Piccolo Eremo delle Querce

San Leo d'Africo

monaco basiliano

Per conoscere san Leo abbiamo tutto, tranne le notizie letterarie o documentarie. Ci sono le reliquie, custodite nel suo santuario di Bova, il culto, i miracoli. Le informazioni sulla sua vita ci vengono date dalla tradizione, condensata in una preghiera narrativa, detta "raziuni", cioè orazione (oppure anche "canzuna") "di santu Leu". Sappiamo, così, che il santo, nato a Bova, da giovinetto andava a scuola «al convento» (probabilmente il monastero della santissima Annunziata di Africo).

San Leo d'Africo, monaco basiliano

Ma, a un certo punto, scompare. Il «padre priore» manda due scolari a cercarlo ed essi lo trovano dentro una gora, che «faceva penitenza e orazioni». Il padre priore, allora, invitò gli scopritori al silenzio, perché Leo andava preso «con parole dolci», e intanto si mise a preparare l'abito per monacarlo. Sappiamo, dunque, da questi primi versi della "raziuni", che il giovane Leo amava l'ascesi eremitica con semplicità e umiltà già prima di ricevere l'abito angelico; e che aveva un carattere forte, all'occorrenza anche brusco. Poi la "canzuna" ci dice che «un giorno san Leo volle partire, per la via della montagna volle andare». Dunque, aveva accettato di entrare nel monastero ma, come succede agli esicasti, sentiva la necessità della vita solitaria, sui monti e non dentro le mura di un cenobio.

Fra Bova e Africo c'è un altipiano, detto Campi di Bova, assai esteso ed ancora oggi notevolmente boscoso. Qui, dunque, si ritirò san Leo, e l'equivalenza di Bova ed Africo come luoghi della sua esperienza ascetica ha ingenerato nel tempo una sen­sibile rivalità di culto fra le due popolazioni. San Leo, dice la sua "raziuni". restò gran tempo con i "picari"; si era costruito un fornellino per la pece e una volta la trasformò in pane: e questo fu il suo primo miracolo. La vita solitaria, dunque, accanto alla preghiera comprendeva il lavoro, e questo era faticoso, umile ed alla stregua della più semplice classe sociale, quella dei boscaioli che ricavavano la pece dagli alberi. Infatti san Leo è raffigurato con la scure ed il pane di pece. Il suo primo miracolo e poi la notizia tradita che san Leo vendeva la pece a Messina a benefìcio dei poveri, indica la sua umile carità. Se andava a Messina, probabilmente questa era già tornata ad essere una città cristiana. Perciò ritengo che san Leo sia vissuto durante l'età normanna. La tradizione afferma anche che san Leo risiedeva a lungo a Rametta, una delle fortezze bizantine di Sicilia più refrattarie all'occupazione araba. Effettivamente si venera ancora oggi vicino Rametta un santuario di san Leo, ma comunemente si ritiene che si tratti di san Leone, il celebre vescovo di Catania il quale, peraltro, si vuole fosse stato, prima, decano dei sacerdoti reggini.

San Leo d'Africo, monaco basiliano

Quando san Leo, dice la "raziuni", sentì vicino il trapasso, «al suo convento volle tornare». Anche questo è un bisogno frequente degli eremiti: tornare alla comunità nei tempi forti della vita terrena. Era viandante, malandato, affaticato. Chiese perciò, senza remore, a un pecoraio: «Mi devi portare in collo». Per accontentare l'asceta, il lavoratore lasciò la sua bisaccia; ma questa lo seguì volandogli dietro fedelmente. San Leo chiese al pecoraio di avvertire il padre priore, perché desiderava confessarsi. Ma questi, all'annunzio, fece un gesto arrogante di stizza e restò con il braccio paralizzato. Allora si mise ad invocare san Leo, promettendogli una chiesa. E quando la chiesa fu finita, commenta la "canzuna", le campane si misero a suonare da sole. Il suono delle campane, a Bova, è tradizionalmente collegato con san Leo: quando si diffonde la notizia che qualcuno ha bisogno urgente dell'intervento del santo, tutte le chiese si mettono a suonare per invitare alla preghiera i devoti. La "raziuni" termina con il racconto di un intervento prodigioso e deciso a favore del popolo. Dopo il terremoto del 1659, Bova non era in grado di pagare i debiti al fisco. Allora san Leo va dal re di Napoli. «Sacra Corona, disse, appena entrato/ date udienza al mio parlare»./ «Con porte chiuse! Chi vi ha fatto entrare?»/ «Il cielo e la terra con il bel mare»./ «Vorrei sapere come vi chiamate/ nome e cognome, di che casato siete»./ «Io mi chiamo Leo, il Rosaniti,/ il protettore della società./ Sono avvocato dei Pedavoliti (un quartiere dell'odierna Delianova, che si vuole formato da oriundi bovesi),/ pure li aiuto nelle necessità./ Il pagamento dei bovesi/ lo dovete ridurre di trecento ducati,/ io sono bovese e voi mi conoscete/ e vi chiedo solo questa carità».

San Leo desidera che ci si rivolga a lui con confidenza umile e riverente. Altrimenti, sa rimproverare. È grandemente taumaturgo e i suoi miracoli sono umili interventi nella vita quotidiana: guarigioni; protezione dal fuoco; provvigione di olio; avvertimento a un ladro di oggetti sacri; pressante invito a un vescovo perché la smetta di sentirsi stanco e celebri i vespri; ritrovamento di importanti oggetti smarriti; protezione dal fuoco e dalle cavallette. Un certo numero di questi miracoli è raccolto in un libretto di don Ercole Lacava. Una sua devota riceve speciali ispirazioni dal santo. Non sa scrivere bene, ma quando sente il suo invito, si mette un foglio sulle ginocchia e scrive sotto dettatura. È stata miracolata dal santo ed ha lasciato la sedia a rotelle. Ora ha circa ottant'anni ed è in piena attività. Ha ottenuto una grande distesa nei Campi di Bova e vi ha costruito una chiesetta per invito del santo. Sopra la chiesa ha costruito degli appartamenti e spera che possano diventare un monastero, che aiuti i preti e le suore sviati dalla loro vocazione. È stupefacente come abbia potuto raccogliere con le elemosine i soldi necessari per tale opera e, alla sua età, guidare i lavori nel cuore della montagna. Il santo l'ha obbligata a buttar via tutti gli abiti neri, perché non gli piace il lutto. Ricordo che una volta le ordinò di preparare una cena per tutti quelli che sarebbero andati a pregare nella cappellina della sua casa. Questa devota non sapeva chi si sarebbe presentato, ma imbandì la tavola esattamente per il numero di persone che in effetti si recarono alla funzione. Io ero fra queste persone.

San Leo è patrono di Bova, compatrono dell'arcidiocesi di Reggio, che ora comprende anche Bova. La sua festa si celebra il 5 maggio, ma gli africoti, per distinguersi dai bovesi, amano solennizzarla dopo sette giorni, il 12 maggio.

(D. MINUTO, Profili di santi nella Calabria bizantina, Reggio Calabria 2002, pp.80-82)