Piccolo Eremo delle Querce

Il Vescovo e il monaco

Una testimonianza di mons. GianCarlo Maria Bregantini sulle comunità monastiche diocesane della Locride

Mons. GianCarlo maria BregantiniIo ringrazio tantissimo del cortese invito che mi avete fatto di contribuire alla preziosa riflessione in atto. La mia è un'esperienza limitata alla mia Chiesa locale e quindi custoditela nel cuore come una testimonianza, non come una soluzione alle grandi domande sollevate. Però, nella loro realtà, ciò che vi dirò ha la freschezza di una cosa che sento vera ed è per questo che ho accettato di venire a dare un sigillo di esperienza a quanto voi fate, innanzitutto congratulandomi della bellezza del luogo dove siete, che è anche questo uno dei segni di Dio tra di noi; grato di vedere queste esperienze di vita monastica rinnovata.

Contemporaneamente vi porto un'esperienza bella fatta fino a ieri sera a Castelgandolfo con il Movimento dei Focolari e in parte sarà uno dei punti su cui parlerò, quello del rapporto tra vita monastica e movimenti, perché è una delle cose che, a mio giudizio, vanno viste oggi dentro la realtà della Chiesa locale.

Fatta questa premessa, vorrei iniziare con due brevi pensieri. Il primo, partendo dal Vangelo di stamattina: mi piace leggere i tre modi diversi di avvicinarsi a Gesù, quando Lui appare dopo una notte di nulla. Si presenta sulla riva, ma i discepoli non si accorgono che è Gesù su. Allora la sua domanda: «Non avete nulla da mangiare?» «No!», gli rispondono in modo molto secco. Lui rilancia la proposta: «Gettate la rete dall'altra parte e troverete». La gettano e non possono più tirarla su per l'abbondanza dei pesci. Allora ecco i tre modi di vedere chi è questo personaggio, che sono un po' i modi con cui la Chiesa ha sempre visto Gesù. C'è innanzitutto Giovanni che intuisce per primo. «È il Signore!» E credo che questa sia la grande bellezza della vita vostra: il monaco è colui che ha gli occhi profondi, ha gli occhi lucidi. C'è Pietro che si lancia in mare, poi si sistema, si mette a posto (noi avremmo fatto il contrario...) e con la sua generosità arriva per primo. E poi c'è la barca con gli altri cinque discepoli che arrivano, che rappresenta un po' la comunità, la Chiesa. Dunque ci sono il profeta, la gerarchia e tutta la Chiesa.

Da questo racconto traggo una prima indicazione: la legge della complementarietà deve essere la prima legge nella Chiesa. Da Vescovo mi accorgo che se un prete, una comunità, impara questa legge, ha risolto metà dei propri problemi. La complementarietà indica da una parte l'identità di ciascuno e dall'altra il bisogno dell'altro. Per esempio: parrocchia e santuario. Anche qui, se non c'è l'esperienza della complementarietà nascono sempre tensioni; parrocchie/movimenti; parrocchie/luoghi di spiritualità.

Il discorso della complementarietà è decisivo: questa è la prima grande legge. La velocità è diversa. La velocità di incontro con Cristo è diversa.

In questo senso la seconda legge, che abbiamo im­parato anche nel raccordo con il laicato, è la legge della primizia. È una parola bellissima della Bibbia che mi ha sempre aiutato a risolvere tanti problemi pastorali. La primizia è la legge della natura dove i tempi sono scanditi in ritmi diversi, ma verso l'unica meta.

Tutti maturano, tutti sono chiamati a maturare, ma i ritmi di maturazione non sono mai uguali. La primizia però è diversa dall'elite, e noi lo sottolineiamo tantissimo. L'elite dice: «Che bravi che siamo! Siamo veramente a posto». L'elite fa il club. I perfetti tendono sempre a separarsi, a dire: «Noi siamo migliori degli altri. Non abbiamo nessuna voglia di mescolarci con gli altri, non ci interessa il cammino degli altri». Capite che dietro l'elite c'è un concetto di perfezione vera ma autonomistica o addirittura contrapposta. La primizia invece mantiene alta la qualità perché la salva; non vede la qualità in termini di esclusività, la vede in termini di raccordo: «Io anticipo che la mia gioia non è quella di arrivare io, ma di far arrivare tutti». Nello stesso tempo però tu devi essere autenticamente primizia, non per la gioia di essere tu solo, ma perché arrivando tu anticipi e dici a tutti: «Tutti siamo chiamati a diventare come la primizia». Quindi la gioia della primizia è il massimo della qualità e il massimo della fraternità. Ed è qui che si spiega la vita religiosa e si spiega in termini estremamente aperti e propositivi. Ci sono sempre alcune cose che maturano prima (le prime mele oppure le prime arance), però sempre nella logica del far maturare tutti. In questo senso nella Bibbia c'è il bellissimo inno della Lettera ai Colossesi (che recitiamo nei Vespri del mercoledì) che mi appassiona sempre: «Tutte le cose sono state create per mezzo di Lui. Egli è prima di tutte le cose. Tutte le cose sussistono in Lui...E il capo del corpo...è il principio...il primogenito...per ottenere il primato.» La stessa radice per quattro parole intrecciate insieme: primizia, principio, primogenito, primato. Queste parole sono intrecciate insieme e formano un'unica grande esperienza di raccordo per cui la perfezione va conseguita con precisione, con qualità, anche con quella riservatezza che un tempo - forse anche adesso - i monasteri hanno e che si chiama «clausura». Questa separazione diventa il gioco della primizia. Quindi la primizia mantiene la qualità ma la mette in relazione alla totalità. E questa relazione tra primizia e totalità è oggi la bellezza, per esempio, del laicato. Il problema della Chiesa locale non è tanto il Vescovo ma sono le parrocchie, il laicato, il raccordo...Del resto i movimenti hanno lo stesso gioco perché anch'essi vanno visti così. Oppure i laici più maturi, più consapevoli. Guai se ci si pone nella logica dell'elite! E facilissimo però cadere nella logica dell'elite! Una volta raggiunto un cammino, tu ti confronti sempre con i migliori, guardi sempre avanti e dimentichi di confrontarti col passo degli altri. E qui sta la grande fatica della vita monastica di ogni tempo, basta leggere un po' la storia....Io ho fatto Storia della Chiesa alla Gregoriana e un po' abbiamo lavorato su queste tematiche.  

