Laboratorio di Spiritualità e Tecnica dell'Icona "LA GLIKOPHILOUSA"

Studi

 

CREATIVITÀ - ARTE TERAPIA - ICONE 

Prof.ssa Simona Valente

«È la percezione creativa, più di ogni altra cosa, che fa sì che l’individuo abbia l’impressione che la vita valga la pena di essere vissuta. In contrasto con ciò vi è un tipo di rapporto con la realtà esterna che è di compiacenza, per cui il mondo ed i suoi dettagli vengono riconosciuti solamente come qualcosa in cui ci si deve inserire o che richiede adattamento. La compiacenza porta con sé un senso di futilità per l’individuo e si associa all’idea che niente sia importante e che la vita non valga la pena di essere vissuta. In maniera angosciante molte persone hanno avuto modo di sperimentare un vivere creativo in misura appena sufficiente per permettere loro di riconoscere che, per la maggior parte del tempo, vivono in modo non creativo, come imbrigliate nella creatività di qualcun altro o di una macchina.» (Winnicott, Gioco e Realtà, Armando, cap. V, p. 119)  

La creatività espressa nell’arte è valida sia come spinta interiore che come mezzo di comunicazione e, in quanto espressione dell’unicità individuale non  può essere fatta al posto di un altro e ogni attività creativa deve essere un’espressione libera e non un’imposizione.  

L’Arte-terapia parte da questi presupposti e dalla considerazione che ogni oggetto artistico prodotto porta con sé due aspetti: uno legato alla presenza reale e l’altro legato a ciò che rappresenta.  

L’ART THERAPY è iniziata in Inghilterra negli anni ’40, soprattutto come terapia di gruppo, ed era utilizzata sia per i reduci di guerra che per le persone lungodegenti, come nuovo mezzo di riabilitazione e comunicazione, con l’obiettivo di fornire, mediante un’occupazione creativa, la possibilità di rielaborare esperienze drammatiche e di accedere al linguaggio inconscio.  

Più precisamente la “Terapia attraverso l’Arte” nasce nel Devon nel 1942 in una comunità terapeutica che invitò a collaborare con i terapeuti, artisti ed artigiani di tutte le forme d’arte: è questa la principale fonte di provenienza dei membri fondatori della scuola di Art-Therapy, almeno per alcuni anni.
Contemporaneamente negli ospedali alcuni artisti avevano il ruolo di “facilitatori”, lavoravano cioè con i pazienti e i disegni venivano poi esaminati dagli psichiatri.
L’insoddisfazione degli artisti per il loro ruolo collaterale però li spinse a fondare un’associazione per prepararsi teoricamente e psicologicamente al rapporto con i pazienti e i loro prodotti.
Negli anni sessanta fu fondata la Scuola di Arte Terapia, con gli obiettivi di favorire lo sviluppo di questa nuova forma di cura, di formare i futuri terapeuti, di chiarire il loro ruolo nel sistema sanitario (inglese), di organizzare il training e le modalità d’intervento e di ottenere la collaborazione dei medici.  

L’impulso maggiore questa nuova scuola lo ebbe dal movimento dell’Antipsichiatria (Lang, Cooper, Gooffman, …) che combatteva le cure tradizionali, rivendicando il valore di tutte le forme di espressione e di comunicazione. Gli psicotici avevano così la possibilità di esprimere con i colori e la pittura quello che verbalmente era troppo difficile per loro. Soprattutto nei pazienti cronici si osservavano dei notevoli mutamenti e il prodotto artistico non era valutato come mezzo di diagnosi, poiché l’attenzione era posta alle interazioni di gruppo durante l’attività, al ruolo di questa attività per il gruppo e l’individuo, oltre che naturalmente all’arte come mezzo di espressione individuale.  

Negli anni settanta, a Londra,  fu creato un corso universitario di Arte-terapia: si approfondì lo studio della materia, sia artistica che psichica, si sperimentarono tutte le potenzialità che questo strumento offriva e man mano che procedeva la formazione di nuovi arte-terapeuti aumentava il valore attribuito alle attività creative e al loro effetto terapeutico.  

Arte-terapia: le caratteristiche  

I requisiti richiesti all’operatore di arte-terapia, oltre alla laurea, sono un background artistico e un training terapeutico.
L’arte-terapeuta deve conoscere e saper usare i materiali che ha a disposizione ed essere consapevole dei processi inconsci che agiscono durante l’attività.  

Il setting è lo spazio del laboratorio, che dovrebbe essere sempre lo stesso, rispettato dagli altri per ciò che concerne i lavori contenuti e i materiali d’uso, con cadenze ed orari stabili nel tempo. Il tavolo dove il paziente lavora, il foglio stesso, sono i luoghi dove è possibile creare, dove nasce l’opera. Questo spazio potenziale è difficile da costruire e facilitarne la creazione è uno dei compiti più importanti del terapeuta.
Il disegno è uno strumento di dialogo, di rapporto e le interpretazioni sono rarissime. La possibilità di utilizzare questo mezzo dipende soprattutto dal clima di fiducia instaurato: se ciò accade, il paziente o in gruppo elaboreranno emozioni, approfondiranno la loro personale conoscenza nella sicurezza di avere un luogo dove stare con se stessi e con gli altri senza pericolo, dove ritrovare ogni volta la tangibile espressione dei propri sentimenti.  

