Piccolo Eremo delle Querce

La fede del nostro popolo

“Sempre più c’è bisogno, oggi, di radici profonde, ben innestate nel terreno, capaci di resistere alla violenza dei venti. Abbiamo cioè bisogno di alberi solidi, che diano freschezza con la loro ombra ed insieme siano punto di riferimento certo e duraturo”.                                                         mons. GianCarlo Maria Bregantini

 

Abbiamo trovato questi alberi dalle radici profonde, alti e rigogliosi, tra le nostre querce antiche, metafora di interiore bellezza e fede profonda: sono i nostri santi monaci ed eremiti, discepoli del grande Basilio, che tra il IX e l’XI secolo costituirono in Calabria una nuova “Tebaide”, la cui fama si espanse, attraverso tutto il mondo bizantino, fino a Costantinopoli ed a Gerusalemme.

La nostra esperienza monastica

Scrive A. Pertusi: «Parlar dei monaci e dei monasteri della Calabria bizantina significa cercare di rintracciare le origini e delineare l’evoluzione non solo della vita religiosa, ma anche di quella spirituale, culturale, sociale ed artistica di tale regione nell’alto Medioevo».

Qui nella Locride in particolare, all’ombra di questi alberi secolari, noi godiamo della fresca e perenne presenza dei nostri santi fratelli monaci Nicodemo, Giovanni Theriste, Ieiunio, Antonio del Castello, Leo d’Africo, che fin dai primi secoli dell’era cristiana hanno segnato la vita del nostro popolo, respirandone gli affanni, le fatiche  le attese, abitando loro vicino, in dimore poverissime dove tuttavia non mancava qualche libro della Scrittura e spesso un’icona.

Monastero di San Giovanni Therestis - Bivongi

Infatti, desiderando ardentemente essere ‘cristiani’ e tra loro ‘fratelli’ per piacere unicamente a Dio e pregustare la gioia delle nozze con l’Agnello, questi santi monaci stavano, come Elia, alla presenza del Signore, in umiltà mansuetudine e pazienza. I salmi,  la loro incessante preghiera. L’ascesi, l’impegno quotidiano.

E poi il lavoro: «non bisogna credere che i monaci calabresi – scrive Jules Gay – non conoscano altro ideale che quello di una vita contemplativa, di preghiera e di salmodie. Sono insieme coltivatori e copisti; essi dissodano il suolo, sradicano gli alberi, piantano la vite».

Dunque, appartati ma non isolati, custodi vigilanti della loro reciproca diligenza, per vivere il primato della contemplazione nella tranquillità e nel silenzio, custodendo la stabilità dei pensieri e la purezza del cuore, in obbedienza e familiarità con le Scritture. Ma anche partecipi alla vita e alle necessità della Chiesa locale, vicini alla gente e al territorio, ospitali con i pellegrini e solidali con i poveri, operatori di pace, fautori di giustizia e promotori di cultura.