1. La realtà monastica in Calabria - Ora vorrei parlarvi della realtà nella quale vivo. La Calabria è una terra di santi monaci. Pochissimi sono i preti santi, pochissimi i vescovi santi, ma i monaci santi sono tantissimi. I monaci italo-greci almeno 85, vissuti nei secoli VII-X quando c'era la realtà bizantina. Per darvi un'idea cronologica: la Calabria, passato il periodo romano, fu riconquistata da Giustiniano e poi rimase sempre legata al mondo bizantino dal 520-530 al 1050 quando arrivarono i Normanni. Questi 500 anni hanno determinato una spiritualità estremamente preziosa che ancora oggi si coglie nei luoghi, nella spiritualità popolare sulla quale però poi - così la leggiamo noi - si è innestata la Spagna dal 400 fino al 1900 (anche in Sicilia, un po' in tutto il Sud).

Anche se non tutti sono d'accordo, noi distinguiamo tra spiritualità popolare e religiosità popolare, legando il termine «spiritualità» alla realtà bizantina, greco-bizantina, e la parola «religiosità» a quella spagnola. La spiritualità bizantina è stata intessuta di spiritualità monastica e ancora oggi i grandi luoghi di spiritualità sono frutto di questa presenza.

Nella nostra diocesi, per esempio, abbiamo tre luoghi di spiritualità bizantina: il primo di questi è San Giovanni Theristis, recuperato dalla comunità di Bivongi, dove c'è un monaco dell'Athos da 10 anni (è arrivato nel '95) e questa presenza è molto ricca anche se non sempre è facile gestirla.

In una trasmissione televisiva, l'anno scorso, questo monaco ebbe a dire: «Sono venuto con le idee classiche di un monaco dell'Athos nei confronti della Chiesa, del Vescovo e del Papa. Torno con le idee completamente diverse perché questa Chiesa mi ha fatto cambiare idea sulla Chiesa, sul Vescovo e sul Papa». L'innesto con una realtà semplice, povera qual è la nostra e insieme con la grande armonia che ha caratterizzato le nostre reciproche relazioni, gli ha fatto cambiare idea, cioè sono cadute le prevenzioni classiche che ha un monaco dell'Athos e questa è stata per noi la più grande gioia.

Giovanni Theristis è nato a Palermo, perché la sua mamma è stata rapita da una banda di saraceni, ed è stata portata come schiava da Stilo, dalla Calabria, nell'harem del sultano di Palermo.  Lì la mamma, pur dovendosi adattare alla situazione, ha conservato in maniera gelosissima un piccolo crocifisso e ha educato alla vita cristiana il suo figlioletto. Quando questi è cresciuto - aveva 17-18 anni - lo ha costretto a fuggire facendolo salire su una nave che tornava in Calabria e gli ha dato, come segno di riconoscimento, questo crocifìsso che lei gelosamente aveva custodito. Quando il ragazzo è arrivato a Stilo, dopo un lungo viaggio abbastanza periglioso, vestito da arabo, volevano arrestarlo e punirlo. Allora lui ha mostrato il suo crocifisso e ha manifestato le sue parentele. È stato accolto nella comunità, ha ricevuto il battesimo e pian piano si è innamorato della vita di alcuni monaci che vivevano nelle grotte sopra Stilo, grotte che avevano e che hanno ancora oggi come punto di riferimento una chiesetta che si chiama «la Cattolica», e «la Cattolica» vuoi dire proprio «la chiesa di tutti». Ogni grotta aveva il suo angoletto per la preghiera però, una volta al giorno e soprattutto alla domenica, i monaci scendevano dalle varie grotte - alcune ancora oggi affrescate - e confluivano nella Cattolica, che è il tempietto greco-bizantino meglio custodito dell'Italia del sud. Ogni monaco aveva una sua vita, però poi aveva un luogo di riferimento comune, un po' come i camaldolesi e i certosini. La primizia era la cella, ma poi c'era la Cattolica, il luogo comune dove mettere le esperienze di ciascuno a servizio di tutti.

Questo giovane è entrato nel monastero ed è vissuto con grande fedeltà. All'inizio però, per metterlo alla prova, l'hanno tenuto tre giorni fuori dalla porta per vedere se era realmente intenzionato. Di lui si racconta un episodio molto simpatico: un giorno di giugno, passando per i campi, si è imbattuto in un gruppo di persone che lavorava a raccogliere il grano, ma sullo sfondo stava arrivando un temporale pericolosissimo e c'era il rischio che questo temporale distruggesse il lavoro di un anno. Giovanni li ha invitati a pregare, si è messo a pregare anche lui e quando ha alzato la testa si è accorto che tutto era stato già raccolto miracolosamente in covoni. Lui è intervenuto, ha dato coraggio ai mietitori e insieme hanno potuto salvare il raccolto. Infatti è raffigurato con la falce in mano e rappresenta il lavoro dei contadini, il lavoro della gente. E molto interessante questo legame tra mondo monastico e mondo agricolo, che è sempre esistito.

