Piccolo Eremo delle Querce

Un viaggio dentro il Monachesimo

di suor Maria Gina Codispoti

Pubblicato dalla rivista "Feeria" (Comunità di San Leolino, Panzano in Chianti)    

La recente pubblicazione di Per eremi silenziosi (Lindau, Milano 2010) dello scrittore russo Vasilij V. Rozanov è un interessante sguardo sulla realtà profonda del monachesimo da riscoprire all’interno di quell’ortodossia che, rinascendo dalle ceneri della Chiesa di Bisanzio, è al centro delle riflessioni di molti pensatori russi i quali hanno potuto dare voce alla rinascita dello spirito di quel profondo popolo.      

1. Lo «spirito russo». Una breve introduzione  

«Gli stessi pellegrinaggi di san Sergio, e poi le innumerevoli generazioni di santi russi – suoi figli, nipoti e pronipoti spirituali – susseguitesi fino ai nostri giorni, hanno portato con sé l’insegnamento russo, la cultura russa, [...] l’idea russa nella sua integrità, ogni aspetto della vita che essa determina». Con queste parole, tratte da un saggio sulla mistica dal titolo La lavra della Trinità e di San Sergio e la Russia (in P.A. Florenskij, La mistica e l’anima russa, San Paolo, Cinisello Balsamo 2006, intr. di N. Valentini e L. Zák, p. 149), Pavel A. Florenskij (1882-1937) – la cui genialità si espresse nei diversi campi del sapere scientifico, filosofico, teologico e artistico – ben sintetizza quel periodo storico che comprende complessivamente i primi venti anni del Novecento considerati, per il grande fervore culturale, spirituale, sociale e politico, come un vero e proprio «rinascimento russo», secondo la definizione del filosofo Nikolaj Berdiaev nella sua Autobiografia spirituale (Vallecchi, Firenze 1953, pp. 153-180). Un periodo storico assai fecondo, sia per la vastità e l’originalità di esperienze culturali e artistiche, sia per la nascita del “pensiero religioso russo”, che scaturisce con nuovo vigore dall’antica santa Russia, dalla tradizione slavofila, ma, particolarmente, dall’eredità spirituale consegnata attraverso le opere di F. Dostoevskij, N. Fëdorov e Vl. Solov’ëv. Si tratta, insomma, di una fioritura culturale che abbraccia ogni campo del sapere, ma che pure presenta, al suo interno, non poche contraddizioni per l’espandersi di multiformi spiritualismi spesso di natura messianica e apocalittica, ma anche forme più elaborate di teosofia e perfino di spiritismo. Tuttavia, ciò che colpisce in questi pensatori russi è il richiamo ad una cultura le cui radici sono indubbiamente cristiane, al punto che la fonte cristiana risulti essa stessa garante di quel nuovo pensiero che si affaccia all’inizio del secolo. E cioè, il richiamo ad una cultura che tragga alimento e vita dal “culto”, come ebbe a dire il grande poeta Vjaceslav Ivanov, morto a Roma nel 1949, il quale, riprendendo un’intuizione comune a molti pensatori russi recenti, «la vedeva intimamente legata al “culto”, ma anche ad una lunga storia, all’esistenza di un popolo» (T. Spidlík, Alle fonti dell’Europa, Lipa, Roma 2004, p. 145).

Una cultura, quindi, che se da un lato rimane legata al “culto”, dall’altra si contrappone, in quanto tale, a quella cultura moderna occidentale che con i suoi processi razionalistici e riduzionistici ha finito per erigere un muro di separazione tra sé e la fonte della vita eterna mentre ha liquidato le radici ontologiche e mistiche della cultura cristiana, ignorandole del tutto e concretamente nella loro relazione originaria con Cristo. Da qui si comprende l’importanza del “rinascimento russo” nell’espressione dell’identità dello “spirito russo” che, «come osservava con acutezza e ironia lo scrittore e pensatore religioso Vasilij Rozanov, al quale Florenskij rimase legato da amicizia fino agli ultimi anni di vita, “non necessariamente è genio, poesia, prosa, filosofia strabiliante. No, è una maniera di vivere, e cioè qualcosa di molto più semplice e, forse, più complesso [...]. Ma qual è il significato ultimo di questo spirito e dove sono i suoi frutti eterni? Il russo non fa che guardare all’eternità [...]. Diamo poi qualcosa delle caratteristiche dello spirito russo! Io penso ce ne siano due fondamentali: la dolcezza e la radicalità (l’assenza di mezze misure)”» (cit. da N. Valentini, op. cit., p. 11). Insomma, dolcezza spirituale e radicalità che, come dice ancora Rozanov, sono «dentro il nostro stesso sangue, nel fuoco ardente delle nostre aspirazioni» (p. 11), ma tuttavia resi visibili grazie alla presenza di tanti monasteri che la mistica russa ha generato.    

