Piccolo Eremo delle Querce

La presenza della Vita Religiosa in Calabria: Mezzogiorno, vita monastica, profezia

Una riflessione del gesuita Pino Stancari

 Come molte di voi, anch'io in questa regione sono un ospite, così che risulta un po' avventato il mio tentativo di suggerirvi spunti di riflessione sul tema che mi è stato proposto. D'altronde, non faccio altro che aderire al vostro invito. E voi avrete pazienza con me. Raccolgo i miei spunti sotto forma di alcune considerazioni di carattere molto generale.

Prima considerazione
Essa riguarda il modo di considerare questa nostra regione calabrese e le regioni meridionali in genere, cioè il cosiddetto "Mezzogiorno", secondo la mentalità corrente degli italiani e, più particolarmente, degli italiani di quelle regioni che non sono meridionali. Avviene con una certa frequenza che tutto quello che è relativo al mondo meridionale perda di fisionomia particolare, perché visto dal di fuori; il Mezzogiorno è considerato una realtà appiattita e compatta; è comune che gli italiani non distinguano tra Teramo e Marsala, tra Aversa e S. Maria di Leuca! Tutto ciò che è meridionale è uniforme, senza distinzione interne, senza caratterizzazioni locali: è il Mezzogiorno! Si parla molto di Mezzogiorno, in Italia; e tutte le volte che se ne parla, se ne parla dal di fuori, dall'esterno. È un modo per non prendere rispettosamente contatto con la realtà; è un modo per ridurre invece la realtà a quel concetto che, bene o male, hanno in mente coloro che parlano di Mezzogiorno. E costoro di solito guardano al Mezzogiorno dall'esterno.
Questa è la mia prima considerazione: visto dal di fuori, il Mezzogiorno appare come un mondo caratterizzato da una fisionomia sostanzialmente univoca, o comunque ben definita.

Questo è già il primo tradimento: esso viene compiuto da tutti coloro che rivolgono al Mezzogiorno uno sguardo che umilia e mortifica, per il fatto stesso che tende a comprimere le situazioni locali, senza rispettarne l'estrema ricchezza di contrasti, di sfumature, di varietà. Per quanto possa essere limitata la nostra esperienza di vita nel Mezzogiorno, chiunque di noi sarebbe in grado di addurre conferme a quello che sto per dire: in realtà quel Mezzogiorno, di cui parlano i nostri politici e i nostri amministratori in rap­porto alla programmazione socio-economica del nostro paese, quello stesso Mezzogiorno, di cui si parla anche nelle grandi prospettive pastorali della nostra Chiesa italiana, risulta composto da una miriade di Mezzogiorni, così da formare un mosaico di realtà diversissime. La Puglia non è la Calabria, il Molise non è la Sicilia, e così via.

All'interno di ciascuna delle regioni meridionali, inoltre, la frammentazione è ancora più capillare: parlare di Napoli, ad esempio, non è lo stesso che parlare di Noia o di Benevento, e parlare dei paesi del Cilento non è lo stesso che parlare dei paesi del Foggiano. Anche nella nostra regione calabrese le differenze sono estremamente variegate. Siamo sempre spettatori di un panorama che presenta ad ogni passo nuove sorprese. Insomma, tutte le volte che voi sentite parlare di Mezzogiorno, non fidatevi! Fermatevi, poi tirate il fiato e chiedetevi: che cosa esattamente si vuoi dire? Infatti, spesso si dice "Mezzogiorno" per non parlare di niente, se non addirittura per offendere l'interlocutore.