Altri due santi che noi abbiamo sono san Nicodemo nell'eremo a lui dedicato, dove è tornato un eremita di cui vi parlerò — e san Leo - nel cuore dell'Aspromonte, dove è difficilissimo arrivare anche a piedi - che viveva incidendo i grandi alberi dell'Aspromonte (non sono abeti, ma sono pini e al sud, data la temperatura, i pini diventano altissimi e particolarmente resistenti tanto che furono usati nelle basiliche romane, che sono molto grandi e che avevano bisogno di lunghe travi). San Leo li incideva, faceva venir giù la resina con la quale faceva delle palle che servivano come candele profumatissime. Allora per illuminare le case, si usavano gli avanzi dell'olio di oliva, la cosiddetta «sansa», che ha un odore cattivo, mentre le candele profumate erano ricercatissime. Lui, dice la tradizione, faceva queste candele, poi scendeva in città, soprattutto Reggio e Messina, le vendeva e dava il ricavato in dono ai poveri. La leggenda dice che cambiava la pece in pane.

Vi ho raccontato queste cose per farvi capire le immagini di riferimento che oggi le nuove realtà monastiche hanno, semplici ma efficacissime, e composte di tre elementi:  - un forte legame alla terra, con tutto quello che c'è di fatica, di impegno, di lavoro; - la massima valorizzazione delle risorse locali, che diventa anche una risposta per i problemi sociali della Calabria; - la capacità di ritrovare legami con la grande spiritualità bizantina, che li ha sempre animati tutti.

C'è un libro di Nicola Ferrante che raccoglie le biografie di tutti questi 85-90 santi di questo periodo. Io ve ne ho raccontate solo alcune, ma pensate che ogni monastero viveva a pochi passi dal paese, tanto quanto bastava per non essere disturbato. Non era il monastero di tipo benedettino, bensì di tipo basiliano. Tra Serra San Bruno e Bivongi c'è proprio questa differenza: mentre per entrare a Serra San Bruno bisogna proprio che uno sia Vescovo e che si sia prenotato prima (e adesso hanno ristretto ancor di più, con tanto di cerchia muraria... neanche per confessare accettano le persone, neanche i preti!), e questa è l'impronta benedettina più austera, l'impronta basiliana prevedeva la distanza dal paese ma non l'isolamento.

Queste nostre realtà monastiche che sono rinate guardano a Basilio, non a Benedetto, proprio perché lo ritengono più vicino alla mentalità calabrese, più legato al sud Italia, che è una spiritualità di grande cordialità, di grande immediatezza, da come guardi a come stringi la mano; c'è un linguaggio non solo in ciò che dici, ma nel modo in cui lo dici, nel tono, nel modo in cui guardi le persone...

La realtà basiliana ha colto di più questa dimensione. Essa è molto legata alla Chiesa locale, proprio perché è fatta, nella stessa regola, da un vescovo, Basilio, e Basilio ha sempre legato la sua dimensione di Vescovo con l'essere monaco. La sua stessa famiglia ha questa dimensione. Sarebbe interessante confrontare che influsso può avere la spiritualità basiliana sul monachesimo oggi riscoperto, perché secondo me permetterebbe alle vostre piccole comunità di cogliere certe preziosità che il monachesimo tradizionale ha pensato più per monasteri rigidi, grandi, con le mura attorno, molto difesi. La realtà basiliana è molto flessibile, si adatta molto meglio di quella benedettina per la dimensione che state cercando voi.

Ovviamente non per mettere in contrapposizione, ma anche qui nella regola della complementarietà. La realtà del sud, in un mondo bizantino che non aveva bisogno di difendersi, ha sempre mantenuto un legame positivo col territorio, non conflittuale né di difesa. Torri di difesa, mura...non sono mai esistiti. E anche una fragilità però. Per esempio, di tutti questi 80 santi oggi si conservano pochissime cose proprio perché la non necessità di creare cose grandi, solide, li ha resi anche fragili lungo il cammino del tempo e questo da vantaggi e svantaggi. La stessa cosa un po' per voi. Siete più flessibili, ma siete anche più fragili.  

2. Presenze monastiche in diocesi Abbiamo Bivongi, con la realtà greco-ortodossa. C'è un monaco - ogni tanto se ne aggiungono due - legato all'Athos. Questa realtà è positiva, anche se ogni tanto si impone la necessità di chiarificazione.

C'è poi la realtà di San Nicodemo, nel cuore della Diocesi, a cavallo tra la montagna e due mari (si guardano contemporaneamente il mar Tirreno da una parte e il mar Ionio dall'altra). Lì c'è un eremita che ha aperto la strada in Diocesi. E legatissimo a Serra San Bruno, praticamente ha quasi lo stesso abito, segue più o meno lo stesso orario di preghiera, anche con una preghiera notturna di un'ora e mezza-due. Vive da solo con grande coraggio perché è in un luogo molto difficile, ventoso, freddo. È veramente bravo! Si chiama Ernesto, ed è un prete diocesano che ha vissuto un'esperienza di parroco sempre molto più avanzata rispetto alle altre realtà parrocchiali, che fan fatica a capire certe cose. Pochi mesi dopo che io sono arrivato in Diocesi mi ha chiesto di iniziare questa esperienza e continuamente si verifica - e questo è molto bello - con la comunità di Serra San Bruno. In diversi periodi dell'anno sta con loro, una settimana, 10 giorni, e lo accolgono volentierissimo, lo sentono un monaco che non vive con loro, ma vive a un po' di distanza ed è praticamente come se fosse un terziario certosino.