2. Nel silenzio degli eremi  

Dolcezza e radicalità, allora! E sono proprio questi tratti ad accompagnarci in questo viaggio dentro alla spiritualità ortodossa, orientato pure alla riscoperta di un cristianesimo quanto mai ricco di sfumature e colto da angolature diverse. Vasilij V. Rozanov (1856-1919) – autore, tra l’altro, di un interessante commento alla Leggenda del Grande Inquisitore di Dostoevskij che gli valse l’attenzione del mondo letterario di Pietroburgo – intraprese, insieme alla moglie Varvara Dmitrievna e ai figli Tanja e Vasja, il viaggio ai tre monasteri legati alla figura del beato Serafino di Sarov mosso dalla speranza di poter migliorare così la salute della figlia Tanja, di nove anni. Durante questo viaggio per gli eremi di Sarov, Diveev e Ponetaevo, Rozanov ebbe modo di osservare il grande numero di pellegrini di ogni ceto sociale che affollano le strade e circondano le mura dei monasteri, in attesa di una guarigione miracolosa. Non solo. Egli si spinge dentro alle celle dei monaci, fino a seguire, con un certo stupore, le monache impegnate nei lavori dei campi, nella cura dell’eremo, nelle preghiere estatiche durante il culto, rimanendone estasiato: «Si tratta di una grande forza e di una grande bellezza! Non dimentichiamo che tutte quelle monache sono pronte a ubbidire a un semplice cenno, poiché così è nel loro spirito, appartiene al cammino che hanno scelto! Quella stessa ubbidienza è un elemento positivo, poiché in tale caso le è conferito un senso preciso, non conosce caos» (p. 16). Rozanov non si limita, quindi, a riferire gesti e consuetudini del monastero, ma mette in evidenza quelle caratteristiche che ne fanno un luogo preciso in cui il cristianesimo trova un proprio “stile”, una sua identità che è possibile cogliere, tra l’altro, in espressioni come “luogo di unità e integrità”, “solidità”. In tal modo, il monastero rappresenta un richiamo inevitabile per tutti, affascinati non solo dalla bellezza spirituale che promana dai gesti liturgici, ma anche, soprattutto, dalla santità scandita dal ritmo di una vita straordinaria che unisce alla quotidianità dei gesti il gusto della preghiera. Una santità che redime chiunque si accosti alle mura di un monastero. Non è un caso, infatti, che Rozanov rifletta sul mistero del cristianesimo come “guarigione” che, secondo lui, «non viene colto allorché si immagina di poterlo fondere con un trionfo della cultura: elementare, sano e immediato. Non è un caso che i templi antichi fossero pieni di vitelli, agnelli, colombi, pieni cioè di una salute pre-umana, mentre le nuove chiese sono piene di storpi, ciechi e paralitici. Non è neppure un caso che nel Vangelo siano incastonati tanti racconti di “guarigioni”» (p. 25). Infatti, per Rozanov Cristo inaugura una nuova sostanza, un altro spirito, portando la parola di salvezza, cioè di guarigione. Si tratta di una parola che Cristo porge a quanti, pur nell’afflizione e nel dolore, attendono una risurrezione o una trasfigurazione, mentre là dove c’è autosufficienza non c’è cristianesimo, in quanto viene a mancare ciò che nella condizione umana spinge l’uomo ad uscire da se stesso: «Bisogno, sete, fame – è su questo terreno arroventato che il cristianesimo lascia cadere di rimando preziose gocce d’acqua» (p. 26).

Si potrebbe ancora continuare, ma è evidente che le riflessioni scaturiscono sempre da quel senso di stupore e di incanto suscitato dai monasteri la cui realtà, in mezzo a un vero deserto di storia e di cultura, testimonia non solo la ricchezza spirituale, ma anche la presenza del divino incarnato nella bellezza aritistica delle loro cupole e delle croci, nella cura degli spazi monastici, nella compostezza, quasi regale, dei monaci e delle monache negli atti liturgici. È qui, infatti, che si ritirarono, come lui stesso riferisce più volte, «anime forti e ricche di poesia» (p. 13).    

3. Il monastero luogo di bellezza  

«Padri e fratelli: che cos’è un monaco? Nel mondo, fra la gente istruita, questa parola viene pronunciata oggigiorno con un certo sarcasmo, e da taluni persino con un’ingiuria. E più si va avanti, peggio è. Ma è vero – oh, sì, è vero – che fra i monaci sono molti i parassiti, i dissoluti, i lussuriosi, e gli oziosi impudenti. [...] Eppure vi sono anche tanti monaci umili e pii, avidi di solitudine, di silenzio e di fervida preghiera. [...] In solitudine, custodiscono intanto, nella purezza della verità divina, intatta e sublime, l’immagine di Cristo che è stata tramandata dagli antichi padri, dagli apostoli e dai martiri, e quando occorrerà la mostreranno al mondo, ormai vacillante nella sua verità. È un’idea grande. E sarà dall’Oriente che comincerà a rifulgere» (F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Mondadori, Milano 1994, pp. 434-435). Con queste parole, che Dostoevskij fa pronunciare allo starets Zòsima, tocchiamo con mano l’importanza e il valore culturale della presenza monastica non solo per ciò che riguarda la tradizione spirituale, ma anche per la cultura in generale che trae dall’esperienza monastica alimento e motivo di riflessione fino a convergere verso una visione della vita che abbraccia l’uomo nella sua integrità umana e spirituale. Da qui, allora, la bellezza che rifulge dal monastero, per quella «luce che attrae perfino gli atei» (Per eremi silenziosi, cit., p. 63). Pur nella complessità della sua esperienza di scrittore, Rozanov – sebbene alla fine del viaggio dichiari di tornare finalmente alla sua vita di sempre – non si allontanò mai più dalla fede, ma anzi, come recita il titolo di una sua opera, rimase per tutta la vita intorno alle mura della chiesa, riconoscendola, tutto sommato, come la «sola realtà poetica» su questa terra, in grado di attingere ricchezza e bellezza non solo dalla tradizione mistica del passato, ma anche dalla cultura: «Non fu la Chiesa a generare i monasteri, bensì questi ultimi a dare vita alla Chiesa, a decretarne l’ordinamento e lo spirito, l’abito e i propositi. I monasteri sono quelle piccole isole primordiali che, immerse nell’antico oceano del paganesimo, iniziarono a saldarsi tra loro fino a formare il continente della Chiesa. Gli antichi Padri e Maestri [...] erano già monaci, erano i padri romiti del deserto» (p. 10).