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Anche tu accogli e perdona (Mt 18,21-35)

PREMESSA

Tempo fa ho letto questo apologo: “Davanti ad uno sportello di un ufficio pubblico c’è una lunga fila. Al di là dello sportello una vecchia signora coi capelli bianchi e gli occhiali sul naso sbriga, con apparente calma, le pratiche. In fondo alla fila, una giovane signora freme d'impazienza perché ha tante cose da fare. Quando finalmente la fila si accorcia e arriva a breve distanza dallo sportello, non ne più e sbotta: “Si rende conto, signora, che è un’ora che sto aspettando qui davanti?”. E l’altra, con molta calma, alza la testa e dice: “E lei si rende conto che sono trent’anni che io sto aspettando qui dietro?”.

Ecco la pazienza di Dio, che sempre perdona: infinita, lungimirante, lontana da ogni forma di calcolo. Quella donna s’è vista imbiancare i capelli nei trent’anni trascorsi dietro quello sportello e continua a star lì, ogni giorno, pronta a servire e a svolgere con scrupolo il suo dovere. E l’altra, sbottando per l’impazienza, lamenta un’attesa di pochi minuti. Così facciamo noi quando cominciamo a contare le volte che abbiamo perdonato e crediamo di aver già fatto abbastanza. E reclamiamo una falsa giustizia, prigionieri dei nostri calcoli meschini. E intanto Dio ci invita a stare dietro lo sportello, sempre pronti a ricominciare.

 

1. LEGGIAMO

Invochiamo lo Spirito: apra gli occhi del nostro cuore affinché comprendiamo la Parola di Vita e portiamo frutto nell’amore.

 

[21] Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?”. [22] E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette. [23] A proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. [24] Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. [25] Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. [26] Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. [27] Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. [28] Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! [29] Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. [30] Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito. [31] Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. [32] Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. [33] Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? [34] E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. [35] Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello”.

 

2. RIFLETTIAMO INSIEME (lectio e meditatio)

Il nostro brano si apre con una domanda di Pietro: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? ”. Era questa una questione molto discussa tra i rabbini del tempo, i quali, sulla scorta di alcuni episodi dell’AT, ritenevano che si dovesse perdonare fino a tre volte. Ora Pietro aggiunge: “fino a sette?”, quasi a voler dire: “Ho capito, sai, che tu sei ancora più misericordioso”. Ma Gesù lo spiazza: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette” . E subito si affretta a motivare la necessità del perdono illimitato. E lo fa raccontando una parabola.

 

Un re decide di rivedere i conti con i suoi funzionari perché fossero saldate tutte le pendenze. Gli presentano un servo che gli doveva una cifra da capogiro, che oggi ammonterebbe a parecchi miliardi. Secondo l’uso del tempo, un debitore, non avendo da pagare, subiva la confisca dei beni ed era destinato ad essere venduto come schiavo insieme con la famiglia per saldare in qualche modo il creditore. Ma in questa parabola avviene una cosa inaudita: il servo s’abbandona ad una supplica accorata e il sovrano s’impietosisce e lo lascia andare concedendogli non una dilazione del pagamento, come ci saremmo aspettati - e sarebbe stato già un gesto magnanimo! - , ma addirittura il condono di tutto. Notiamo l’intensità del verbo “s’impietosì” (cioè commosso nelle sue viscere) che esprime l’amore di Dio “ricco di misericordia e di compassione” (Gc 5,11) che “largamente perdona” (Is 55,7) . La parola ‘misericordia’ – scriveva P. Turoldo – deriva dal dolore che si prova per il misero. Vi troviamo due termini: ‘miseria’ e ‘cuore’. Quando dunque la miseria altrui tocca e colpisce il tuo cuore, quella è misericordia”.

 

Gesù avrebbe potuto concludere così la parabola: il messaggio era già abbastanza chiaro! Ma continua il suo racconto con un repentino cambio di scena. Il servo perdonato incontra un suo debitore che gli doveva una cifra irrisoria (circa diecimila lira). Ora è lui che deve decidere il da farsi. Purtroppo si scaglia con irruenza contro quell’uomo e lo consegna alle guardie perché venga messo in prigione finché la sua famiglia non fosse riuscita a racimolare la somma dovuta.