Ed esiste poi una piccola comunità femminile di tre religiose (due professe e una novizia) che sono uscite da una congregazione di suore molto tradizionali e hanno scelto di avviare una nuova esperienza. Inizialmente si erano messe in un luogo vicino al mare, a Riace, poi hanno scelto un luogo all'interno: per che motivo? In Calabria, come credo un po' dappertutto, c'è il fenomeno dello spopolamento dei paesi interni, a vantaggio dei paesi della marina. Queste religiose hanno capito questo e hanno detto: «Facciamo la cosa contraria come nel Medioevo hanno fatto i monaci». Hanno preso una casetta vicino ad un santuario (si chiama «Eremo delle Querce» perché ci sono intorno alcune grandi querce) in una sperduta periferia di Caulonia, a Crochi. Tante cose sull'esperienza del monachesimo basiliano me le hanno insegnate loro. Fanno riferimento a Subiaco ed è bello anche questo, che cioè nessuna comunità nasce dal nulla, ma c'è sempre un riferimento ad una comunità più matura che ha iniziato prima, con cui verificarsi, con cui confrontarsi... Anche loro vivono del loro lavoro, visitano le famiglie attorno.

Poi c'è sant'Ilarione con il dono che ci avete fatto di Frédérìc, il quale è arrivato nell'aprile di tre anni fa. Io l'ho accolto anche perché legato alla figura di don Gianni Mazzillo, il padre spirituale che l'ha accompagnato e gli ho affidato un luogo molto bello, suggestivo, su un promontorio vicino ad un fiume.

Ai piedi di Gerace c'è una chiesetta che già nel nome dice l'origine spagnola: Monserrato. Nei pressi di questa chiesetta che guarda la vallata che c'è sotto, verso Locri, a 10 km circa da Locri, due sorelle hanno chiesto di iniziare una vita monastica. Proprio per questo sguardo al mare, il loro carisma, maturato un po' alla volta, è soprattutto in dimensione ecumenica. Si sono chiamate «Piccola famiglia dell'unità», anche se il nome è ancora da definire perché siamo ancora in una fase embrionale. Gerace è sempre stata una Chiesa e una città ponte fra Oriente ed Occidente. Hanno parlato greco fino al 1480, quindi hanno subito praticamente mille anni di influsso bizantino. Nella chiesa si è parlato 500 anni greco e 500 anni latino e sotto l'altare abbiamo scritto sia in latino che in greco la preghiera di Gesù: «Che siano una cosa sola.» E la ragione per cui questa piccola comunità monastica vive della spiritualità bizantina e lo sguardo al mare è l'augurio che questo mare non sia più il mare della separazione ma il mare dell'unità. Questa attenzione è rivolta anche al mondo islamico. Una delle sorelle è molto brava nel proporre la lectio divina. Pensate che sono tre anni che lei predica alle suore della Diocesi e tiene diversi corsi di esercizi ed è un dono grandissimo per me. Il fatto stesso che le suore da tre anni chiedano a lei di animare il ritiro mensile, è un segno della sua incisività e in effetti, quando parla, è molto brava. Ha fatto i ritiri al clero quest'anno sulla Prima lettera di Pietro e sono rimasti contentissimi anche perché non «li liscia» mica, eh? ! Non che li rimproveri, ma fa capire chiara la Parola di Dio, le sue esigenze. E' molto asciutta, molto sbrigativa...

Poi abbiamo, come sigillo, da due mesi, le suore carmelitane che vengono da Crotone. Quattro sono venute dal 12 febbraio a Gerace e hanno preso una casa in un luogo molto silenzioso della città, una casa antica, molto suggestiva, in attesa di restaurare un convento di cappuccini nella Piana di Gerace, un luogo dimenticato, mezzo abbandonato per tante vicende e quando le ho accompagnate io mi vergognavo dal rossore perché non era affatto dignitoso e loro nel vedere quel luogo hanno detto una frase che ci ha conquistati: «Qui dobbiamo venire, perché qui ci sentiamo attese».

E l'innesto di un'esperienza antica con un'esperienza nuova. Una suora che ha vissuto un'esperienza molto intensa di carità, ha chiesto di viverla in una zona difficilissima della nostra Diocesi. E la suora che ha vissuto con padre Pino Puglisi, suor Carolina. Lei è stata la prima ad accorrere dopo l'uccisione di questo prete quando tutte le finestre si stavano chiudendo in quel terribile 15 settembre del '93. Siccome io la conoscevo già da Crotone, le ho affidato la zona di San Luca, con gli adolescenti. Non entra nelle realtà monastiche questa qui, però fa parte di quelle esperienze di rinascita della vita religiosa più densa, a contatto con i poveri, più drammatica. Due parole ancora, perdonate, non vorrei tediarvi.

Mia madre dice che sono un chiacchierone, ma mi piace raccontare non per edificare me, bensì per far vedere la ricchezza, con cui Dio sta costruendo proprio là dove sono tante le lacrime. Da tempi antichissimi c'è un luogo monastico a Polsi, proprio nel cuore di questa montagna. L'Aspromonte non ha case, non ha paesi, non è come le Dolomiti, non c'è niente. L'Aspromonte è solo selvaggio, ma selvaggio nel senso più autentico del termine, intatto, è una bellezza primigenia, suggestiva. Questa realtà nel cuore dell'Aspromonte è nata forse nell'epoca in cui i monaci venivano esuli dall'Oriente durante la lotta iconoclasta nel 720-730 fino al famoso Concilio di Nicea II che ha approvato finalmente la le­gittimità della venerazione delle icone (787) e quindi questa esperienza ha dato a questa realtà una dimen­sione tutta particolare.