È frequente che gli italiani siano molto ignoranti in geografia. Per venire a una situazione molto vicina a noi, diciamo che gli italiani considerano la Calabria una specie di appendice semidesertica dell'Africa settentrionale. Sono degli ignoranti, semplicemente degli ignoranti! Non sanno che la Calabria è una terra di montagne; non sanno che la Calabria è una delle regioni più verdi d'Italia, più boscose d'Italia! Ignorano la geografia! Questa constatazione prima­ria, per quanto banalissima o stupidissima sia, mi serve per dire qualcosa che a me pare molto più importante: l'ignoranza della geografia è un piccolo segno rivelativo del fatto che non si rispettano le situazioni, le persone, le tradizioni e le culture, e nemmeno la Chiesa locale, là dove essa stentatamente, o gloriosamente, ha acquisito una sua esperienza di vita cristiana nell'ascolto dell'evangelo. Purtroppo questo a me par vero anche per quanto riguarda l'atteggiamento con cui la grande comunità della Chiesa italiana si rivolge alla realtà meridionale. Si rischia di fare di ogni erba un fascio, compiendo delle semplificazioni un po' abusive. Soprattutto, nella programmazione pastorale della Chiesa italiana frequentemente i criteri proposti non sono misurati in rapporto alla realtà estremamente varia e complessa delle regioni del Mezzogiorno. È una questione di respiro. Si ha talvolta l'impressione, anche in questo caso, che si guardi al Mezzogiorno con occhi poco comprensivi: dall'esterno. Si pensa che il Mezzogiorno sia una realtà disponibile a qualunque contributo, anzi a qualunque intervento, anche se elaborato in base ad esperienze acquisite altrove. Perciò si propongono dei suggerimenti di ordine pa­storale che sono misurati su altre Chiese.

L'originalità meridionale sfugge perché ricca al suo interno, varia e molto complessa: complessa dal punto di vista culturale, dal punto di vista dello stesso sviluppo socio­economico e anche dal punto di vista delle tradizioni ecclesiali. Risulta assai difficile, perciò, la stessa programmazione della pastorale, qualora non sia animata da un diretto confronto con la realtà locale.
Più particolarmente a noi interessa capire qualcosa della nostra vita religiosa, per essere aiutati ad affrontare la realtà particolare di questa regione, in cui la gran parte di noi vive e opera, offrendo il proprio servizio alla Chiesa locale. A questo proposito, vorrei fare un passo indietro e te­ner conto più concretamente di quella che è stata la storia della tradizione cristiana nella nostra Chiesa calabrese, sempre dando per scontate quelle affermazioni che vi proponevo all'inizio.    

Seconda considerazione
La stessa Chiesa calabrese è un mosaico. Ora aggiungo, però, un'ulteriore constatazione: è certo che l'impianto complessivo della Chiesa calabrese porta ancora in sé il segno evidentissimo di una evangelizzazione che è avvenuta nel corso del primo millennio, secondo i metodi tipici della presenza monastica. Si è trattato di una presenza capillare, che ha davvero tracciato, per quanto concerne l'irradiazione dell'evangelo, la mappa della nostra regione. La presenza monastica di cui parlo ha avuto spesso un carattere anacoretico; altre volte si è configurata nella forma di piccoli nuclei di poche persone, dedite a un'intensa ricerca spirituale. Considerando le cose dall'esterno, i monaci di cui vi sto parlando potrebbero oggi apparirci come figure estranee all'ambiente in cui vivevano.

In realtà tutto dimostra il contrario. Nella storia della Chiesa spesso la vita solitaria ha dimostrato di essere molto meglio introdotta nel tessuto vivo della popolazione locale di quanto non lo sia la vita di un grande cenobio, ossia di una grande comunità. La vita di un grande centro monastico è piuttosto ripiegata su se stessa, mentre proprio delle piccole presenze di monaci solitari diventano dei punti di irradiazione evangelica. Per quanto possa apparirci strano, proprio là dove un eremita si è ritirato, lentamente ma infallibilmente, gli si stringono attorno dei rapporti solidi, profondi ed intensi, che coinvolgono tutta la realtà circostante.
L'evangelo è certamente passato sulla terra della Calabria; anzi, esso ha certamente penetrato questa terra. Perché questo avvenisse è stato decisivo, nel corso dei secoli, il contributo di questa miriade di presenze monastiche: i molti Elia, i molti Luca o Leoluca della nostra regione e tutti gli altri (dei cui nomi esistono ancora tracce vistose nella nostra toponomastica), fino all'ultimo e davvero grandissimo testimone di questa tradizione, che è Francesco di Paola. Noi siamo ospitati, qui a Longobardi (L'assemblea del Consiglio regionale U.S.M.I. si svolgeva presso la casa dei Padri Minimi, a Longobardi Marina), in un luogo che ancora, in qualche maniera, è irradiazione della sua presenza: la presenza di un uomo che è vissuto in una grotta per dieci, venti, trent'anni... Bene: non solo si è fermato per trent'anni in una grotta, ma proprio con questo suo comportamento ha evangelizzato questa terra, riempiendola della sua testimonianza. Per quanto paradossale ciò possa sembrarci, i fatti sono incontestabilmente eloquenti: in Calabria l'evangelo è stato mostrato, proposto e annunciato mediante la diffusione di una testimonianza monastica così assoluta, così radicale, così solitaria: si è trattato, ovviamente, di una solitudine fecondissima, di una ricerca di spazi per la preghiera e per l'in­contro con Dio che è diventata capacità di incontro con i fratelli. La ricerca di Dio, infatti, è diventata occasione favorevole per realizzare tale incontro; l'immersione nel mistero dell'assoluto è stata così profonda, così radicale, da giungere alle radici di una terra, anzi alle radici di quel mistero che ogni creatura umana custodisce nel proprio cuore.

