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"Alzati e mangia" (1Re 19,1-8)

 

[1]Acab riferì a Gezabele ciò che Elia aveva fatto e che aveva ucciso di spada tutti i profeti. [2]Gezabele inviò un messaggero a Elia per dirgli: «Gli dei mi facciano questo e anche di peggio, se domani a quest'ora non avrò reso te come uno di quelli». [3]Elia, impaurito, si alzò e se ne andò per salvarsi. Giunse a Bersabea di Giuda. Là fece sostare il suo ragazzo. [4]Egli si inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire, disse: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri». [5]Si coricò e si addormentò sotto il ginepro. Allora, ecco un angelo lo toccò e gli disse: «Alzati e mangia!». [6]Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre roventi e un orcio d'acqua. Mangiò e bevve, quindi tornò a coricarsi. [7]Venne di nuovo l'angelo del Signore, lo toccò e gli disse: «Su mangia, perché è troppo lungo per te il cammino». [8]Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l'Oreb.

Dopo aver stroncato audacemente il dilagare dell’idolatria annientando i profeti di Baal presso le rive del torrente Kison, Elia è trasportato dalla mano di Dio ad Izrrel, dimora della regina Gezabele. Gezabele, che intanto aveva appreso la notizia del massacro dei servi di Baal, scatena la sua ira contro il profeta e gli manda un messaggero con minacce di morte.

 

“Impaurito, si alzò e se ne andò per salvarsi”

Elia, che aveva osato sfidare con sferzante ironia la corte di Samaria (1Re 18,26), ora è colto dalla paura e dall’angoscia di fronte all’imminente persecuzione. Sentendosi deluso, quasi tradito da Dio che tace così come aveva taciuto Baal dinanzi ai suoi sacerdoti, fugge impaurito per salvarsi e si dirige verso sud. Giunto a Bersabea, ai confini del deserto, fa sostare il suo ragazzo e poi s’inoltra quell’ ”orrido e terribile” luogo di silenzio (Dt 8,15). Vuole affrontare il deserto da solo, sfidando la solitudine. Un gesto imprudente, direi incomprensibile, per un uomo stanco e abbattuto. Sembra quasi lasciarsi morire: aveva lottato per il suo Dio, aveva dato tutto se stesso, ed ora il suo Dio lo abbandona!

 

”Ora basta, Signore!”

Dopo una giornata di cammino, nell’aridità di un paesaggio inospitale, il profeta s’accascia all’ombra di un ginepro e desidera la morte. È al culmine: il dolore del cuore ha logorato la sua forza (cfr. Sir 38,18), e dinanzi a lui c’è lo spettro di una fine inutile ed ingloriosa. Il quadro è denso. Ma nell’atteggiamento di Elia non c’è passività e rassegnazione, ma un grido di vita e di fede, nell’intima percezione della propria povertà: “Io non sono migliore dei miei padri” (v.4). Il profeta attende un segno.

 

“Alzati e mangia”

Il segno giunge attraverso un angelo, che lo tocca e gli porta da mangiare. S’interrompe così il silenzio di Dio, con l’amorevolezza di un invito: “Alzati e mangia!” E l’uomo si tira su, si mette in piedi. E riprende un dialogo, forse mai interrotto, con la vita. Poi si riaddormenta. Il testo lascia trapelare discretamente il travaglio psicologico del profeta, che sta cercando pian piano di prendere coscienza dell’intervento di Dio. Ha bisogno di essere visitato ancora, toccato, soccorso, rifocillato, quasi per essere confermato di ciò che gli sta accadendo, cioè che non un viandante qualunque, ma Dio lo ha soccorso! E l’angelo torna di nuovo, lo sveglia e lo invita a mangiare dicendogli che il cammino è ancora lungo e che c’è una missione da compiere.

 

“Con la forza di quel cibo camminò fino al monte di Dio”

Confermato dalla seconda venuta dell’angelo, il profeta si rimette in cammino, alla ricerca di una risposta che possa gettare un fascio di luce su un mistero rimasto ancora insoluto: “Perché Dio, l’ha lasciato solo e, di fronte alla sua paura, ha tardato ad intervenire?” Ed ancora: “Ha avuto senso il suo ministero?”

 

 

Proviamo a riflettere sul testo:

Diamo un senso alle nostre FUGHE

Perché un capovolgimento radicale nella vicenda di Elia? Come mai Dio gli ha fatto sperimentare l’incertezza, la paura, l’angoscia? Domande che interpellano anche il nostro vissuto. Di certo, come il profeta, talvolta anche noi corriamo il rischio di sentirci troppo sicuri di noi stessi, di ritenerci gli unici ‘puri’ dinanzi ad una cerchia di corrotti. Per questo abbiamo bisogno di liberarci dall’insidia dell’autoesaltazione o, più semplicemente,  dall’inganno di un sottile autocompiacimento. Come Elia, anche noi abbiamo bisogno di entrare più a fondo nel mistero di Dio!

 

Diamo un volto alle nostre ATTESE

Cosa può fare un uomo abbattuto e sfinito nel deserto dei propri fallimenti se non rannicchiarsi sotto un ginepro e ripercorrere a volo d’uccello la propria vita guardandosi dentro senza maschere!? Talvolta tocchiamo il fondo, pare che ci si abbandoni all’apatia, ed invece questo è il momento in cui dobbiamo lottare aspramente tra il desiderio di ‘tirare a campare’, di “trascinarci” e l’attesa fiduciosa di Dio.

 

Diamo un’opportunità alle nostre RISORSE

Quando ormai tutto sembra finito, giunge la voce di Dio attraverso il linguaggio della compassione. Così per noi. Dio non ci lascia soli: anche quando ci lasciamo andare al “sonno” della sconfitta, “non si addormenta, non prende sonno il custode d’Israele” (Sal 121, 4). Questa certezza interiore può darci la forza di ricominciare lentamente, con un pizzico di fede in più. E questo avviene in modo progressivo, nel naturale evolversi di emozioni, tensioni, stati d’animo. Corpo, psiche e spirito guariscono, tra il “sonno e la veglia”, fino al risveglio totale di noi stessi ad una vita non più subìta ma affrontata con coraggio. Via la rassegnazione e la mediocrità!

 

Diamo un’anima ai nostri PROGETTI

Con lucidità e slancio propositivo il profeta raccoglie i cocci degli interrogativi che ancora lo inquietano e riprende il cammino. Non importa la chiarezza, e non serve vagare nel deserto delle cose insolute, leccandoci le ferite. Ciò che conta è osare ancora perché c’è un varco, una sfida, un progetto da realizzare. L’iniziativa è di Dio, che ci ama, ci chiama e ci manda.

 

L’esperienza di Elia suscita MOLTEPLICI INTERROGATIVI.

-        Nella nostra vita ci sono dei motivi che ci fanno ingoiare bocconi amari? E noi come reagiamo?

-        Rispondiamo con una fuga dall’impegno, attribuendo agli altri anche le nostre responsabilità?

-        Ci è mai capitato di addormentarci, come Elia, sotto il ginepro? E poi, cosa è capitato?

-        Quali sono le nostre attese?

-        C’è anche per noi un invito: “Alzati e mangia!”. Secondo te, chi può farci un invito simile?

-        Stiamo camminando da uomini liberi? Abbiamo una meta da condividere con gli altri?

Ci interroghiamo su progetti, futuro?

 

Alcuni input per la preghiera e per la vita:

-        dai un senso alle tue fughe

-        gestisci bene le attese della vita

-        valorizza le risorse che hai

-        punta su un progetto di vita