Laboratorio di Spiritualità e Tecnica dell'Icona "LA GLIKOPHILOUSA"

Studi

 

INTERIORIZZARE CONTEMPLANDO

L’Icona della Trinità

sr Renata Bozzetto

Gregorio di Nissa parla del "movimento innato dell'anima che la porta verso le sommità della bellezza spirituale"[1], e S. Basilio del "desiderio ardente ed innato del bello"[2]. Questo senso della bellezza spiega la cultura così raffinata dell'icona.

La bellissima icona qui riprodotta è il capolavoro dei monaco A. Rublèv, dipinta dal santo iconografo in memoria di San Sergio, eremita, dolce e povero, dal volto scavato dall'ascesi e illuminato dalla preghiera, fondatore della Grande Laura della SS. Trinità a Zagorsk e "adoratore della Santissima Trinità".
Il punto di partenza dell'icona è una scena luminosa della vita di Abramo (Gen 8): "Il Signore apparve ad Abramo atte querce di Mamre, mentre egli sedeva all'ingresso della tenda nell'ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui”.
Nel seguito del racconto quei tre uomini sono chiamati "messaggeri" o "angeli". Tutto ciò era sufficiente per leggere in quella pagina un'apparizione del Dio Uno e Trino ad Abramo. E' così che i Padri a partire da Cipriano, Cirillo di Alessandria, Agostino e Dionigi l'Areopagita, hanno riletto quell'episodio. La liturgia canta: "Benedetto tu, Abramo, che li hai visti e hai accolto la Trinità, uno in tre".
Il messaggio più evidente che dunque traspare da questa venerata icona è che Dio è comunione, "Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore, chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio in lui" (1Gv 4,8-16). Dio: un amore che accorcia anche le più astrali distanze (cfr Lc 15,4-32) e che nell'umiltà si fa ospite discreto (cfr Fl 2,6-3). Tre sono la Vita, due, sono la sterilità. L'impotenza umana di dare la vita è arrivata, presso Abramo e Sara, al punto in cui ogni speranza è inconcepibile, assurda (cf Gen 18,12).
Dio, facendosi ospite, fa uscire Abramo dal guscio in cui si trovava rinchiuso con Sara. I due troveranno la loro più feconda relazione in quella dei Tre che sono venuti a visitarli.
Come dice il poeta Ivanov: "Purché il terzo sia presente e quel terzo sia l'Amore".
"L'uno è solitudine, due è il numero che separa, tre il numero che supera la separazione; l'uno e il molteplice si trovano riuniti e circoscritti nella Trinità: è l'ordine ineffabile nella Divinità dove ciascuna delle Persone è nelle altre"[3].

Questa scena è un'icona nella quale ci raggiunge quell'amore imperscrutabile, inaccessibile, incommensurabile che hanno tra di loro le santissime tre Persone. Questo Amore, ha la sua sorgente in un abisso sprofondato nel cuore del Padre. A chi sta, dunque, dinanzi all'icona il Signore appare. Entra a casa sua come ospite.
In un linguaggio più teologico, potremmo dire che Dio, nel suo tenero amore, raggiunge l'uomo nel suo punto più basso e sterile, dove il segno del peccato è più grande. Lì Dio, rendendosi ospite, fa uscire l'uomo dalla propria chiusura, lo attira come descrive il Cantico dei Cantici, in un rapporto amoroso grazie al quale gli apre la possibilità di una completa trasfigurazione.

Guardiamo ora direttamente l'icona, per raccogliere qualche sua parola come immagine che sveglia in noi l'amore di Dio.
I tre viandanti sono all'ingresso della tenda, l'edificio, seduti sotto le querce di Mamre, l'albero, e stanno consumando il cibo rappresentato dal calice posto al centro della mensa.
I Tre sono pellegrini perché tengono in mano i lunghi bastoni dei pellegrini, bastoni rossi perché provengono da molto lontano e perché l'amore per Abramo li ha messi in cammino. Nell'antichità il bastone rosso era un significativo segno riservato ai grandi maestri, a coloro che insegnavano con autorità.
Gli Angeli siedono su scanni gialli e poggiano i piedi su piedistalli elegantemente ornati con oro. Questo significa che vengono da un altro mondo che trascende il nostro, pur non essendo estraneo, poiché sgabelli e predelle poggiano sulla nostra terra verde.
Il fatto poi che i Tre siano seduti su troni uguali sta ad indicare che entrambi hanno la stessa signoria e autorità. I colori dei vestiti sono: il rosso, il verde, e il rosa-lillà. Il "blu di Rublév", ricamato dai lapislazzuli, pietre preziose che egli usava, è il colore che accomuna i Tre e richiama il ciclo: è segno della loro divinità, immaterialità, assoluto.

L'occhio in contemplazione passa da un personaggio all'altro. Inizia col "Paraclito", a destra, e si sposta verso il Padre, a sinistra, al quale lo Spirito "rende testimonianza", mentre il Figlio, al centro, che riposa in sinu Patris, si lascia da lui condurre al Padre che all'infuori di lui "nessuno ha mai visto" e al quale "nessuno può venire se non per mezzo del figlio”.
Gli atteggiamenti degli Angeli, disposti a cerchio, rappresentano una conversazione-consulto di famiglia. L'oggetto della conversazione li fa radiosi: i loro volti emanano e ricevono luce e sono circonfusi da un nimbo bianco, si direbbe che sono glorificati.