Dare un titolo contribuisce al contenimento delle emozioni e delle pulsioni e il proprio oggetto artistico può assumere il suolo di sostegno per affrontare il disagio, nel disturbo narcisistico ad es., attraverso i meccanismi di compensazione fantastica o di identificazione con figura idealizzate e potenti.    

L’arte-terapia utilizza un processo che va dal momento di nascita dell’illusione della creatività primaria a quello della costituzione di uno spazio potenziale di comunicazione, all’uso di simboli per esprimere la realtà interna, fino alla capacità di usare il processo creativo come evocazione ed elaborazione di tutte queste fondamentali esperienze.
L’arte-terapia utilizza un processo che va dal momento di nascita dell'illusione della creatività primaria a quello della costituzione di uno spazio potenziale di comunicazione, all'uso di simboli per esprimere la realtà interna, fino alla capacità di usare il processo creativo come evocazione ed elaborazione di tutte queste fondamentali esperienze.
Marion Milner, in Disegno e Creatività, afferma che «pare ci sia stata un'epoca in cui anche la stessa facoltà della coscienza era percepita come totalmente creativa, ed essere consapevole di qualche cosa era averla creata».
Più la funzione trasformatrice è attribuita al lavoro artistico, più il paziente sarà incoraggiato a trovare al di fuori dalla terapia dei momenti di relazione con la realtà, arricchendosi di nuovi elementi.

L’Icona

Perché anche l’iconografia, pur non presentando, formalmente, le stesse caratteristiche dell’arte-terapia può avere forti valenze terapeutiche? Questo appare sia nelle similitudini che nei contrasti tra le due attività.  

Ambedue realizzano delle proiezioni personali ad altissima valenza simbolica che sono fonte di rispecchiamento e di conferma del sé, duttili e ricche di stimoli e affrontano in modo diverso il conflitto tra la spinta a rendersi autonomi ed il bisogno di dipendenza.  

“Mi dice chi sono, le dico chi sono”, afferma un paziente di fronte al suo disegno, mentre l’iconografo si pone in relazione con l’oggetto primario, la madre o il padre oltrepassando in ambedue i casi la comunicazione verbale per un più diretto accesso alla funzione simbolica. Il simbolismo dell’immagine è sostenuto e rafforzato dalla concretezza dei materiali, dallo scandirsi delle fasi di lavorazione – o dal setting – dal rapporto con il maestro – terapeuta.  

Il successo nella ricerca di riscontro alle proprie rappresentazioni dipende dalla qualità della risposta che deve essere congruamente coerente con l’obiettivo dell’attività, in un ambiente idoneo alle esigenze degli utenti: rassicurante, contenitivo, simbolicamente arricchente o totalmente neutro, a seconda dei casi. La spinta al potenziamento della funzione simbolica e della capacità rappresentativa hanno poi in fondo lo scopo di ricreare il copione della propria vita.    

L’aiuto all’insicurezza per le proprie capacità di successo proviene dalla passibilità di utilizzare materiali già pronti – collages, fogli colorati… - pur nell’assoluta libertà di scelta della terapia, o dalla necessità di copiare, almeno inizialmente, modelli stabiliti, universali e tradizionali, con tecniche antiche e ripetute nei secoli nell’icona. L’apparente passività cela e autorizza la ricerca di portare alla luce i propri sentimenti e il personale stato d’animo che ci ha condotto alla scelta di quel particolare soggetto e i sentimenti che suscita in noi in quel preciso momento l’aver scoperto uno schema nel caos e nella confusione interne.
A colmare la paura del vuoto, del foglio bianco, ecco l’incisione sul lewkass, dopo aver copiato il disegno, in una tavola-contenitore sia di immagini che di emozioni, dove la scelta avviene in un ambito delimitato,  in un continuum che ci mette in ideale comunicazione con gli iconografi che ci hanno preceduto e ci propone come testimoni del passaggio di contenuti tradizionali ma proiettati verso il futuro.
Comune è il sostegno al desiderio di esternare contenuti buoni, armonici e gradevoli alla vista, come riscontro alle proprie rappresentazioni interne e come balsamo per le proprie ferite narcisistiche, per avvicinare le reale rappresentazione del sé e il proprio ideale: rappresento non una madre qualsiasi, non un padre distratto, ma…!  

Il processo primario legato al piacere di lasciare dei segni, propri segni personali ed unici, si intreccia con l’esame di realtà del prodotto da completare, con la sua cornice, i colori, le forme incise, il tema scelto… in un interscambio continuo, sino al raggiungimento di un risultato condiviso.   La "reverie" della madre o del terapeuta che ci permette di abbandonare la razionalità, almeno per un pò di tempo, ha molti punti in comune con il laboratorio di iconografia dove, nel momento di maggior coinvolgimento, la realtà sembra sfumare e divenire irrilevante.
Il piacere dell'acquisizione pratica del gesto pensato si fonde con l'anelito al trascendentale, alla nostra identità più profonda, alla ricerca di senso delle nostre azioni e fantasie.
Resta sulla tavola l'espressione di un'interiorità essenziale, di un paradosso vitale: ciò che rappresentiamo è invisibile ma profondamente vero e concreto per noi, ne cerchiamo lo sguardo e desideriamo che anche quello degli altri ci riconduca a rivolgere gli occhi al volto che è creato da noi, ma è stato in grado di trasformarci.