigurandola, la vita religiosa, oggi più che mai, se veramente si lascia attrarre dal fascino dell’Assoluto, fa da controaltare alla cultura edonistica e al materialismo avido di possesso che deragliano su squallidi percorsi di inautenticità e menzogna esistenziale. Non solo: la sua forza profetica è in grado di smascherare ogni viscida ed effimera pseudolibertà che, essendo estranea alla Verità e in preda alla schizofrenia di una ragione serrata nella pretesa di poter fare a meno di Dio, aliena l’uomo da se stesso, amplificando i deserti dell’anima.

In tal senso, la castità per il regno dei cieli, lungi dall’essere «una negazione dei valori inerenti alla sessualità»[14] e all’amore, diventa talamo nuziale, gioiosa testimonianza che manifesta come solo l'amore infinito di Dio «può appagare totalmente il cuore dell'uomo»[15]. Un amore per cui vale la pena lottare vigorosamente con «l’armatura di Dio» (Ef 6,13), vigilare senza sosta, imparare a distinguere con prontezza il buono dal cattivo[16], praticare una sana ascesi fondata sull’autentica umiltà e tendere alla purezza del cuore attraverso l'incessante memoria del Signore, per piacere a Lui.

Così anche la povertà, senza accumulo né affanni, sull’esempio di Cristo che si è fatto povero per arricchirci[17], ci rende veramente liberi dall’idolatria di mammona e dalla tignola di ogni altra effimera ricchezza[18] e ci dà l’opportunità di confessare schiettamente, in piena luce, che è «Dio l’unica vera ricchezza dell’uomo»[19]. Infatti, nel sobrio chiarore di una vita radicalmente povera, in alternativa alla luccicante seduzione della ‘roba’, ci è dato di mostrare agli uomini la luce beata di una lucerna interiore che arde, allieta e non si spegne[20].

Certo, conquistati da questa luce, dobbiamo rinunciare senza mezze misure a quegli atteggiamenti e «a quelle abitudini di vita che sono in contrasto con la radicalità del vangelo»[21] ed impoveriscono le nostre energie psichiche: avida smania di riuscire, apparire, strafare, prevalere. E ancora: avversioni, antipatie, intolleranze, aggressività, opposizioni, gelosie, sospetti, maldicenze, contrasti, scontentezze. Ma soprattutto dobbiamo recidere i tralci avvizziti dello scoraggiamento, della tristezza, dell’apatia, del pessimismo, della timidezza e dell’insicurezza, frutti marci di un orgoglio sopraffino e di una riposta superbia che destabilizzano il cuore. Ad essi dobbiamo contrapporre i frutti dello Spirito: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé[22], affinché non accada, come nota Gregorio di Nissa nel Discorso funebre per Priscilla, che «come gli animali si affaticano al mulino, così anche noi, con gli occhi bendati, tiriamo la mola della vita, rifacendo sempre lo stesso cammino e ritornando sempre sugli stessi passi».

Infine l’obbedienza, giogo lieve e soave che rimanda alla gioia delle nozze e c’introduce nel mistero di Dio, accogliendo l’autorità costituita come mediazione d’amore che ci unisce alla divina volontà, «l’unica che può salvare»[23], affrancandoci dal meschino desiderio di affermare noi stessi, di avvizzirci in balia di personali aspirazioni e gratificazioni, per cercare nel bene comune una realizzazione autentica e nella corresponsabilità una più piena riuscita.  

Lasciarsi ‘toccare’ da Dio

Ma tutto questo come diventa possibile considerando, come sostiene san Paolo, che «c'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo» e che «non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio» (Rm 7,18-19)?
«Dio lo ha reso possibile»! – risponde l’Apostolo. E in Cristo, incarnato sotto la specie della Parola e dell’Eucaristia, ci ha mostrato  come.
«Scrutate le Scritture,…ricercate, esaminate, studiate in profondità»[24] – ammoniva Severiano di Gabala sul finire del IV secolo commentando Gv 5,39 («Voi scrutate le Scritture credendo di avere in esse la vita eterna; ebbene, sono proprio esse che mi rendono testimonianza»). E a tal riguardo sottolineava la necessità di un amorevole sforzo e di uno zelo disciplinato per ‘incorporare’ il Verbo di Dio, specchio della vita interiore, nel quale ci è dato di riconoscere chi siamo e chi dobbiamo essere, animati dalla consolante certezza espressa dal Signore per bocca del Profeta: «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata» (Is 55,10-11).

