PAGINE BIBLICHE 'ruminate'  in.Comunità

Accoglienza e perdono (Lc 15,1-32)

PREMESSA

Nella Vita di San Benedetto si racconta che un tale di nome Fiorenzo, invidioso della santità di Benedetto, prese a perseguitarlo e si accanì contro la sua vita sino al punto di tentare d’ucciderlo con il veleno. L’uomo di Dio credette allora più opportuno andare ad abitare altrove per evitare la gelosia di quell’uomo. Di lì a poco però quel tale morì. E Mauro, discepolo del Santo, rallegrandosi in cuore per la morte di quel disgraziato, inviò un messaggero a comunicargli la notizia: “Torna indietro, Padre, perché colui che ti perseguitava è morto”. Udendo la notizia, Benedetto scoppiò in pianto, sia perché era morto il nemico, sia perché il discepolo se ne era rallegrato. Anzi allo stesso discepolo impose poi una bella penitenza, perché nel mandargli questo annunzio aveva osato essere troppo lieto per la scomparsa del nemico.            

Un episodio illuminante, che ci aiuta a comprendere la misura dell’amore di Dio, che è un amare senza misura. Di più: “Dio si fa conoscere perdonando”.    

1. LEGGIAMO              

Invochiamo lo Spirito perché il seme della Parola che leggiamo germogli e cresca trasformando la nostra vita.              

 

[1] Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. [2]I farisei e gli scribi mormoravano: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro”. [3] Allora egli disse loro questa parabola:            

[4] “Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? [5] Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, [6] va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. [7] Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.               [8] O quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova? [9] E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta. [10] Così, vi dico, c’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte”.              

[11] Disse ancora: “Un uomo aveva due figli. [12] Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. [13] Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. [14] Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. [15]Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. [16] Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. [17] Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! [18] Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; [19] non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. [20] Partì e si incamminò verso suo padre.             Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. [21] Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. [22] Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. [23] Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, [24] perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.            

[25] Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; [26] chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. [27] Il servo gli rispose: E’ tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. [28E] gli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. [29] Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. [30]Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. [31] Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; [32] ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.    

2. RIFLETTIAMO INSIEME   (lectio e meditatio)  

Il cap. 15 si apre con un quadro d’insieme scandito da due atteggiamenti contrapposti, che talora convivono anche in noi: l’ascolto di Gesù da parte di “tutti i pubblicani e i peccatori” che “si avvicinavano a lui”; la mormorazione contro Gesù da parte degli scribi e dei farisei, che di fatto prendono le distanze da colui perché “riceve i peccatori e mangia con loro”.

Due atteggiamenti che esprimono chiaramente un giudizio su se stessi e su Gesù.  

 

I pubblicani e i peccatori, “gli esclusi” dalla legge ebraica, considerati “impuri” per la loro condotta immorale e la pubblica fraudolenza, sono consapevoli di aver bisogno di salvezza, di dover essere recuperati alla vita e alla dignità. E finalmente incontrano qualcuno che non li esclude, ma, al contrario, li riceve e mangia con loro. Siamo noi, ogni qualvolta prendiamo coscienza del nostro peccato e ci avviciniamo in punta di piedi, forse anche timorosi, a Colui che il nostro peccato si getta alle spalle e ci accoglie così come siamo, non per accusarci ma per farci rinascere ad un vita di amore, gioia, pace, fedeltà… (cfr Gal 5,22).  

 

Gli scribi e i farisei,  “i giusti”, credono di avere le carte in regola con Dio e di non aver bisogno di conversione e di misericordia. Si sentono già degli arrivati. Per loro il comportamento di Gesù è inammissibile: un vero e proprio tradimento della Legge! Siamo noi, ogni qualvolta ci sentiamo nel giusto perché ostentiamo un ossequio esteriore alla Legge di Dio, mentre nel cuore coviamo indifferenza, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie… (cfr Gal 5,19-21).  

 

E Gesù a questo punto interviene con il racconto delle tre parabole della misericordia. Ed è naturale pensare che si rivolga innanzi tutto “ a loro”, agli scribi e ai farisei perché capiscano che Dio è quel pastore buono che s’affanna a ritrovare e a ricondurre all’ovile la pecorella smarrita; è quella donna che mette a soqquadro la propria casa per ritrovare la moneta perduta; è quel padre che attende con ansia il ritorno del figlio lontano.  

E di queste tre parabole, l’ultima è quella che illumina a giorno il volto di Dio e raccoglie i tratti finissimi della sua tenerezza misericordiosa. E al di là delle logiche umane, la paternità di Dio reclama un modo nuovo si sentirci fratelli.  