Così, sulla destra dell'icona c'imbattiamo col Personaggio il cui mantello è verde, colore della vitalità rigeneratrice, dell'acqua, della fertilità che da vita, della primavera, della giovinezza, della maternità, come la vegetazione che germoglia dalla terra.
"L'Angelo di destra, - scrive il teologo P. Evdokimov - non pone alcuna questione: è lo Spirito Santo. La dolcezza delle linee dell'Angelo di destra ha qualcosa di materno. Egli è il Consolatore (Gv 14,1-17), ma è anche lo Spirito della Vita. Egli è Colui che da la vita e nel quale tutto ha origine. Egli è il terzo termine dell'Amore divino, lo Spirito d'Amore"[4]. Lo Spirito è l'oblatività dell'agape divina: egli è tutto consenso al Padre e al Figlio e sta davanti a loro in perfetta umiltà e disponibilità. A Lui viene affidato il compito di portare a compimento ogni santificazione, è il dono del Padre e del Figlio all'uomo affinché anche l'uomo possa sedere al banchetto eterno. Egli è lo Spirito della comunione.

Al centro è riconoscibile il Figlio, fattosi uomo per amore. Egli ha una spalla scoperta, indica che è stato mandato, ha camminato e ha compiuto la sua missione.
Questo fatto è indicato anche dalla stola d'un vivo giallo-oro. Inoltre il suo vestito rosso-sangue rimanda alla profezia di Isaia: "Chi è costui che viene? (...) con le vesti tinte di rosso? (...) Perché rossa è la sua veste? (...). Nel tino ho pigiato da solo e il sangue è sprizzato sulle mie vesti" (Is 63,13). Benché seduto frontalmente rispetto a noi, il figlio rivolge il suo sguardo interamente verso il Padre. In modo incessante il Figlio contempla il Padre e sonda le infinite profondità del suo seno. Il braccio destro appoggiato sulla mensa si abbassa, mentre la mano conserva ancora il gesto della benedizione impartita ai suoi discepoli "quando si staccò da loro" (Lc 24,51); la sua mano sovrasta una coppa. Fin dall'antichità il significato simbolico della coppa era quello del vaso che conteneva la bevanda dell'immortalità. Gesù è il contenuto della grande coppa. Egli è sacerdote e vittima. Egli tiene gli occhi fissi sul Padre perché intercede e offre se stesso in nostro favore (cfr Eb 9,24), atteggiamento accentuato dal capo chino e dall'incrocio delle ali.

Se ci volgiamo poi verso la terza figura, quella a sinistra, notiamo che egli ha le spalle coperte dal mantello trasparente, la testa eretta, la mano benedicente che sta per sollevare mentre guarda l'angelo di centro. Egli è il Padre che accoglie il Figlio resuscitato da morte e salito al cielo ed è rappresentato nell'atto di inviare lo Spirito Santo, per la preghiera di Gesù (cfr Gv 17). Il Padre presiede il banchetto eterno e solleva il braccio per benedire l'offerta del Figlio, in forza della quale siamo santificati (cfr Eb 10,5-10)
Il manto trasparente e di colore indefinito, avvolge le sue spalle e il corpo tutto intero. Lascia trasparire solo una piccola parte della tunica, all'altezza del petto. Ritroviamo quello stesso colore negli altri due personaggi: il Figlio e lo Spirito procedono dalle profondità del Padre. L'insondabile, Lui "che abita una luce inaccessibile" (1Tm 6,16); proprio come canta il salmo 103: "Mio Dio quanto sei grande! Rivestito di maestà e di splendore, avvolto di luce come di un manto".
Il Padre guarda dinanzi a sé, nella direzione dello Spirito. E' lui che invia lo Spirito Amore, dice Gesù. Così si completa il movimento circolare che ogni volta si ripropone di nuovo: lo Spirito ci conduce al Figlio, il quale, nella sua offerta ci fa volgere interamente verso il Padre, il cui sguardo previamente ci manda lo Spirito. Questo movimento tematico è sorretto dall'insieme delle linee e delle forme della composizione: il movimento parte dal­la figura di destra, il cui atteggiamento è tutta ricettività aperta a colui che contempla. Seguendo la curva delle sue ginocchia, del braccio, della spalla e della testa, arriviamo alla figura centrale, e la direzione della testa e delle spalle di questa ci sospinge verso la terza figura. In quest'ultima, attraverso le pieghe del mantello, tutto converge all'altezza delle mani, nella profondità del suo seno. In questa bella ed elaborata composizione riconosciamo che il Padre è principio e origine di tutto ciò che esiste e che tutto sussiste nella sua mano.

"Tutto sembra movimento, animazione... e tuttavia... Tutto è là tranquillo, come immobile! Lago di montagna, al primo mattino, e cascata che discende dalla collina.
In questa gioia concelebrata, trovano il loro riposo. Ciascun si quieta nello tesso slancio che lo apre sull'Altro! Pace radiosa in cui ciascuno si confida all'altro! Quiete senza nome! Semplicità! Semplicità! Semplicità di Dio".  

Luce è il Padre. Luce da luce è il Figlio!
Luce è lo Spirito Santo, Fuoco nei nostri cuori!
Trinità Santa, noi ti adoriamo.  

Amore è il Padre! Grazia è il Figlio!
Comunione è lo Spirito Santo!
Trinità Santa, noi ti adoriamo.  

Potenza è il Padre! Sapienza è il Figlio!
Bontà è lo Spirito Santo!
Trinità Santa, noi ti adoriamo.  

Pensiero è il Padre! Parola è il Figlio!
Gemito è lo Spirito Santo!
Trinità Santa, noi ti adoriamo.       
        

Esaposteilario della Pentecoste


 NOTE

[1] S. GREGORIO di NISSA, De nominis opificio, PG 44,161C.
[2] S. BASILIO, Regulae fusius tractatae, PG 32, 909BC.
[3] EVDOKIMOV PAVEL, Teologia della bellezza, Ed. Paoline, p. 232.
[4] Ibidem,p.292.