La nostra regione è costellata ancora oggi di luoghi nei quali hanno abitato questi monaci: grotte, capannucce... Il nome di molti nostri paesi è ancora eredità di queste antiche presenze monastiche, che hanno poi conosciuto diverse evoluzioni con il passare dei secoli. Noi non possiamo di­menticare questo dato primario e insostituibile, quando si vogliano trovare le radici dell'esperienza evangelica che ha fecondato e irrorato la nostra terra.

Terza considerazione
Ritornare al primo millennio della vita cristiana nella nostra Calabria significa ritornare all’oriente. Ho l'impressione che si capisca ben poco di quella che è la tradizione cristiana del nostro mondo calabrese, se non ci si rende conto che i secoli dell'evangelizzazione in Calabria vedono la nostra regione configurata come una fetta d'oriente (si ricordi che la Calabria apparteneva politicamente e amministrativamente all'impero bizantino). Il mondo orientale ha segnato in profondità l'animo, i costumi, le abitudini, i sentimenti, e addirittura l'esperienza religiosa e la fede di questo popolo.

Il monachesimo di cui vi parlavo viene dall'oriente e rimane improntato alle tradizioni orientali. Cito, a questo riguardo, una figura di straordinario interesse: si tratta di San Nilo, che è il patrono della Chiesa rossanese. Tra l'altro, San Nilo, essendo lui monaco di tradizione greca, si rese conto della necessità di stabilire dei contatti con la tradizione cristiana occidentale. Per questo si allontanò dalla Calabria e si spostò più a nord, strinse relazioni con i monaci benedettini cassinesi e giunse a Roma. Era quella ormai l'epoca in cui si preparava la latinizzazione della Chiesa calabrese. Questa operazione, voluta dai Normanni, si svolse, a partire dalla metà del sec. XI, nel corso di alcuni secoli. C'è da aggiungere, però, che le nostre Chiese, condotte ad un rapporto più organico con l'occidente romano, rimasero sempre segnate - dove più, dove meno - da caratteristiche che sono tipicamente orientali.

Quarta considerazione
Parlare di vita religiosa non è lo stesso che parlare di vita religiosa femminile; questa non è certo la vita dei monaci, anacoreti e solitari, di cui vi parlavo.
La vita religiosa femminile rinvia, in modo molto rigoroso, all'ambiente locale e alla Chiesa locale; essa rinvia alla famiglia, al villaggio, al parentado. Penso a delle persone che siano immediatamente innervate, abbarbicate là dove i nuclei umani si costituiscono. Più precisamente vorrei tentare di definire la vita religiosa, che è appartenenza a Dio, come scoperta di una parentela. Le religiose appartengono a Dio per essere parenti di tutti: sorelle, e poi cugine e zie e cognate! Dico questo perché parlare di "sorelle" è parlare di qualcosa che, bene o male, configura un ruolo definito: una "suora" è vestita e si comporta in quel certo modo; parlare invece di "cugina" o di "cognata" allude ad una situazione che esige un rapporto con la realtà molto più impegnativo e molto più personalizzato. La vita religiosa femminile comporta questo inserimento nella situazione locale (umana, sociale, ecclesiale), rivelando una paradossale contraddizione tra la consegna di sé al mistero assoluto di Dio e la scoperta di una parentela che si allarga smisuratamente fino a raggiungere tutti, indiscriminatamente tutti.
Chi viene in Calabria dal di fuori si accorge che i vincoli di parentela sono, in questa nostra terra, molto più significativi e vigorosi di quello che non avvenga altrove. Dico questo senza tener conto delle sfumature, che bisognerebbe misurare con molta sapienza. È vero: qui da noi i vincoli di parentela sono molto intensi. Coloro che vivono in questa terra da sempre se ne accorgono quando si allontanano, perché immediatamente il punto di riferimento a cui possono richiamarsi è dato dal parentado: i parenti che trovano nella terra lontana verso cui sono diretti, o i parenti che lasciano, a cui sono ancora legati e da cui dipende tutto il loro patrimonio di verità umana.