Ora c'è un importante santuario legato a due tematiche: la croce e la Madonna. È molto frequentato nel mese di settembre e una volta, fino ali 1850, c'erano gli eremiti. Una realtà che ha un riferimento indiretto ma efficace è una comunità di vita fatta di laici che si intrecciano con questa costellazione che vi ho raccontato. Si chiama «Comunità di Liberazione» e vive a Gioiosa. E' costituita da una coppia con due bambini, due ragazzi in carrozzella - un ragazzo e una ragazza -, due ragazze che vivono lì insieme, ed è un po' quello che ho visto stamattina nella preghiera, cioè questa realtà maschile e femminile insieme, una coppia... Il parroco del paese, don Giuseppe, li ha iniziati e adesso sono per noi il polmone pulsante della Pastorale del lavoro, della Pastorale sociale. Per esempio hanno la guida di tutte le «Cooperative Goel». Nella Bibbia, Goel è il riscattatore, colui che è legato alla storia di Rut e per noi è l'emblema del «Progetto Policoro» che la Chiesa italiana si è dato per aiutare i giovani nella ricerca del lavoro. Rut è l'emblema della ragazza che non si rassegna alla sua storia di dolore, ma aiuta addirittura Noemi, la suocera, a tornare con lei. E Goel è l'immagine di Booz che prende a cuore la storia di Rut e diventa l'immagine del legame, della solidarietà, della speranza, una solidarietà non soltanto affettiva, ma effettiva, anche socio­economica. Pensate che il progetto Goel è un consorzio che lega insieme 12 cooperative. La nostra forza in questo momento (lo si è visto anche di fronte ai danni operati dalla mafia su un'azienda legata ad una cooperativa) è stata quella di avere un consorzio che mette insieme le cooperative perché altrimenti la sola cooperativa crolla facilmente. I consorzi invece sono la nostra forza perché poi sono collegatissimi con il consorzio di Mila­no, quello di Trento, con la CGA che ha 1500 cooperative collegate in tutta Italia... Questa è la nostra risorsa.

La cosa bella che vedo è questa: che queste esperienze monastiche si legano tantissimo con questa esperienza laicale, anzi una dà all'altra. La realtà monastica da la spiritualità e difatti loro hanno lanciato la proposta di una preghiera proprio per le vocazioni laicali, non solo per le vocazioni religiose. Questa inter­connessione è il vero legame con la Chiesa locale: quando il vostro carisma incide in realtà simili che sono all'interno del laicato, allora veramente questa è la grande forza dell'esperienza monastica.

Ora voglio dirvi ancora qualcosa che divido così: quello che le comunità monastiche danno alla Chiesa locale e quello che la Chiesa locale restituisce alla realtà monastica.  

3. I doni delle comunità monastiche alla Chiesa locale Comincio con i doni che voi fate alla Chiesa locale, secondo la mia esperienza. Prima di tutto, quella che io chiamo «la passione per il ciclo» e cioè lo sguardo alle cose ultime della vita, alla dimensione escatologica, che non è solo la realtà finale, ma è la realtà che va oltre il presente, abituando l'uomo d'oggi a guardare in alto. Da buon trentino direi le vette, le cime. A non misurare mai il presente da questa pianura, senza nulla togliere alla bellezza del luogo. Io credo che voi dobbiate essere un po' la vetta, con il fascino dell'eroismo, con un no alla mediocrità, con qualcosa che va oltre il presente.

Salendo verso Gerace c'è scritto in latino, su due balconi, una frase, incisa sulla pietra: su un balcone c'è scritto «Novissima considera», sull'altro «ut videas bona» che significa: «Pensa ai novissimi (cioè alle cose grandi della vita, alle cose ultime della vita) perché tu possa vedere il bene». E quindi questa sintesi efficacissima: lo sguardo al ciclo non serve a perdersi nel ciclo, ma serve a dare alla terra la bellezza del ciclo. Io amo un poeta che scrive: «Senza il cielo la terra è fango, ma con il cielo la terra è giardino.» E credo che voi abbiate il compito di dare alle Chiese locali, oggi soprattutto, nel mondo tecnologizzato, stressato, la passione per il ciclo, per le cose alte, eroiche, che vaneno al di là del visibile.

Un segno ne è il canto, anche stamattina... La cosa che colpisce di più chi entra nelle vostre piccole chiese credo che sia la cura per le cose e la bellezza nella semplicità del canto. Il canto conquista tantissimo e ti fa alzare gli occhi al ciclo.

Il secondo dono che la Chiesa locale attende da voi è il gusto della Parola di Dio. Mi piace citarvi la bellissima frase di 1Pt 2,2: «...come bambini appena nati desiderate avidamente il genuino latte spirituale, grazie al quale voi possiate crescere verso la salvezza, se davvero avete gustato quanto buono è il Signore.» Questa frase credo che sia il riferimento per tutto quello che è il gusto della parola di Dio, la sua centralità, per arrivare a gustare la dolcezza di Gesù e la parola «dulcis» è una parola che i monaci, dal Medioevo, ci hanno dato in abbondanza. Noi oggi facciamo fatica a dire ai ragazzi che Gesù è dolce, sembra dolciastro, ma in realtà il Medioevo non si è mai vergognato di dirlo: «Iesu dulcis memoria», il bellissimo inno che mi ha conquistato da ragazzo in seminario e che mi è rimasto impresso tantissimo. «Iesu dulcis memoria»: non basta conoscere Gesù, non basta amarlo, bisogna gustarlo. Questo è il punto di riferimento finale e il compito che voi avete è proprio questo, è quello di farlo gustare, non solo farlo conoscere e amare. Conoscere può farlo la teologia, amare lo può fare la parrocchia, gustare tocca soprattutto a voi. Questa intimità con Lui diventa l'esperienza di trasferire la Parola alla realtà parrocchiale e qui vi auguro di interagire.