La crudeltà del gesto ci lascia di stucco, ci fa rabbia, se pensiamo ai miliardi condonati dal re rispetto a quelle poche migliaia di lire che scatenano tanta inclemenza. E ci sentiamo di condividere la reazione dei colleghi di questo servo ingrato che, addolorati, riferiscono l’accaduto al re. E il sovrano, giudicata la malvagità e la durezza di cuore di quel disgraziato e sentendosi ferito nell’onore, reagisce con sdegno e lo consegna agli aguzzini finché non avesse restituito i diecimila talenti. Un’eventualità impossibile, data l’enormità della cifra: non gli sarebbe bastata una vita per raccogliere tanto denaro!

Il commento finale di Gesù sembra non essere più in attinenza con la domanda di Pietro. E invece lo è: “Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello”. Si noti l’espressione di cuore. Ecco il punto: non è semplicemente un fatto di numero (quante volte?) – sembra dire Gesù – ma di qualità. Il perdono non è un gesto di clemenza occasionale, ma uno stile, un atteggiamento del cuore, un modo di essere. E poiché si tratta di un modo di essere non può registrare limiti o condizioni. Non si può contemporaneamente perdonare una persona e vendicarsi di un’altra, né si può tirar fuori la frase: “C’è un limite a tutto!”, oppure: “Perdono, ma non dimentico!”.

 

Il messaggio è chiaro: ogni uomo è chiamato a prendere coscienza di essere un debitore dinanzi a Dio, e di molto, perché il nostro peccato, qualunque esso sia, è sempre un debito da capogiro e noi non possiamo autoperdonarci. Questa consapevolezza ha come immediata conseguenza la necessità di essere anche noi pronti al condono-perdono nei confronti degli altri. E non si tratta di una necessità di circostanza, ma di un’esigenza dell’amore. Se veramente sei stato toccato dalla misericordia, se veramente sei stato trafitto dall’amore, non puoi trattenere per te il dono ricevuto. Questa è la prova che apparteniamo al Signore ed è determinante soprattutto in vista dell’incontro definitivo con Lui: non c’è salvezza per chi non perdona!

Non solo: il perdono ha una dimensione comunitaria e torna a beneficio di tutti. I cortigiani che riferiscono l’accaduto al re spinti dall’impressione di quell’atteggiamento ingrato ci dicono la necessità di edificare le nostre comunità sul perdono e sulla tolleranza. Quei servi avevano assistito alla scena precedente e probabilmente essi stessi avevano interceduto perché il re condonasse quel debito. Ora si sentono defraudati dalla durezza brutale di quell’uomo e reagiscono reclamando giustizia. Chi può biasimarli! Ecco dunque quanto risulta indispensabile lo scambio del perdono per la vita delle nostre comunità e della Chiesa.

 

3. APPROFONDIAMO INSIEME LA PAROLA ASCOLTATA (collatio)

 Dio non è né un brutale tiranno né un vecchietto inoffensivo. A Lui puoi chiedere perdono con fiducia, ma non puoi prenderti gioco della sua misericordia chiudendoti al perdono degli altri. Qual è l’immagine che hai di Dio o che gli altri (mamma, papà, parroco, maestri…) ti hanno trasmesso?

 

Diceva Isacco il Siro: “Chi conosce il proprio peccato è più grande di chi risuscita un morto. Chi segue Cristo in segreto e nel pentimento è più grande di chi gode molta fama nelle chiese”.

 

Sono convinto di essere in debito con Dio e che il mio debito è da capogiro? Qual è la stoffa del mio pentimento: l’abito della superficialità per cui dico: “pazienza, siamo uomini!” e continuo a razzolare male, oppure indosso le vesti di salvezza e, come il pubblicano al tempio, dico: “O Dio, abbia pietà di me peccatore”?

 

 Quando cogli in te la fatica del perdono, come ragisci: ti lasci dominare dal risentimento, dal rancore oppure chiedi al Signore la capacità di perdonare, di tollerare, di accogliere con mitezza chi ti ha fatto del male?

