Piccolo Eremo delle Querce

San Giovanni Therestis

monaco basiliano

Di san Giovanni Theriste (o Therestis) ci parlano due vite e due canoni liturgici, di cui uno si ritiene sia stato scritto da san Bartolomeo di Rossano; ma i due testi in prosa si differenziano per molti particolari dai canoni, i quali mostrano di dipendere da una narrazione biografica più antica, non pervenutaci. La tradizionale fattura degli inni si limita a brevi accenni agli episodi della vita del santo, che il sacro compositore considera noti a tutti; e le due vite sembrano composte in età abbastanza tarda: nel 1217-1218 la prima, detta vita A, scritta in un greco poco corretto e molto popolare; in età successiva la seconda, detta vita B, molto più controllata nella lingua e coerente con l'altra nella narrazione.

Il santo era nato a Palermo durante l'occupazione araba dell'isola, figlio di una schiava cristiana, oriunda di Cursano vicino Stilo. I canoni parla­no di lui come di un giovane saraceno, mentre le vite affermano che era stato concepito a Cursano e la vita B aggiunge che il padre era un arconte (esponente della nobiltà cittadina). La madre gli aveva donato di nascosto un'educazione cristiana e quando il figlio ebbe raggiunto l'età giovanile, lo sollecitò a lasciare Palermo per andare a farsi battezzare a Stilo, la sua patria avita.

San Giovanni Theriste, monaco basiliano, icona

Il giovane accolse volentieri l'invito, si imbarcò di nascosto e, munito solo di una croce, sbaragliò facilmente ogni resistenza, alla quale tutti i testi dedicano brevissimi, ma discordanti accenni, e giunse direttamente a Stilo. Il suo cammino è simile a quello di tanti altri asceti che tra i secoli IX e XI lasciarono la Sicilia per trasferirsi in Calabria e risalire, poi, tutta l'Italia meridionale fino a Roma. Ma due particolari mi inducono a credere che nel tempo narrato la dominazione araba sia in crisi e i Normanni siano alle porte: la facilità della fuga di un giovane saraceno, vero o presunto che fosse, e la rotta verso Stilo, che non è certo la via più diretta per il nord. Accolto ostilmente in terra cristiana, il giovane riuscì a manifestare le sue pie intenzioni ed a farsi battezzare. Il vescovo che, secondo le vite lo aveva sottoposto alla prova di una minacciata immersione nell'olio bollente, battezzandolo, gli impose il suo nome, Giovanni, come aveva fatto il patriarca di Gerusalemme, Elia, con sant'Elia il Giovane. E proprio ammirando un'icona di san Giovanni Battista, il giovane comprese il suo bisogno interiore della vita ascetica e riuscì a farsi accettare dai padri di un monastero vicino Stilo, anche se essi all'inizio si erano mostrati molto riluttanti ad accoglierlo, data l'età e l'apparente immaturità spirituale di Giovanni.

Dagli scarsi accenni dei testi a noi pervenutici, si può capire che sia vissuto nel silenzio e nella mortificazione. Stava a lungo solitario a pregare immerso nell'acqua gelida; ma percorreva anche le campagne, ed allora i suoi occhi erano solleciti a comprendere gli umili bisogni della gente. Il miracolo che gli diede l'appellativo di "mietitore" (questo è il significato del vocabolo greco theristis) è ambientato fra i contadini angariati da un potente signore, credo un feudatario normanno, detto, un po' sprezzantemente, "satrapo". Dovevano mietere il grano del padrone ed erano affaticati: san Giovanni li ristorò, con il pane ed il vino che miracolosamente bastarono per tutti; poi, approfittando di un improvviso e violento diluvio, a loro insaputa (erano scappati a mettersi in salvo), fece sì che la messe fosse tutta pro­digiosamente raccolta e sistemata nei covoni, accorciando notevolmente la loro fatica.

Anche l'altro miracolo di cui ci parlano tutti i testi prende di mira un "satrapo" che, tornando dalla caccia, vide il santo immerso nell’acqua vicino ad una grotta dove era solito ritirarsi a pregare e, credendo che fosse intento a lavarsi, si scandalizzò, come se fosse un'azione troppo lussuosa per un monaco. Il frutto di questa mormorazione fu un fuoco interiore irresistibile che cessò soltanto quando il cacciatore chiese perdono a san Giovanni tramite la madre. Ambedue questi miracoli, ed un terzo, a favore di un altro normanno, Ruggero, guarito da una piaga al volto, si conclusero, dicono le vite, con il dono al monastero di possedimenti in località ancora oggi note. Ma le preghiere dei canoni ci parlano della carità del santo verso tutti i sofferenti e gli afflitti, i peccatori e gli oppressi, di cui egli è taumaturgo e «rinomatissimo medico di tutte le malattie e di tutti i mali».

San Giovanni Theriste, monaco basiliano, icona

Il monastero di san Giovanni Theriste, fondato verso la metà del secolo XI, godette successivamente della benevolenza dei signori normanni, che edificarono la sua chiesa in forme monumentali, i cui ruderi sono oggi ammirati e venerati. Li aveva riscoperti Paolo Orsi cento anni fa e poi queste venerande rovine avevano subito un nuovo vergognoso abbandono. L'intensa attività, anche economica, del monastero durante il medioevo è ben attestata da 51 documenti greci pubblicati da André Guillou. Ad Atanasio Calceopulo esso appare come una grossa azienda, spiritualmente desolata ed economicamente dissestata: egli si sofferma a visitarla per ben 12 giorni, dal 10 al 22 novembre 1457. Successivamente, in età moderna, i monaci ritennero pericolosa la permanenza in un luogo solitario e si trasferirono nell'abitato di Stilo, dove costruirono un nuovo grosso complesso monastico, anch'esso poi decaduto e di recente restaurato. Da allora, pertanto, il territorio ha due monasteri di san Giovanni Theriste ed il primo è noto anche come san Giovanni Vecchio. La persistenza della memoria del santo, sempre costante fra Stilo, Pazzano, Bivongi e Monasterace, è stata da alcuni anni incrementata dalla presenza dei monaci atoniti, che hanno chiesto ed ottenuto la custodia del monastero vecchio, riportando quelle vetuste mura, che io ricordo abitate dalle vacche, alla nobilissima funzione di casa di preghiera e centro di spiritualità monastica ortodossa.
La memoria di san Giovanni Theriste ricorre il 24 febbraio.

(D. MINUTO, Profili di santi nella Calabria bizantina, Reggio Calabria 2002, pp.77-79)