Mi piacerebbe che attorno ai monasteri nascessero, d'intesa con le parrocchie, dei luoghi dove la Parola di Dio è scrutata, gustata, dove si preparano gli animatori per i centri familiari di ascolto. In questo senso io devo ringraziare le comunità di cui vi ho parlato prima. Noi ogni anno facciamo un sussidio per i centri familiari di ascolto di tutta la Diocesi, su un libro biblico. Quest'anno la Prima Lettera di Pietro, ma abbiamo scelto l'Esodo, l'Apocalisse... Ora, queste realtà monastiche mi aiutano tantissimo ad elaborare. Io poi lo sistemo, lo metto in ordine, lo aggiusto, ma la collaborazione è preziosissima, perché c'è l'intreccio tra chi ha il tempo e lo spazio per meditare, studiare, gustare la Parola e chi ha l'esperienza pratica. Lo facciamo anche con i laici, poi lo mettiamo insieme; queste suore di Crochi lo assemblano con il computer e ne nasce un'esperienza molto intensa e credo che questo sia uno dei doni di reciprocità interessanti anche in relazione ad una scelta, pure se faticosa, che abbiamo fatto due anni fa. Il martedì sera abbiamo chiesto ai sacerdoti di non celebrare la Messa, ma di fare in tutte le parrocchie la lectio, la Liturgia della Parola. Coraggioso perché è faticoso. Dopo il primo periodo di entusiasmo, per un parroco è molto più facile dire la Messa e molto più difficile organizzare la Liturgia della Parola. Allora abbiamo chiesto che il martedì celebrino al mattino e alla sera facciano la lecito, anche perché la gente fa fatica ad andare o meglio, là dove c'è un parroco molto bravo, molto capace, la gente aspetta quel giorno, mentre dove il parroco la fa solo perché è obbligatoria, si sente la pesantezza e la gente fa fatica a venire, non c'è tanta gente. Non c'è nulla più della Liturgia della Parola che dipenda molto dal tono in cui la si fa: mentre nella Messa i gesti sono più o meno uguali, la Parola è diversa. Tutto dipende dal timbro che tu dai. Capite che la correlazione tra Chiesa Diocesana e realtà monastica si verifica soprattutto attorno alla Parola e voi siete gli specialisti di questo, non esclusivi, nella logica della primizia.

Terzo punto: siete, e non dimenticatelo mai, sorgente di speranza, in relazione alla famosa frase di Pietro quando scrive: «Non sgomentatevi per paura, ma adorate il Signore Gesù Cristo nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza, rispetto e retta coscienza». (1Pt 3, 15-16) Vi vorrei leggere ora una lettera che un ragazzo della Locride ha scritto ad un'amica. Noi abbiamo creato un sito dopo le manifestazioni di autunno dei ragazzi della Locride, in seguito all'uccisione dell'on. Fortugno. La lettera è molto bella, elencando tutto quello che è avvenuto. Un ragazzo ha risposto e ha scritto: «Grazie a voi ragazzi di Locri per ciò che fate. Ci state insegnando che nessuno potrà fermare la nostra speranza, a non avere paura, a non condividere atteggiamenti di indifferenza e disfattismo. Ma quando leggo questa frase mi salgono i brividi lungo la schiena e mi si agghiaccia il sangue, non so come...ma cosa abbiamo fatto di così grande e di così eroico? Sai - aggiunge - senza renderci conto più di tanto abbiamo liberato e fatto brillare la speranza che custodivamo gelosamente in noi. Una volta tanto l'abbiamo fatta sentire a tutti. E come ci siamo sentiti!». Poi lungo i mesi (la fatica è proprio questa) sono tornate le minacce e il ragazzo parla anche dei danni a cui abbiamo accennato prima. Poi dice: «Mi viene da chiedere: come far sì che la nostra speranza non si spenga come uno stoppino al primo soffio di vento? Sai, a volte mi sento fragile. E come se venisse a mancarmi la terra da sotto i piedi. Esiste secondo te una riserva della speranza? Esiste? O non è un po' come il coraggio la speranza... uno non se la può mica dare da solo?» È interessante questa domanda: esiste una riserva della speranza? Io credo che questa sia la risorsa più grande che devono trovare in voi. Le comunità monastiche devono essere questa riserva della speranza e ciò può essere fatto attraverso tre modalità: - una grande intercessione, affettuosa, costante, fedele; - un attento ascolto alla gente che bussa; - la capacità di un dono grandissimo - che io vi augu­ro - che è la consolazione. È il dono, forse tra i più belli, che può avere un monaco o una monaca. Quarto punto: voi potete dare alla Chiesa locale la preziosità dei piccoli. Già in comunità voi scoprite come le fragilità non vanno tagliate, non vanno isolate, non vanno tanto meno escluse, ma vanno accolte, accompagnate, sostenute: la fragilità della malattia, della vecchiaia, della crisi, della ricerca di Dio con angoscia, della ricerca di senso. È un po' come la pietra scartata dai costruttori, di cui parlava oggi la Lettera di Pietro, che diventa testata d'angolo. Io credo che ne nasce un metodo per cui le fragilità accompagnate diventano preziose. E il messaggio è questo: che la nostra fragilità non sia mai sasso d'inciampo ma diventi pietra d'angolo. E la parola «fragilità» è una delle parole più belle del prossimo Convegno di Verona. Il terzo ambito, dopo quello della vita affettiva, quello del lavoro e della festa, è proprio la fragilità, accanto alla tradizione e alla cittadinanza. Ecco, la parola «fragilità» penso che oggi sia una delle cose più grandi. Che Dio vi aiuti a curare, ad accompagnare, a sostenere le fragilità per farne forza, trasformando la fragilità in forza dentro la comunità e a chi bussa alla vostra casa. Un altro elemento importantissimo è la spiritualità di comunione che il Papa anche nell'enciclica Nova millennio ineunte raccomanda a tutta la Chiesa. Pensate, come vi dicevo, alle terre d'Oriente e d'Occidente. Ma pensate cosa vuoi dire oggi il dialogo con le parrocchie, con i movimenti e l'accompagnamento delle persone che bussano da voi, al perdono. Il perdono è un frutto grandissimo e da sempre il mondo monastico ha vissuto di questo. Io cito spessissimo la figura di fra' Cristoforo. Nel giovedì santo dicevo ai miei preti che le insidie, le prove della nostra terra ci possono rendere o come don Abbondio (paura, compromesso, gioco al ribasso), oppure come fra' Cristoforo, come - grazie a Dio - vedo che sono già. Fra' Cristoforo porta Renzo a perdonare, lui che ha vissuto, il pane del perdono. Ed è un bellis­simo itinerario quello di fra' Cristoforo. Credo che sia l'itinerario di chi, ferito nella vita, sa guarire le proprie ferite e aiuta gli altri a guarire le loro. Fra' Cristoforo è una delle figure alla quale io guardo perché I promessi sposi, letti alla luce della Locride, sono particolarmente veri: don Rodrigo lo troviamo tutti i giorni, come i bra­vi; ma c'è anche Lucia che converte l'Innominato. Non lo converte la forza, ma lo converte la fragilità di una ragazza, la quale dice: «Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia». Questa è la frase che converte l'Innominato detta da una ragazza fragile che era in fondo alla mercé di quest'uomo. Ed è bellissimo questo, no? La fragilità che converte la potenza, l'apparente potenza che anche il simbolo della fragilità di oggi, anche della realtà della Chiesa, della vita monastica. Non sarà la nostra forza esterna a cambiare la mafia, ma la nostra fermezza, come fra' Cristoforo, unita alla fede della ragazza fragile come Lucia. Poi se volete, sullo sfondo, quest'uomo la mattina si alza e sente tutte le campane sotto il suo castello che suonano. Chi stava arri­vando? La Visita Pastorale del cardinal Federigo e quindi si innesta...la gerarchia ! I promessi sposi riletti così sono di una straordinaria potenza!   E infine, il dono più bello e visibile è la terra che diventa giardino.