Questa situazione presenta delle contraddizioni: certamente essa conferisce una forte sicurezza emotiva e una grande stabilità affettiva, ma può diventare anche una prigione che cattura il cuore e le intenzioni più profonde, facendo sì che talvolta non si diventi nient'altro che i tutori degli interessi del parentado. Ad esempio, se uno lavora all'ospedale, non è tenuto a svolgere il suo determinato mestiere, ma sta in quel posto perché, al momento opportuno, deve soddisfare le richieste che vengono dal giro della sua parentela, allargata ai paesani e agli amici; se uno lavora al Comune, ci sta per soddisfare gli interessi del suo parentado; inoltre, quanto più la parentela è vasta, omogenea e compatta, quanto più il clan sa imporsi sulla scena pubblica, tanto più vale la singola persona che a quel clan può appellarsi. Questa – come vedete – è una grande forza, ma è anche un grande limite, se diventa uno stato di costrizione, che imprigiona e impedisce di incontrare gli altri, tutti gli altri e dappertutto.

La vita religiosa femminile esige un supporto nella comunità locale. Non c'è dubbio: la vita religiosa femminile è radicata nell'ambiente; solo che essa non può rimanere condizionata da vincoli di parentela che isolino, bensì proprio nell'esperienza di quella ricchezza che è un rapporto parentale con l'ambiente può trovare una leva per allargare l'orizzonte del suo inserimento. Allora il cugino o il nipote hanno lo stesso valore assoluto che ha una persona sconosciuta, perché è creatura di Dio. Il fatto di appartenere a Dio con­ferisce alla parentela del religioso - o della religiosa, nel nostro caso - un'estensione illimitata, ma le conserva tutta la concretezza del rapporto vitale e diretto.

Molto spesso, invece, guardando a come si presentano le nostre comunità religiose, ho l'impressione che esse rischino di erigere delle barriere nei confronti dell'ambiente: altra è la mentalità che governa la vita interna della comunità religiosa, altro è il suo modo di sentire, di atteggiarsi, di disporsi! Fino a un certo punto questa è una difesa necessaria; ma poi diventa anche un ostacolo che impedisce di realizzare un rapporto costruttivo con l'ambiente. Può succedere che l'impegno di una comunità religiosa in una certa comunità locale sia assunto e svolto in una forma un po' burocratica, pensando di offrire così un servizio che deve essere comunque prestato con competenza; eppure finché noi non siamo convinti che l'essere comunità religiosa in una realtà locale impone non già di distinguersi ma di comunicare con l'ambiente, in quello che esso ha di suo, di vero, di umanamente impegnativo, noi certamente rimaniamo fuori dal gioco.

Ciò che l'ambiente ha di vero, di impegnativo, è proprio quella certa ricchezza di relazioni umane e di spinte emotive che aprono alla vita dell'altro. Questo riferimento immediato alla persona, in quell'ambito particolare che è la parentela, costituisce un'occasione precisa e privilegiata per dare testimonianza all'evangelo; diversamente si rischia di rimanere sempre degli estranei. È da intendere come "ricchezza", non in quanto vi chiude, ma in quanto apre per voi l'orizzonte che, in forza di una chiamata assoluta, si allarga fino a rivelare in ogni creatura di Dio un parente da incontrare, da visitare, da amare. Proprio la vita religiosa, che è testimonianza del mistero di Dio, sigilla l'appartenenza alla grande famiglia umana, in quanto è famiglia di Dio, in modo esplicito e in senso forte.