E proprio nel segno del ‘pane da mangiare’ – l’Eucaristia - Cristo c’introduce nelle profondità della vita divina e riversa nei nostri cuori quell'intima esperienza della sua amicizia che sola può dare senso e pienezza alla nostra vita[25], rendendo possibile ciò che per noi è inaudito.

Si tratta, in ultima analisi, di ‘lasciarsi toccare da Dio’, come ha ribadito Papa Benedetto XVI a Subiaco nel monastero di Santa Scolastica intervenendo sul tema «L’Europa nella crisi delle culture», alcuni giorni prima della sua elezione al soglio pontificio.  «Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, - ha affermato Joseph Ratzinger - Dio può far ritorno presso gli uomini»[26].

Noi lo chiediamo in preghiera e lo speriamo, consapevoli che «ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento della storia sono uomini …come Benedetto… che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo»[27].

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[1] Cfr. Gal 5,13.16.

[2] Cfr. J. RATZINGER, L’Europa nella crisi delle culture, intervento in occasione del conferimento del «Premio San Benedetto per la promozione della cultura e della famiglia in Europa», (Subiaco 1° aprile 2005): Avvenire, 21 aprile 2005, Anno XXXVIII n.96, p.13.

[3] Cfr. T. SPIDLÌK, L’idea russa, Roma 1995, p.50.

[4] BENEDETTO XVI, Omelia per la Messa inaugurale del Pontificato (24 aprile 2005): Avvenire, 25 aprile 2005, Anno XXXVIII n.100, p.6.

[5] CONGREGAZIONE PER GLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA E LE SOCIETÀ DI VITA APOSTOLICA, Istr. La vita fraterna in comunità «Congregavit nos in unum Christi amor» (2 febbraio 1994), 23.

[6] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Esortazione Apostolica post-sinodale Vita Consacrata (25 marzo 1996), 1. D’ora in poi VC.

[7] Cfr. Is 6,2.

[8] Cfr. Hiérarchie céleste 15,3, PG 3, 332d; SC 58 (1958), pp. 177-178.

[9] Cfr. A. LOUF, Cantare la vita, Magnano (BI) 2002, pp. 164-1

[10] Cfr. M.I.RUPNIK, La vita spirituale e la sua crescita, in AA. VV., A partire dalla persona, Roma 1994, p.176.

[11] CIVCSVA, «Congregavit nos in unum Christi amor», cit.,   27.

12] E. BIANCHI, Ricominciare nell’anima, nella Chiesa, nel mondo, Genova 1999², p.33.

[13] Cfr. S. CAROTTA, Educazione alla comunione nella Regola di san Benedetto, in AA. VV., Come vivere insieme, Parma 2000, p.69.

[14] VC 87.

[15] Cfr. VC 16.

[16] Cfr. Eb 5,14.

[17] Cfr. 2Cor 8, 9.

[18] Cfr. Mt 6, 19.

[19] VC 21.

[20] Cfr. Gb 21, 17 e Pr 13, 9.

[21] BASILIO DI CESAREA, Le regole, a cura di Lisa Cremaschi, Magnano 1993, p.108.

[22] Gal 5,22.

[23] CIVCSVA, «Congregavit nos in unum Christi amor», cit., 44.

24] Hom. 7, Seberiani Gabalorum episcopi Emesinsis Homiliae, Venezia 1827, p.268.

[25] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Lettera Apostolica Mane nobiscum Domine (7 ottobre 2004), 11 e 30.

[26] J. RATZINGER, L’Europa nella crisi delle culture, cit., p.13.

[27] Ibidem.