C'è una parola che uso tantissimo in Calabria, tanto che è utilizzata un po' da tutti, e ne sono contento: «Dio ha fatto la Calabria bella come un giardino». Ed è bello vederla così, come anche vedere la cura che avete voi: la chiesa, le aiuole... La bellezza nei monasteri la si coglie subito ed è una bellezza interiore che poi si trasferisce esteriormente. Uno dei luoghi belli, forse più belli della Calabria, è Serra San Bruno. Perché? Perché da 900 anni i monaci hanno trasferito la loro bellezza interiore alla bellezza esterna del paesaggio. E la contaminazione positiva: cioè, il bene interiore diventa un dono che si fa a tutti e io l'ho messo al vertice perché ritengo che la parola «giardino» ci sia in tutta la Bibbia. È la parola che mi piace di più perché Dio comincia la sua creazione da un giardino. È vero che l'uomo viene escluso dal giardino, ma il giardino gli resta dentro e tutta la vita dell'uomo è un cercare di rientrare in questo giardino, in una terra dove scorre latte e miele. Pensate al Cantico dei Cantici, pensate a Isaia 61-62, «...la tua terra avrà uno sposo, come un giardino...»; Gesù muore e viene sepolto in un giardino; in un giardino Maria di Magdala incontra Cristo e l'Apocalisse finisce nel giardino finale dove la sposa passeggia. D'altra parte la controprova qual è? I paesi di mafia sono bruttissimi perché il brutto interiore si trasferisce nel brutto esteriore: trascurati, disordi­nati, sporchi, vandalici.... Ecco perché, alla luce di questo lungo discorso, è ancora più preziosa la realtà monastica in Calabria, perché per rifare ciò che la mafia distrugge non è che occorrono i carabinieri (temporaneamente occorreranno anche quelli), ma occorre soprattutto la ricostruzione etica, spirituale, culturale, che nasce dalla spiritualità soprattutto di questi centri che sono i luoghi monastici.  

4. I doni della Chiesa locale alle comunità monastiche E ora, se avete ancora un minuto di tempo, vi dico quello che la Chiesa locale può dare a voi per rendere più bello il vostro carisma, per impreziosire già la terra che avete. Non si tratta di aggiungere, ma si tratta di fare più bello, nella linea della complementarietà.

Prima di tutto, una Chiesa, una Diocesi vi darà sempre il dramma delle ferite della terra: ferite spirituali, etiche, morali, culturali, sociali. Ogni zona del Trentino è bella da una parte e drammatica dall'altra, senza più riferimenti, con sempre più problemi che nascono.

Io sono religioso stimmatino, una congregazione nata a Verona durante la Rivoluzione Francese da San Gaspare Bertoni. La congregazione è sorta intorno alla chiesetta delle stigmate di San Francesco, poi ha assunto una spiritualità che ha come punto di riferimento la pagina del Vangelo dove Tommaso incontra Cristo non attraverso un libro, neanche attraverso una predica di Gesù, ma attraverso le ferite di Gesù, ferite che, nella lettura dell'enciclica Dominum et vivificantem, con un'intuizione bellissima, il Papa dice: «Le ferite di Cristo si trasformano in feritoie della grazia» e gioca sui termini italiani ferite/feritoie.

Le ferite sono il luogo attraverso il quale passa lo Spirito Santo. Tommaso è l'uomo che nelle ferite vede le feritoie. Perché nelle ferite si può continuare a vedere solo le ferite, ed è il dramma del presente: pensate alla depressione, pensate ai problemi di oggi. Trasformare le ferite in feritoie è la gioia più grande personale ed ecclesiale che uno può provare. Allora qual è il senso? La Chiesa locale, pone davanti a voi le ferite dell'uomo. A voi la grazia, non da soli, ma insieme alla comunità locale, di far sì che le ferite si trasformino in feritoie. E la parola «trasformare» è stata molto usata, con grande lucidità, da Papa Benedetto, a Colonia, durante la Giornata mondiale della gioventù. Se avete letto i discorsi, lui lega insieme la trasformazione esistenziale del male in bene, della notte in giorno, al mistero eucaristico. Poi usa quella bellissima espressione della «trasformazione ontologica», quasi una «fissione nucleare» — dice — da cui derivano per ricaduta tutte le trasformazioni.