Molto spesso i religiosi e le religiose sono dei tecnici: considerano la vita religiosa un mestiere da svolgere; poi, compiuta la loro funzione, hanno concluso il lavoro! D'altronde, si dice giustamente: le religiose non sono né mamme né nonne di nessuno; altrettanto c'è da dire dei religiosi. È vero che molto spesso le religiose restano zie e cugine e cognate, e questo crea tante situazioni appiccicaticce, perché poi i nipoti continuano a far riferimento alla zia monaca - o allo zio monaco - e così si sviluppano intrecci un po' aberranti! Ma, se c'è la tentazione di restare chiusi nel ristretto ambito familiare, che è costituito dai vincoli di sangue, si corre anche il rischio di sottrarsi a quell'apertura di orizzonte che è determinata dal fatto di appartenere alla famiglia di Dio. E parlare di "famiglia", nella nostra realtà locale, significa parlare di qualcosa che ben si conosce: qualcosa che pesa, da cui dipende la vita e la stessa possibilità di riconoscersi come esseri umani; è parlare un linguaggio comprensibile a tutti, ma che, allo stesso tempo, rinvia al mistero più profondo, in quanto l'umanità è la famiglia di Dio.
Appartenere a Dio comporta, dunque, la condivisione di questo vincolo di parentela. Uso questa espressione con un certo imbarazzo; d'altra parte, la vostra esperienza confermerà come queste espressioni siano piene di significato: è un vincolo di parentela che mi costringe al rispetto, all'impegno, al servizio nei confronti di ogni creatura, dei piccoli o dei grandi, delle persone sicure di sé o di quelle insicure, sapendo bene misurare il proprio coinvolgimento per sopperire alle necessità dei più bisognosi.
Parlare di vita religiosa è parlare di una presenza che sia testimonianza della pietà di Dio, che si mostra come volontà di stabilire un vincolo di parentela con ogni creatura. È Dio stesso che vuole stabilire vincoli di parentela, per fare dell'umanità la sua famiglia. Questo non è da intendere in termini allusivi o meramente evocativi, ma in un senso forte che esprime la stessa concretezza dell'essere parenti di sangue. Nel nome di Dio, per la comunione che ci stringe al Figlio di Dio, che è carne umana, noi siamo fratelli e sorelle e cugine e cognate e nonne e zie di ogni creatura umana, senza escluderne nessuna e senza pensare che vi sia possibilità di distinguere tra i più vicini e i più lontani, il più parente o il meno parente, il più o il meno amico.  

Quinta considerazione
Parlare di vita religiosa è parlare di profezia : la nostra Chiesa locale è più che mai bisognosa di testimonianze profetiche! Una testimonianza è profetica non quando ci viene offerta da chissà quale personaggio, dotato di spregiudicata irruenza, o di straordinaria energia apostolica, o apportatore di nuovi messaggi! Per profezia c'è da intendere quella capacità di ascolto che Dio suscita nelle creature da lui stesso inviate come testimoni del mistero che egli sta compiendo.

Il profeta è, prima di tutto, un uomo di ascolto: è colui che presta attenzione ed ubbidienza alla parola di Dio, che è parola detta, ma che ancor più è parola fatta, è opera di cui Dio è il protagonista.
Il profeta è colui che contempla l'opera che Dio sta compiendo con la sua potenza, sempre inseparabile dalla sua sovrana delicatezza.
Il profeta è colui che aderisce all'opera compiuta da Dio nel concreto delle cose, perché Dio ha qualcosa da fare. Egli sta dicendo qualcosa di suo e sta compiendo un'opera sua.

La vita religiosa è contemplazione del mistero che Dio sta compiendo, come comunicazione e offerta di sé nelle vicende di questo mondo. La vita religiosa è prima di tutto e soprattutto profezia! Questo non va mai dimenticato. La vita religiosa, prima di essere servizio che risponda a questo o a quel bisogno, prima di essere competenza qualificata nell'assolvere a dei compiti specifici - di carattere pastorale o assistenziale o formativo -, è profezia.
Il profeta è il custode del mistero che Dio offre alle sue creature, avendolo seminato nel cuore di ogni uomo, nel cuore della terra. Se la nostra vita religiosa non è primariamente, intensamente e vitalmente consacrata al mistero di Dio, che è il vero assoluto e che si esprime come presenza e capillare attenzione per ogni creatura, noi non abbiamo più niente da fare e più niente da dire. Questo vale per ogni ambiente, ma soprattutto per la nostra Chiesa locale, che è già - per l'antica tradizione di cui vi parlavo - caratterizzata da quella viva presenza monastica che è stata presenza profetica e testimonianza assoluta del mistero. Infatti, l'impianto della nostra Chiesa e la struttura spirituale profonda della nostra gente si defini­scono in base all'esperienza diretta e potente del mistero: il mistero in quanto è di Dio e in quanto si avvicina alle creature; il mistero che diventa rapporto parentale con le creature, che diventa carne della nostra carne e ossa delle nostre ossa.