 

Interiorizzi la preghiera del Padre nostro: “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” oppure invochi contro coloro che ti fanno del male “un fuoco dal cielo che li consumi” (cfr. Lc 954)?

 

Jean Vanier scriveva: “La comunità è il luogo del perdono. Il cuore della vita comunitaria è il perdono”. Guarda alla tua famiglia, alla tua comunità parrocchiale, al gruppo che frequenti, ai colleghi di lavoro. Cerchi con benevolenza, umiltà, dolcezza, pazienza di contribuire a rendere questi nuclei un luogo di perdono, a costo di rimetterci di persona?

 

Sei convinto che il perdono debba essere l’ultimo respiro della giornata e che il sole non debba tramontare sulla nostra ira (cfr. Ef 4,26), oppure trascorri giornate, settimane, mesi interi prima di deciderti a muovere il primo passo verso colui che ti ha offeso?

 

4. I NOSTRI IMPEGNI (actuatio)

SMETTI DI QUANTIFICARE IL PERDONO – Perdono è umile amore. E l’amore è per sempre. Decidi senza remore di ricorrere in ogni caso a questa forza formidabile. Impegnati ad interiorizzare il Padre nostro: “perdona a noi come noi perdoniamo”, soprattutto quando ti è difficile porgere il saluto a chi continua a farti soffrire, quando ti senti tradito, disprezzato, umiliato ed oppresso. Non dire mai: “Adesso basta! Con te ho chiuso!”. Ripeti in cuor tuo le parole di Gesù: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”.

 

MIGLIORA LA QUALITÀ DEL TUO PERDONO – C’è un’insidia subdola che macchia la purezza del perdono. Spesso rimugini: “Io lo perdono, però…”, e cominci ad elencare riserve, giudizi taglienti, pretese di risarcimento morale per l’offesa ricevuta. Questo non è il perdono cristiano, ma una sorta di tregua firmata a tavolino. Migliorare la qualità del perdono significa credere fino in fondo che l’altro possa cambiare, che domani non sarà più lo stesso di oggi. E ciò richiede un vero e proprio travaso spirituale: togli via il pregiudizio e lasciati colmare dalla fiducia. Chi perdona davvero firma in bianco e dà credito!

 

EDIFICA LA TUA COMUNITÀ SUL PERDONO – Dappertutto ci sono barriere, tensioni, incomprensioni e talvolta l’atmosfera delle nostre comunità si fa pesante perché ci fossilizziamo nei nostri punti di vista e per nascondere i nostri difetti ingrandiamo quelli degli altri fino a diventare “buoni nemici”, buoni perché ci sorridiamo ancora (che ipocrita apparenza!), ma nemici perché non abbiamo posto il perdono a fondamento dei nostri rapporti e all’occasione ci mordiamo a vicenda. Così in famiglia, nei gruppi, nei consigli pastorali… L’impegno comune sia dunque l’immediatezza del perdono, dato e ricevuto di cuore!

 

5. PREGHIAMO INSIEME (oratio)

“Tu, Signore,

rendimi consapevole dell’enormità del tuo perdono

e fa nascere in me una sempre rinnovata capacità di perdono

nei confronti di chi mi offende e ferisce.

Possa io stupirmi del tuo amore in novità di vita

e dilatarmi amando tutti e ciascuno”

(Maria Pia Giudici)

 

“Signore,

pronuncia anche sui miei peccati

la parola di perdono

del tuo incomprensibile amore.

Di’ anche per me al Padre:

Perdonalo, perché non sa quello che fa.

Concedimi di pensare alla prima parola

che dicesti sulla croce

anche quando nel “Padre Nostro”

affermo distrattamente di perdonare ai miei debitori.

O mio Dio,

io non se qualcuno mi debba realmente qualcosa

che io possa rimettergli.

Ma in ogni caso mi occorre la tua forza

affinché io sappia perdonare di cuore

a coloro che il mio orgoglio e il mio egoismo

considerano nemici”.

(Karl Rahner)

 

“Signore, insegnaci a non amare noi stessi,

a non amare soltanto i nostri,

a non amare soltanto quelli che ci amano.

Insegnaci a pensare agli altri,

anzitutto quelli che nessuno ama”.

(Raoul Follereau)