La parola «trasformazione» è preziosissima per il mondo d'oggi perché non butta via nulla, neanche il male. Il male Dio non lo butta via, né lo taglia, ma lo trasforma in bene. Solo Dio può fare questo; neanche il buon eroe antico, mitologico, faceva questa cosa. Gli eroi antichi come Ercole distruggevano il male, non lo trasformavano. Solo la croce trasforma il male in bene. -

Secondo punto: la vostra sobrietà di vita aiuta anche noi a viverla in relazione al territorio. La parola «sobrietà» è più moderna della parola «povertà», non perché la parola «povertà» non vada bene, resta intatta nella sua bellezza, ma come la misuri tu la povertà? Come si fa a sapere la misura evangelica della povertà? Se tu prendi il permesso del superiore, hai una realtà oggettiva, perfetta sul piano legale, ma non hai la dimensione concreta di relazione al territorio, per cui la stessa cosa può essere ovvia in un ambiente e non esserlo in un altro. Per esempio, le suore di Madre Teresa fanno la doccia raramente perché dicono: «L'acqua è un bene prezioso che non tutti han­no». Noi ce l'abbiamo a disposizione e facciamo la doccia quando vogliamo, anche una-due volte al giorno. Le suore di Madre Teresa dicono: «Sì, noi lo potremmo fare, non è che ci manchi l'acqua. Non è che vogliamo restare sporche. L'acqua c'è, però ci sono popoli nel mondo, e sono la maggioranza, che non hanno la disponibilità d'acqua che abbiamo noi». Capite il senso? Allora nasce un nuovo criterio di povertà che non è relazionato al permesso, al criterio giuridico, ma è relazionato al contesto, a un contesto che vedi e ad un contesto anche che non vedi ma che senti ugualmente tuo e, anche se attorno a te l'acqua c'è in abbondanza, la usi con parsimonia perché non c'è in altri luoghi. Ecco perché la prima cosa che le Missionarie della carità fecero a New York, quando il cardinale preparò la loro casa con i criteri di una comunità tipica d'America, fu quella di buttare via tutte le comodità che ogni comunità normalmente ha, dicendo: «La nostra relazionalità non è legata al criterio medio, ma al criterio dei più fragili, dei più piccoli».

Guardate che è interessantissimo questo criterio, perché non ti fa mai mai ritenere a posto. Ecco che quindi accanto a ciò che voi date, c'è anche una realtà che ricevete. Il terzo elemento che voi ricevete è la spinta missio­naria. Non dimenticate mai che l'Europa è stata evangelizzata in gran parte dai monaci, e questo è bellissimo. Pensate ai monaci scozzesi, pensate all'evangelizzazione dell'Inghilterra quando Papa Gregorio manda i monaci e a metà strada gli scrivono una lettera impaurita: «Non ce la facciamo, ma dove ci hai mandato? Ma tu non ti rendi conto! Non ce la faremo mai!» quasi un «Mandaci indietro, è troppo grande il compito!». E quest'uomo li incoraggia: «Non preoccupatevi». Pensate a Cirillo e Metodio (Cirillo è il vero monaco: monaco, intellettuale, capace di leggere la Bibbia, capace di leggere la liturgia, capace di incarnarla nella lingua del luogo, crea addirittura la scrittura....).

Ecco, io credo che sia importantissimo per voi innestarvi nella nuova evangelizzazione, nel modo che Dio vi indicherà, ciascuno secondo la propria capacità. Ed è bellissimo il raccordo tra l'evangelizzazione di ieri, come hanno fatto i monaci, e quella di oggi, come Dio chiama voi.

Il quarto elemento - e concludo - è il rapporto con i movimenti, che sono una grandissima forza. Io giungo ora appunto da un incontro con i Focolari. C'è una riscoperta della vita consacrata tramite Chiara Lubich: ci si consacra tramite l'esperienza del movimento. Ieri a Castelgandolfo eravamo quasi mille tra sacerdoti e seminaristi da tutto il mondo e lì ci hanno mostrato un video. Hanno chiesto a Chiara: «Ad un prete in crisi lei cosa direbbe?». E lei ha risposto: «A un prete in crisi direi di ritornare non alla propria esperienza di consacrato, di prete, ma di cristiano». L'esperienza di essere autenticamente cristiani ti restituisce il gusto di essere prete. I movimenti hanno oggi questo grande valore nella Chiesa: di darci l'autenticità di base e credo che sia importantissimo collegarsi con essi perché sono una ricchézza enorme: focolarini, catecumenali, Rinnovamento nello Spirito, ognuno col suo stile. Pensate a quante realtà sono nate intorno a questi movimenti. Infine c'è la necessità di raccordare le nuove comunità monastiche con le comunità monastiche antiche, tradizionali: anche qui c'è il bisogno di complementarietà.

Chiudo con la parola con cui ho iniziato. In questa direzione, il ruolo del Vescovo è decisivo perché diventa cardine per tutte queste realtà: parrocchie, santuari, movimenti, associazioni, vita monastica tradizionale, vita religiosa. L'elemento visibile di unità è il Ve­scovo, ma non lui da solo. C'è bisogno di un dialogo costante all'interno della Chiesa locale.

Da Il Deserto e la Terra. L'esperienza monastica nella chiesa locale, Verona 2007, pp.57-82.