Proviamo ad ambientarla.

Una famiglia benestante, onesta e tranquilla, nella quale apparentemente tutto si snoda in armonia all’ombra di un padre premuroso e sensibile, viene scossa da un evento nuovo: il figlio più giovane rivendica la sua parte di eredità, ha voglia di mettersi in proprio, di farsi una strada senza più dipendere dagli altri. Niente di strano se questo giovane non si rivelasse di lì a poco uno scapestrato che se ne va lontano e sperpera i suoi beni “vivendo da dissoluto”. Una bravata che gli costerà cara: costretto a lavorare per vivere, dovrà poi affrontare i morsi della fame per una sopraggiunta carestia. E da giovane di buona famiglia si trasforma in guardiano di porci, alle dipendenze di un pagano, nell’obbrobrio della maledizione (nessun ebreo infatti allevava i maiali perché considerati animali impuri!).

 

Ecco la dinamica del peccato: comincia con la voglia di autogestirsi, con la presunta libertà di poter avere idee e progetti propri, ma sotto sotto s’insidia l’ingratitudine, l’infedeltà, il libertinaggio, l’offesa, la fuga da Dio. E alla fine si sperimenta la solitudine, la fame, lo scoraggiamento. Insomma, si tocca il fondo e non si vede più alcuna via d’uscita.

Ma c’è un’eco nel cuore, che non tace, e che ti rimanda alla memoria di un volto e di un’esperienza intessuta d’amore e di tenerezza: il volto del Padre! E questo giovane rientra in sé. Certo, attratto all’inizio forse solo dal quel benessere che ha lasciato e senza aspettarsi altro che pane e lavoro, ma il primo passo è già fatto: ha cominciato a guardarsi dentro, a chiamare per nome il peccato, a sfidare il suo orgoglio. Non si stima più figlio ed è consapevole di non essersi comportato come tale, ma se osa prospettarsi il ritorno è perché ha gettato lo scoraggiamento sul piatto della fiducia ed ha osato rivolgersi a colui che aveva tradito nell’amore chiamandolo “padre”: …”mi leverò ed andrò da mio padre”. Qui capisci che la paternità di Dio non è una tua conquista, un tuo sforzo volontaristico, ma amore che si dona e genera alla vita, al di là delle tue risposte, oltre le tue incoerenze.  

 

E nella parabola è proprio il volto misericordioso del Padre che segna il riscatto del figlio.            

 Un padre che ama di amore libero e puro: non recrimina contro la decisione del figlio, gli dà quello che gli spetta, lo lascia andare, anche se ha grande pena nel cuore. Lui si sente ed è padre, non padrone!            

Un padre che attende davanti all’uscio di casa. È facile immaginare che ogni giorno vi si affacci volgendo lo sguardo con trepidazione verso l’orizzonte lontano che lo separa dal figlio perduto. Un’attesa che è dolore, ma anche fiducia, fiducia in quel figlio che – lo dice un po’ di buon senso! - forse non la meriterebbe. Noi, anzi, azzarderemmo un giudizio anche nei confronti del padre: un debole - diremmo – che non si è fatto valere!            

Un padre che accoglie e perdona senza sfoderare rimproveri, senza chiedere spiegazioni, perch�� ama senza riserve, in gratuità … e quando si ama, si ama e basta! Non c’è da colpevolizzare, ma da promuovere, rimuovendo umiliazione e dolore. Il figlio è tornato, e anche se la sua non è ancora conversione perché è stato spinto dalla fame e non dall’amore, c’è un’umanità delusa da abbracciare, da rincuorare, da far risorgere. E questo è il primo passo per aiutare a guarire dall’infedeltà perché il padre sa che il peccato trascina con sé un amaro senso di colpa che avvilisce e può persino distruggere senza cambiare.            

Un padre che ridà fiducia e dignità. Ecco l’anello, sigillo di grande autorità; i calzari, che contraddistinguono dai servi; la veste più bella, rivestimento di salvezza e rinascita alla vita divina. Ed infine la festa, canto di gioia e di vittoria, perché l’epilogo nella storia di quel figlio che era morto non è stato il trionfo definitivo del peccato, ma il recupero alla vita, il ritorno a casa, l’inizio di un cammino nuovo all’ombra della misericordia e dell’amore che “tutto copre, tutto spera, tutto sopporta” (1Cor 13,7).  