Molto spesso coloro che guardano dall'esterno a tante manifestazioni della religiosità più comune della nostra gente restano un po' imbarazzati. Pensate a certi comportamenti: al bisogno di toccare o di baciare, e comunque al bi­sogno di prendere contatto fisico, diretto, sensibile con dei segni che siano evocazione del mistero di Dio stesso. È il mistero di Dio nella sua santità e nella sua assolutezza, ma è un mistero che ha stabilito con noi, creature di Dio, dei rapporti concretissimi, che penetrano la nostra condizione umana, fino a coinvolgere la carne e le ossa.
La vita religiosa è adesione al mistero di Dio, in quanto questo mistero è la santità e la assolutezza di Dio, ma insieme in quanto esso è seminato in ogni creatura. Quando penso alla vita religiosa, vissuta nelle diverse comunità religiose maschili e femminili, sento molto l'urgenza di realiz­zare queste presenze come profezia del mistero: e quindi come presenze di ascolto e di accoglienza, che diano localmente a tutti la possibilità di essere riconosciuti ed amati per il mistero che è seminato in loro.

Constato che la nostra vita religiosa ed ecclesiale è segnata oggi da tante insofferenze nei confronti dell'ambiente in cui siamo immersi: insofferenze nei confronti dei parroci o del clero locale o dei vescovi; insofferenze nei confronti dei fedeli che non si adattano a certe trasformazioni o che sono in ritardo; e così via. La scontentezza è grande e spesso corrosiva. Ho l'impressione che, in realtà, questa sia una mancanza di amore. La nostra gente ha bisogno di essere amata pazientemente, umilmente, nel silenzio; ha bisogno di essere ascoltata. È forse necessario che passi tempo, spes­so anni, perché si possa stabilire un rapporto che sia credi­bile. La nostra gente non ha bisogno di nuovi schemi pastorali, di nuovi catechismi, di nuove figure sociali...; ha bisogno di essere amata, ha bisogno di sentirsi amata con quella intensità che solo coloro che adorano il mistero di Dio possono dimostrare; la nostra gente ha bisogno di essere riconosciuta e accettata come creatura che appartiene a Dio. Questa è profezia.

Profezia non è un bel discorso aggiornato; non è linguaggio più forbito con cui il predicatore di turno può presentarsi all'uditorio.
Profezia è portare nel proprio cuore il peso di una situazione, di una storia locale, di una comunità; è portare il peso del mondo dentro di sé; è scoprire che il mondo è amato da Dio; è obbedire a Dio che ha voluto stringere a sé le sue creature con un vincolo di parentela. Sto dicendo cose che sono straordinariamente ovvie, che sono, anzi, universalmente vere. Eppure insisto: qui da noi sono particolarmente vere.

Sesta considerazione
Aggiungo una piccola constatazione: non so se avete notato che in Calabria non ci sono santi vescovi; ci sono solo santi monaci.
La Chiesa è fondata sull'episcopato, certo! Eppure la santità che irrora e vivifica il nostro popolo cristiano è la santità del monaco: si ricordino i vari Sant'Elia, San Nilo, San Luca, fino a San Francesco di Paola. Monaci che, nella loro adesio­ne al mistero assoluto di Dio, hanno assunto su di sé il peso del mondo, hanno portato in sé davvero, entrando nella grotta, il peso del mondo.
Entrando nella grotta, si aderisce ad una terra; così ci si rende responsabili di quella terra: è come se ci si radicasse là dove la presenza di Dio ha raggiunto più profondamente le sue creature, anche nelle zone più oscure e nelle realtà più infami, che non mancano mai. Anche là dove le situazioni sono più miserevoli e più riprovevoli, anche là giunge il mistero di Dio. Anche là, proprio come si scende in una grotta (quasi si scendesse in un inferno), ad imitazione di Cristo Signore che è sceso nel sepolcro ("agli inferi", si dice nel Credo) e di là è risalito, perché ha evangelizzato con la sua presenza gli spazi più oscuri. È così che si scende alle radici della terra, alla ricerca di un rapporto di comunione che ci lega ad ogni creatura, in un modo ancora più intenso di quanto possa legarci il semplice vincolo di sangue, perché noi siamo appartenenti alla famiglia di Dio in Cristo, che è morto e risorto, evangelizzando così anche le profondità e gli abissi infernali.

