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"Ritorna sui tuoi passi" (1Re 19,9-18)

[9]Ivi entrò in una caverna per passarvi la notte, quand'ecco il Signore gli disse: «Che fai qui, Elia?». [10]Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita». [11]Gli fu detto: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore». Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. [12]Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. [13]Come l'udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all'ingresso della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: «Che fai qui, Elia?». [14]Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita».

[15]Il Signore gli disse: «Su, ritorna sui tuoi passi verso il deserto di Damasco; giunto là, ungerai Hazaèl come re di Aram. [16]Poi ungerai Ieu, figlio di Nimsi, come re di Israele e ungerai Eliseo figlio di Safàt, di Abel-Mecola, come profeta al tuo posto. [17]Se uno scamperà dalla spada di Hazaèl, lo ucciderà Ieu; se uno scamperà dalla spada di Ieu, lo ucciderà Eliseo. [18]Io poi mi sono risparmiato in Israele settemila persone, quanti non hanno piegato le ginocchia a Baal e quanti non l'hanno baciato con la bocca.

 

 Sorretto dalla forza datagli dal pane di Dio, Elia si mette in cammino per quaranta giorni e quaranta notti: è TEMPO di preparazione, di ricerca, d’attesa. Giunge all’Oreb, il monte della rivelazione a Mosè e, come Mosè, scala quella santa montagna. Vuole incontrare Dio e chiedergli spiegazioni. È il ritorno dell’uomo alle fonti di una fede purificata dalla notte del dolore e del silenzio.

 

“Che fai qui, Elia?”

Scalata la santa montagna, il profeta entra in una caverna per passarvi la notte: un luogo di rifugio, certo, ma anche un luogo simbolico, un luogo della memoria per Israele, poiché Mosè era stato raggiunto dalla teofania di Dio mentre se ne stava rannicchiato nella cavità di una rupe (Cfr. Es 33,22). Il Signore lo chiama e lo interroga: “Che fai qui, Elia?”, come dire: “Ti rendi conto che sei giunto sul monte sacro? Hai le carte in regola per poterti accostare a questo luogo? Cosa ti ha spinto ad oltrepassare il limite che ho imposto al mio popolo?” (cfr. Es 19,23). Ed Elia presenta il suo curriculum di profeta segnato dal dramma personale e dal volto deturpato di un popolo che ha abbandonato l’alleanza. Confessa la sua delusione, la sconfitta e la paura che hanno smorzato l’ardire del suo ministero: “Sono rimasto solo ed…hanno tentato di togliermi la vita” (v.10).

“Ecco, il Signore passò”

Quell’uomo rannicchiato nel buio di una caverna, che ha sfogato il suo tormento facendo memoria dinanzi a Dio dei suoi fallimenti , è chiamato ora ad uscire allo scoperto: “Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore”(v.11). Ed il profeta obbedisce, ed “ecco, il Signore passò”. È il momento cruciale del discernimento. Dio passa, ma come riconoscerlo? “Ci fu un vento impetuoso…, …un terremoto, …un fuoco”: sceneggiature spettacolari, care all’immaginario collettivo di un popolo che aveva da sempre amato teofanie di potenza. “Ma il Signore non era nel vento, …non era nel terremoto, …non era nel fuoco”. La pedagogia di Dio s’evolve e chiede all’uomo di non cercare più “segni”, ma la via dell’interiorità. L’unico segno “sottile”, sobrio, essenziale: “il mormorio di un vento leggero”, “il suono di un sottile silenzio”, che Elia, udendo, riconosce perché è passato attraverso tante prove, fino al silenzio di Dio.

“Su, ritorna sui tuoi passi”

Dio ha atteso Elia, si è fatto trovare nel silenzio vibrante di un’infinita tenerezza. Ora lo invita a tornare sui suoi passi, a cercarlo ancora nel quotidiano. Dovrà gettare il suo mantello su Eliseo, comunicargli cioè la sua esperienza.

 

Pellegrini alla RICERCA

Proviamo a farci compagni di viaggio del profeta fino all’Oreb. Del resto, lo siamo ogni qualvolta lo smarrimento interiore mette in discussione la nostra fede e ci induce a cercare Dio tra la folla dei nostri dubbi insoluti. Portiamo così il fardello che ci opprime sino al nostro Oreb, che può essere un luogo spirituale (un momento di preghiera, un dialogo edificante con qualcuno, una buona confessione) oppure un luogo fisico che evoca in modo forte la presenza di Dio (un pellegrinaggio ad un santuario, un angolo tranquillo della nostra casa dove ci mettiamo in ascolto della Parola di Dio, meditandola e pregandola). Cerchiamo, poi, un riparo nella cavità di una rupe che ci dia sicurezza nella notte che stiamo vivendo. Torniamo, cioè al cuore, al centro di noi stessi, ed attendiamo che Dio ci parli ancora e getti un fascio di luce sulle nostre tenebre di disorientamento e di peccato. E lì Dio ci visita con una domanda: “Che fai qui?”, dandoci l’opportunità di sfogare la nostra pena, di consegnare al Suo cuore la solitudine del nostro smarrimento, di guardare con i suoi occhi la nostra vita; non perché Lui abbia bisogno delle nostre parole, ma perché siamo noi ad avere bisogno di fare chiarezza in noi stessi, dinanzi a Lui. E in quel momento di verità ci sentiamo figli e, come i figli, non abbiamo timore di dire a Dio: “Perché mi hai lasciato solo? Perché hai permesso che mi smarrissi? Perché non sei intervenuto?”