 

E poi compare il figlio maggiore che, tornando dai campi si adira sentendo la festa. Secondo la sua logica è assurdo ed ingiusto che un figlio ingrato fannullone e dissipato possa essere accolto, e accolto a quel modo. Un nuovo dramma per quel padre che ha già a lungo sofferto: “Tu sei sempre con me” - gli dice, per scrollarlo dalla ruggine di un ragionamento distorto e piccino. Anche il figlio maggiore dovrà riprendere la via del ritorno a casa, lui che da casa non era mai scappato, almeno fisicamente. La sua fuga si era consumata nel cuore, nel suo modo di rapportarsi con il padre, visto in termini di calcolo: dare e avere, lavoro e ricompensa, e non di disinteresse, di puro affetto filiale, in una parola, di amore vero. E in questo nuovo dramma ci è dato di mettere ancora più a fuoco il volto del padre.            

Un padre che muove sempre il primo passo: “…allora uscì a pregarlo.”            

Un padre che dialoga e concilia: “Figlio, tu sei sempre con me…”

Un padre che educa all’amore e al perdono: “bisognava far festa…”

 

Ecco il vero volto di Dio, quello che tutti cerchiamo. Qui ci è dato di cogliere che Dio non è quel padre-padrone che pretende di ridurti a servo; non è quel giustiziere che t’insegue fin quando non ti avrà fatto pagare fino all’ultimo centesimo il male che hai fatto; non è quella figura lontana che dall’alto ti giudica e ti castiga. Dio è amore. E il suo amore ti dona:

- la libertà: tu puoi scegliere se essere figlio o estraneo, amico o nemico;

- la fedeltà: che è la sua unica risposta alla tua libera scelta, qualunque essa sia;

- la fiducia: Lui mette nelle tue mani la sua eredità (doni di natura e grazia) e ti dice: “gestiscila!”. E se, tornando da lui a mani vuote gli consegni la tua sconfitta e il tuo insuccesso, ti ridà l’anello, i calzari e il vestito più bello, e allora ti accorgi che la sua fiducia è intaccabile, non conosce limiti e riserve;

- il perdono: qualunque cosa tu abbia fatto, fossi anche un peccatore incallito, il suo amore è sempre più grande del tuo peccato! Tu commuovi sempre il Signore, e la sua commozione è quel fremito delle viscere materne che anela a ridare vita, a partorire ancora una volta nel dolore e a gioire del tuo rinascere.    

 

3. APPROFONDIAMO INSIEME LA PAROLA ASCOLTATA (collatio)

Nessuno di noi appartiene a quella categoria di persone delle quali Gesù ha detto “che non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,7). Siamo consapevoli di non poterci credere convertiti una volta per tutte?  

 

Antonio il Grande, padre e patriarca di tutti i monaci, diceva spesso: “Ogni mattina mi dico: oggi comincio”. E abba Poemen, padre del deserto, sul punto di morire, a chi lo lodava per la sua vita santa rispose con pacatezza: “Devo ancora cominciare, stavo appena iniziando a convertirmi”.

Viviamo anche noi in questa tensione interiore che ci fa vivere ogni ora della nostra vita come un tempo di grazia nel quale ci è dato di crescere nell’amore perché sempre bisognosi di perdono e di conversione?  

 

L’esperienza del figlio minore che fugge dall’amore del padre e poi vi ritorna confuso e aggravato dal peso della sua umanità ferita ci dice che dinanzi al peccato non bisogna scoraggiarsi né rimproverarsi ad oltranza, ma appoggiarsi a Dio, imparando a convivere (non a capitolare passivamente, s’intende!) con la propria miseria nella certezza di essere accolti sempre e comunque dal Padre.

Viviamo in questo atteggiamento di pacata contrizione ed accesa speranza oppure ci diciamo: “È inutile: non cambierò mai!”?  

 

Abbiamo contemplato i tratti finissimi dell’amore di Dio riflessi nel cuore del padre misericordioso della parabola che stiamo meditando. Chiediamoci, dunque:

Chi è per me Dio: un padre-padrone, un giustiziere, un giudice severo, oppure un “papà” che mi fa sentire libero, che mi rimane fedele lungo il cammino, che mi dona fiducia sempre e in ogni caso, che mi perdona anche se i miei peccati fossero “come scarlatto”?

Ed io, come mamma/papà, fratello/sorella, amico, collega di lavoro,… come testimonio agli altri la paternità di Dio?    