La nostra gente ha bisogno di riconoscere, accanto a sé, figure di santità. Certamente non è mai possibile prescindere dalla parola dell'evangelo e dall'eucarestia. Ma molto spesso voi notate come lo stesso clero secolare non sia considerato dalla gente come un elemento determinante nell'impianto della Chiesa locale. Il prete è una specie di funzionario, ossia un addetto al lavoro sacro, che deve fare quel certo mestiere. È vero, poi, che qualche volta la situazione si complica e diventa molto coinvolgente, quando un prete, che si occupi validamente di una Chiesa locale, stabilisce con la gente dei rapporti autentici e vivi; in questo caso scatta il meccanismo della parentela, e il prete diventa il grande patrono o il patriarca della Chiesa locale. Perciò, se quel prete viene spostato, c'è sempre da aspettarsi che un'intera comunità insorga, perché non si tratta solo dello spostamento di un burocrate, ma di un'incisione in un tessuto di relazioni vitali.
In quel prete, dopo anni di presenza (dopo che i bambini sono stati battezzati e gli stessi hanno avuto la prima comunione e la cresima, quando poi si è aggiunto il matrimonio e tanti anziani sono stati condotti al campo santo), la gente vede un parente e non si renderà mai conto delle ragioni dello spostamento. Il prete non è più semplicemente un impiegato: è il parente di tutti. Sottrarre quella persona comporta una specie di cataclisma. Ma anche quando quella persona muore, il sostituto si troverà sempre nei pasticci; secondo la gente, infatti, questi sarà visto comunque come un estraneo che interviene abusivamente in quella situazione così fortemente caratterizzata dal rapporto vivo che si era stabilito con il predecessore.

Vi dicevo: la nostra gente ha bisogno di vedere accanto a sé delle figure di santità. Pensate alle grandi Chiese dell'Italia settentrionale: Sant'Ambrogio, vescovo di Milano; San Petronio, vescovo di Bologna; Sant'Eusebio, vescovo di Vercelli; e così via. Sono i fondatori di grandi Chiese. E sono grandi vescovi, per la loro testimonianza di carità e di magistero. A onor del vero anche nella storia calabrese esistono alcuni santi vescovi, ma resta il fatto che le figure a cui la nostra gente fa riferimento sono quelle di cristiani che hanno amato in misura assoluta ed universale: santi consacrati a quel mistero di misericordia che è il mistero di Dio, il quale si è piegato su ogni creatura; a quel mistero della misericordia divina che stringe rapporti di parentela con ogni essere umano, per il fatto che ogni essere umano gli appartiene. Ecco le grandi figure dei santi calabresi che noi conosciamo, dall'epoca antica fino a San Francesco di Paola. Non c'è dubbio che un qualunque calabrese s'intende bene con San Francesco di Paola. Prima di poter afferrare qualunque messaggio, o prima di poter stabilire qualunque norma di comportamento, un calabrese con San Francesco di Paola si trova a proprio agio: è parente ed è parente stretto!
C'è una figura molto bella di santo contemporaneo: don Francesco Mottola di Tropea. Si tratta di un personaggio davvero splendidamente dotato di sapienza nella carità e di profondissima pietà per tutti. Pensate: un uomo colpito nella carne, che per ventisette anni è rimasto semiparalizzato; eppure in questi ventisette anni ha compiuto grandissime cose. Tralascio la memoria delle sue fondazioni per ricordare un fatto comunque innegabile: quest'uomo, farfugliando, ha evangelizzato la sua città con la forza pura della sua intensa testimonianza di carità. La gente andava a confessarsi da lui, che pure non era in grado di esprimersi bene a causa della malattia! Eppure il semplice contatto con quella figura riempiva di luce.

Da: PINO STANCARI, La Calabria tra il sottoterra e il cielo, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997, pp.5-24