Mendicanti di VERITÀ

A queste nostre domande segue, come nella vicenda del profeta, un invito: “Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore”. Esci da te stesso, dalle tue categorie mentali, dal tuo modo di giudicare la storia! Fermati, fai silenzio, non ragionare troppo, non cercare spiegazioni razionali! Sul monte della Sua presenza attendi di incontrarlo in maniera nuova. Ed il Signore, a questo punto, passa. Scorrono le immagini delle tante bufere che ti hanno sconvolto, ma lì non lo trovi. Richiami alla mente e al cuore il terremoto che ha sconquassato la tua vita, il fuoco che ha finito per bruciarti l’anima, ma anche lì non riesci a scorgere la sua presenza. “Perché, Dio, non eri in quel vento impetuoso, in quel terremoto spaventevole, in quel fuoco divoratore? Perché hai nascosto la tua potenza?” E mentre t’affanni a cercare una risposta, viene quel mormorio di vento leggero che ti rasserena, ti pacifica, ti riconcilia. Finalmente comprendi che la venuta di Dio, il suo Natale, è tenerezza materna che si rivela nella notte del mondo, nella Betlemme della nostra vita ordinaria, in umiltà silenziosa e povertà accogliente. La brezza tenue della sua presenza ti costringe a cambiare atteggiamento, a cercarlo come Dio-con-noi: bimbo che nasce, uomo che suda, Dio che muore ed, infine, risorge perché tu possa credere che la notte del dolore è stata assunta e trasfigurata dalla sua venuta.

Profeti di SPERANZA

Tacitato da quella voce sottile, anche tu, come quel profeta di fuoco, ritorni sui tuoi passi. È il ritorno al quotidiano, ma non alla vita di prima. C’è una novità che ti dona ali come di aquila perché tu possa volare in alto e guardare il mondo con gli occhi di Dio, missionario di pace e d’amore silente, operoso discepolo che si nutre della Buona Novella e invia altri fratelli lungo le strade della vita perché tutti possano conoscere Dio. È anche il tuo Natale. Rinasci dall’alto, battezzato nel fuoco di una passione nuova per il Regno.

 

COLLATIO

L’esperienza di Elia ci induce a fare una sorta di risonanza magnetica del nostro vissuto per poter penetrare nelle profondità del nostro essere come pellegrini alla ricerca, mendicanti di verità, profeti di speranza.

Quale RICERCA?

- I nostri passi seguono il passo di Dio nella logica dell’avvento del suo Regno di giustizia e di pace?

- Cerchiamo un tempo prolungato durante l’anno per fermarci in quei luoghi dello Spirito (un santuario, una piccola cappella, una casa di preghiera, un angolo tra la natura) che veicolino un’esperienza forte di Dio attraverso l’ascolto della Parola e la preghiera del cuore?

- Con quale atteggiamento consegniamo al cuore di Dio i nostri interrogativi, le nostre suppliche: con disponibilità docile o con la pretesa di essere esauditi?

- Assumiamo, nella nostra ricerca, il bene comune, il bene del nostro popolo, oppure cerchiamo e chiediamo solo per noi?

Quale VERITÀ?

Siamo pronti ad uscire da noi stessi per lasciarci interpellare dalla verità del Vangelo?

Desideriamo che Dio si manifesti tra gli operatori di male, gli sfruttatori dei poveri, i corrotti, come vento dirompente, terremoto distruttivo, fuoco caustico, oppure cerchiamo che anche in questo ghetto di malessere opulento e malavitoso possa farsi strada la brezza leggera dell’amore misericordioso di Dio che, perdonando, tende la sua mano perché ogni uomo e tutto l’uomo si rialzi dal fango?

Ci sentiamo partecipi del Natale di Dio, condividendo le lacrime del nostro popolo nell’operosità paziente e solidale del quotidiano?

- Consideriamo la notte del dolore un tempo prezioso durante il quale è possibile scavare nel cuore per fare spazio a Dio che ha fatto delle nostre povertà la sua grotta, delle nostre umiliazioni la sua greppia, delle nostre malattie le sue fasce?

Quale SPERANZA?