 

4. I NOSTRI IMPEGNI (actuatio)  

RIENTRA IN TE STESSO, cioè guardati dentro. Vai a fondo e guarda con verità al tuo rapporto con Dio e con gli altri, cercando innanzi tutto di toglierti la maschera delle apparenze e di mettere in discussione quella parte di te che ti fa credere di essere un po’ “giusto”. Chiama per nome il tuo peccato, quello dominante, che insidia ogni giorno la tua vita, quello che è rimasto nascosto perché per paura o vergogna non hai confessato, quello che hai sempre  cercato di giustificare come “difetto”, banalizzandolo.  

 

TORNA A CASA, cioè intraprendi un cammino di conversione. Hai chiamato per nome il tuo peccato, ora confessalo. Il sacramento della confessione è l’uscio di casa in cui incontrerai quel Padre commosso che ti correrà incontro, ti si getterà al collo e ti bacerà, consegnandoti la dignità perduta e la gioia dell’amicizia ritrovata.  

 

SII COME TUO PADRE  che è nei cieli, cioè perdona e ama come Lui perdona e ama te. Costruisci rapporti nuovi con gli altri improntati a libertà, fedeltà, fiducia, perdono. Tuo figlio, tuo fratello, il tuo amico,… scoprano attraverso te la paternità di Dio che è carità paziente, benevola, longanime, generosa.  

 

RICONCIALITI CON IL FRATELLO MAGGIORE CHE C’È IN TE, cioè fuggi dalla gelosia, dall’invidia e dal calcolo, ma fallo con serenità, consapevole che questi sentimenti negativi sono insiti nella nostra natura e che bisogna affrontarli come una malattia dell’anima. Ecco allora che devi individuarli come il medico che fa una diagnosi, curarli con la medicina della pazienza e della tenacia e rafforzandoti con la preghiera: Signore, liberami! con l’ascolto della Parola di Dio: Signore, illuminami! con la comunione eucaristica: Signore, rendimi come Tu sei!    

 

5. PREGHIAMO INSIEME (oratio)  

Si può svolgere quest’ultima tappa in due momenti, perché ci sia spazio sia per la preghiera individuale sia per quella comunitaria:     1. NELLA SOLITUDINE dell’incontro con il Signore. Alla sua presenza, invocato lo Spirito Santo, ripensa e gusta i tratti della paternità di Dio che è libertà, fedeltà, fiducia, perdono. Rileggi lentamente le tre parabole della misericordia, sentiti accolto sull’uscio di casa da quel Padre e considera questo:  

“Non è quello che sei, né quello che sei stato, ciò che Dio vede con i suoi occhi misericordiosi, bensì ciò che tu potresti essere” (La nube della non-conoscenza)  

Non temere la paura di essere travolto dall’incapacità di meditare e scoprire il volto misericordioso di Dio. Se vuoi, puoi aiutarti con questa preghiera stupenda della tradizione benedettina:  

 

Degnati, o Dio buono e santo,

di concedermi un’intelligenza che ti comprenda,

un sentimento che ti senta,

un animo che ti gusti,

una diligenza che ti cerchi,

una sapienza che ti trovi,

uno spirito che ti conosca,

un cuore che ti ami,

un pensiero che sia rivolto a te,

un’azione che ti dia gloria,

un udito che ti ascolti,

occhi che ti guardino,

una lingua che ti confessi,

una parola che ti piaccia,

una pazienza che ti segua,

una perseveranza che ti aspetti.  

 

Non temere la paura di essere travolto dal peso del peccato. Osa piuttosto questa preghiera sgorgata dal cuore di Don Primo Mazzolari, un grande testimone della fede cristiana del nostro secolo:  

 

Tu solo, Signore, hai pietà del mio soffrire.

Mi vieni vicino e mi sollevi il cuore

rubandomi il mio peccato.

È così folle questo tuo gesto

che hai dovuto lasciarti crocifiggere

perché credessi e ti spalancassi fiduciosamente

la porta della mia miseria.

Signore, non sono degno che tu entri,

ma io ti apro lo stesso.

Ti apro la porta più larga della mia anima.

Ma tu l’hai già scardinata con la tua croce.  

(Dall’opera Il segno dei chiodi)    

 

2. NELLA CONDIVISIONE  della preghiera con gli altri.   Due salmi, da pregare insieme, senza fretta, badando a che le parole scaturite dalle labbra siano in sintonia con il cuore. Sostate in una pausa di silenzio e condividete, infine, ad alta voce il versetto che maggiormente vi ha colpito. E che questo versetto diventi la vostra preghiera più intima, da rivolgere, nel segreto del cuore, al Signore durante la giornata, tra una faccenda e l’altra, come un respiro più prolungato, per riprendere fiato nello spirito.    

 

Salmo 32

Questo salmo è attribuito a Davide. Un peccatore rende grazie a Dio. È un audace! Va oltre la vergogna del suo peccato e confessa le sue colpe pubblicamente, traendo dalla sua esperienza lezioni di saggezza che possano aiutare anche gli altri. E alla fine esulta nel Signore ed invita alla festa e alla gioia per il dono della riconciliazione. Come non sentire l’eco delle parole di Gesù: “Rallegratevi con me… Vi sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito…”(Lc 15,6.9.32)?!  

 

Beato l’uomo a cui è rimessa la colpa,

e perdonato il peccato.

Beato l’uomo a cui Dio non imputa alcun male

e nel cui spirito non è inganno.  

 

Tacevo e si logoravano le mie ossa,

mentre gemevo tutto il giorno.

Giorno e notte pesava su di me la tua mano,

come per arsura d’estate inaridiva il mio vigore.  

 

Ti ho manifestato il mio peccato,

non ho tenuto nascosto il mio errore.

Ho detto: “Confesserò al Signore le mie colpe”

e tu hai rimesso la malizia del mio peccato.

Per questo ti prega ogni fedele

nel tempo dell’angoscia.

Quando irromperanno grandi acque

non lo potranno raggiungere.

 

Tu sei il mio rifugio, mi preservi dal pericolo,

mi circondi di esultanza per la salvezza.  

 

Ti farò saggio, t’indicherò la via da seguire;

con gli occhi su di te, ti darò consiglio.

Non siate come il cavallo e come il mulo

privi d’intelligenza;

si piega la loro fierezza con morso e briglie,

se no, a te non si avvicinano.  

 

Molti saranno i dolori dell’empio,

ma la grazia circonda chi confida nel Signore.

Gioite nel Signore ed esultate, giusti,

giubilate, voi tutti, retti di cuore.  

 

Salmo 103

Un uomo pentito e perdonato si affretta a salire verso il tempio per rendere a Dio un sacrificio di grazie e benedirlo per i doni ricevuti. La sua esultanza non è solo un canto individuale, ma invito alla condivisione. Dall’”io” e dal “mio” al “noi” e al “nostro” perché tutti: amici, parenti…, possano essere associati alla sua gioia. È anche la preghiera di Gesù: “Padre nostro…perdona i nostri peccati”.  

 

Benedici il Signore, anima mia,

quanto è in me benedica il suo santo nome.

Benedici il Signore, anima mia,

non dimenticare tanti suoi benefici.  

 

Egli perdona tutte le tue colpe,

guarisce tutte le tue malattie;

salva dalla fossa la tua vita,

ti corona di grazia e di misericordia;

egli sazia di beni i tuoi giorni

e tu rinnovi come aquila la tua giovinezza.  

 

Il Signore agisce con giustizia

e con diritto verso tutti gli oppressi.

Ha rivelato a Mosè le sue vie,

ai figli d’Israele le sue opere.  

 

Buono e pietoso è il Signore,

lento all’ira e grande nell’amore.

Egli non continua a contestare

e non conserva per sempre il suo sdegno.

Non ci tratta secondo i nostri peccati,

non ci ripaga secondo le nostre colpe.  

 

Come il cielo è alto sulla terra,

così è grande la sua misericordia su quanti lo temono;

come dista l’oriente dall’occidente,

così allontana da noi le nostre colpe.

Come un padre ha pietà dei suoi figli,

così il Signore ha pietà di quanti lo temono.  

 

Perché egli sa di che siamo plasmati,

ricorda che noi siamo polvere.

Come l’erba sono i giorni dell’uomo,

come il fiore del campo, così egli fiorisce.

Lo investe il vento e più non esiste

e il suo posto non lo riconosce.  

 

Ma la grazia del Signore è da sempre,

dura in eterno per quanti lo temono;

la sua giustizia per i figli dei figli,

per quanti custodiscono la sua alleanza

e ricordano di osservare i suoi precetti.

Il Signore ha stabilito nel cielo il suo trono

e il suo regno abbraccia l’universo.  

 

Benedite il Signore, voi tutti suoi angeli,

potenti esecutori dei suoi comandi,

pronti alla voce della sua parola.

Benedite il Signore, voi tutte, sue schiere,

suoi ministri, che fate il suo volere.

Benedite il Signore, voi tutte opere sue,

in ogni luogo del suo dominio.

Benedici il Signore, anima mia.