- Qual è la via del “ritorno sui nostri passi” che il Signore ci chiede lungo il cammino giubilare?

- Sappiamo scorgere la novità di Dio che passa attraverso i segni di speranza lanciati dalla nostra Chiesa locale attraverso la Convocazione diocesana, la Lettera Pastorale del Vescovo, la programmazione pastorale della nostra comunità parrocchiale?

- Alimentiamo la speranza nella Locride attraverso il servizio profetico che è annuncio di verità, attraverso il servizio salvifico che è annuncio di liberazione, attraverso il servizio caritativo che è annuncio di condivisione e di ‘compagnia’?

 

ACTUATIO

Una RICERCA coerente

Osiamo, mossi dallo Spirito! Non accontentiamoci di una vita cristiana piatta che cammina a braccetto, senza scrupoli, con il compromesso. Siamo audaci, cerchiamo, bussiamo al cuore di Dio perché Lui ci indichi una via di coerenza e di purezza! Sposiamo la causa di una comune coerente ricerca: l’identità spiritualità del nostro popolo, che abbiamo nascosto sotto il devozionalismo e l’esteriorità, trasformando la tradizione in tarlato tradizionalismo. E facciamolo a partire dalla riscoperta della Parola di Dio e del messaggio evangelico testimoniato dai santi di questa nostra terra che hanno forgiato il cuore e la vita di un popolo.

 Una VERITÀ esigente

Usciamo allo scoperto e fermiamoci! Anche oggi ci sono i segni ‘comuni’ del Natale. Tocca a noi riconoscere quella grotta e quel bimbo per il quale non c’era posto nell’albergo del mondo. L���esigente verità di Dio passa attraverso gli eventi e le persone, sacramenti di una presenza talvolta macerata dal dolore o abbrutita dal male. E lì il Signore ci chiede di riconoscerlo e di accoglierlo con generosità ospitale, perché anche noi possiamo diventare brezza misericordiosa e silenzio che perdona.

Una SPERANZA redentrice

A partire dalla ricerca coerente dei passi di Dio nella storia, abbiamo acquisito consapevolezza della verità esigente che ci ‘convoca’ tutti come compagni di viaggio verso la pienezza di una redenzione liberante. Ora possiamo comunicare la fede anche a chi sembra lontano, perché, nello Spirito, sono abbattuti i muri invalicabili delle nostre carceri interiori e sono spianati gli anfratti della nostra Locride tormentata. Possiamo camminare balzando con rinnovata giovinezza verso la meta definitiva, con la certezza che un giorno i nostri figli potranno riscrivere questa dedica che ho trovato qualche anno fa su una lapide: “Alla memoria di mia madre che ha guidato i miei passi verso la fede e ora ha compiuto il passo che dalla fede conduce alla visione”.

 

TE BEATA

(Maria Pia Giudici)

Te beata, anima mia, quando spezzerai

il filo spinato del pettegolezzo

con la tenaglia ferrea del silenzio.

 

Te beata, anima mia, quando le pareti viscide

della mormorazione

abbatterai, inflessibile, col piccone del silenzio.

 

Te beata, anima mia, quando alla gragnuola

di offensive parole ribollenti d’ira,

opporrai un cielo quieto e vivo di silenzio

 

Te beata, anima mia, quando il fango

di procaci espressioni volgari

sostituirai col niveo manto del silenzio.

 

Te beata, anima mia, quando fermerai l’amaro scorrere

di previsioni nere e corrosive

con lo stupito, ilare sguardo del silenzio.

 

Te beata, perché Dio stesso t’ inoltrerà

in giardini irrigati da perenne fonte

nella radiante sua luce meridiana,

e la tua terra sarà «sposata» a Lui:

l’unica PAROLA fiorita da eterno silenzio,

l’unica vera Parola che conta.

 

 

SE IL SALE

(Maria Pia Giudici)

Se il sale diventa scipito,

con che si salerà

la pasta di questa nostra storia

che lievita e lievita verso incredibili mete — sembra! —

di un progresso solo scientifico

sempre più sofisticato

e freddamente

tecnologizzato?

 

Se il sale diventa scipito

e l’uomo non ha più memoria

del Dio vivente

e non respira la sua presenza

dolcissima e forte:

unico ossigeno autentico

del suo essere ben più del computer, ben più del robot,

come potrà vivere la pace,

tra una sosta al supermarket

inquinato di messaggi mendaci

e l’irresistibile esporsi alle telenovelas

che soppiantano la sofferta sete d’infinito

con l’anestesia totale

dell’insulsaggine eretta a sistema?

 

Se il sale diventa scipito,

con che si salerà

l’attesa delle nuove generazioni,

il grido di popoli nuovi e crocifissi:

inquietante marea di acque sferzanti

la battigia della storia

rosseggiante d’alghe malefiche

con nero amalgama di bitume?