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Il fascino di una bottega artigiana (Mc 6,3 e Lc 2,51-52)

Contributo della Comunità al sussidio per l’evangelizzazione dei giovani lavoratori Le mani del giovane e il cuore del Cristo, pubblicato dall’Ufficio Nazionale CEI e dall’Ufficio Regionale della Calabria per i Problemi Sociali e il Lavoro, Maggio 2000.

 

 1. Il fatto

Trent’anni di ‘feriale umanità’: ecco il primo capitolo della storia di Gesù di Nazareth, che precede l’inizio della sua vita ‘pubblica’. Una storia veramente umana e singolare. Umana, perché si è svolta in un luogo e in un tempo precisi, con gioie e fatiche, come per ogni uomo. Singolare, per il mistero che l’avvolge.

Ma perché un periodo così lungo di nascondimento e soprattutto perché anche lui imparò un mestiere?

La storia simpaticissima che ora ascolteremo ci aiuterà a capirlo.

 

Un monaco, Giovanni Kolobós, amava raccontare un fatto che gli capitò quando era giovane ed inesperto. Un giorno si presentò al fratello maggiore, anch’egli monaco, e gli confidò un desiderio: “Voglio essere libero da ogni affanno, come gli angeli che non lavorano e servono Dio in continuazione”. E detto questo si spogliò degli abiti e se ne andò nel deserto. La sua “vita angelica” durò però appena una settimana. Spinto dalla fame, tornò a casa e bussò alla porta. “Chi è?”, chiese suo fratello. E lui: “Sono io, Giovanni”. Ma quello lo lasciò alla porta per tutta la notte continuando a ripetergli: “Non, tu non sei Giovanni. Giovanni si è mutato in un angelo e non abita più tra gli uomini”. Quando la mattina dopo la porta gli fu finalmente aperta, il povero Giovanni si sentì dire con tono un po’ ironico: “Vedo che sei uomo. Dovrai di nuovo lavorare per guadagnarti da vivere” (Apophtegmata, Kolobós 2).

 

“Vedo che sei uomo!” – Ecco il punto.

“Attraverso il lavoro, come dice papa Wojtyla, l’uomo realizza se stesso, scopre la sua vera identità”, quello che lui è veramente, “e nello stesso tempo fa crescere la società”, non solo per ciò che di materiale sa produrre, ma per i valori che comunica a chi gli sta accanto (Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Parole sull’uomo, Milano 1995, p.275).

Ecco perché anche Gesù s’è messo a lavorare. E l’ha fatto qualificandosi, accanto al padre artigiano.

Ma andiamo a dare un’occhiata a quei piccoli ritagli di Vangelo che ne parlano.

 

2. Il testo

Questo primo brano, appena due versetti, fa da cornice all’episodio di Gesù tra i dottori del Tempio, quando si ferma a dialogare con loro mentre i genitori, che già si erano messi in viaggio per far ritorno a casa, lo cercavano, angosciati, tra i parenti. In questi due versetti san Luca ci dà una notizia preziosissima su Gesù e sul suo rapporto con la famiglia.

 

(Lc 2,51-52)

[51] Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. [52] E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.

 

San Marco invece ci dice qualcosa sui trent’anni di Gesù a Nazareth e sul suo lavoro di “falegname”, imparato accanto al padre (cfr. Mt 13,55). Anni nascosti, sconosciuti, dove non si intravede niente di straordinario, tanto che quando Gesù si presenterà a Nazareth con i discepoli e comincerà ad insegnare nella sinagoga, tutti rimarranno stupiti e diranno:

 

(Mc 6,3) [3] Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano di lui.

 

3. La spiegazione

Una piccola bottega in un villaggio sulle colline di Galilea. Due onesti lavoratori, padre e figlio, che si danno da fare per far quadrare i conti a fine mese, pagare le tasse e consegnare i lavori per tempo e ben fatti. Sono Giuseppe e Gesù, artigiani.

Giuseppe può contare su suo figlio, ora che è cresciuto “in sapienza, età e grazia” e ha fatto un buon apprendistato, imparando da lui a trar fuori dal legno utensili e mobili. Un’arte preziosa, che una generazione consegna all’altra, trasmettendone i segreti. Come accade anche oggi, sebbene più di rado. Una ricchezza da valorizzare, l’esperienza, che solo gli anziani possiedono, che solo loro possono trasmettere.

“Spesso chi è diventato esperto e competente nel proprio lavoro, - afferma il card. Martini - scopre possibilità e opportunità di valore inattesi. Quando si è scoperto di saper fare, di costruire qualcosa, di sapersi muovere cresce via via il senso della propria utilità. Non è un caso che un buon lavoratore senta la vocazione di farsi maestro dei giovani con forme interessanti di volontariato preoccupandosi di coinvolgere dei giovani in un cammino di esperienze e di competenze comuni”.

Ecco un’opportunità da non mollare, che può trasformarsi in progetto e, quindi, in lavoro!

 

Torniamo a Giuseppe. Quel suo ragazzo gli è venuto su bene! Gli sta accanto, come ogni buon figlio maschio. Eppure questo giovane che chiede, sbaglia, ricomincia, insomma che sta imparando, come tutti, un mestiere e sta sudando per apprendere l’arte, è Dio. Un Dio falegname, che comincia la sua missione con chiodi e pialla alla mano.

Perché? Un motivo c’è. C’è in quella gioia di poter crescere in sapienza, età e grazia. Lavorare, infatti, ti aiuta a crescere, trafficando i talenti che Dio ti ha dato, realizzando sempre meglio cose che richiedono via via più esperienza e impegno.

“Il valore di una persona - afferma ancora il card. Martini - è grande, ma la coscienza di questa grandezza si svela nel crescere, nell'operare, nel riuscire, nel sentirsi riconosciuti e ringraziati, nel capire che insieme abbiamo costruito qualcosa che da soli non saremmo stati capaci di fare” (C. M. MARTINI, Il significato del lavoro per chi crede in valori ultimi, Estratto dell'intervento al convegno "Il lavoro come valore" promosso dall'Assolombarda -Milano 16, Ottobre 1998).

Insieme. Senza ansia di produrre e liberi dall’avidità di possedere, tutte cose che accecano il cuore e portano a sfruttare i deboli.

 

 Lavorare diventa allora una benedizione.

Si benedice Dio: si riconosce la sua azione, si rende lode e grazie per quello che ha fatto dentro l’esperienza di tutti i giorni, fatta di amicizia, paure, attese e speranze.

E si è da lui benedetti: Lui ci viene incontro, entra nel cuore delle nostre paure, dei nostri dubbi, della nostra fatica e li trasforma in speranza che non delude. Lui che si fa compagno, mentre solleva la sua mano benedicente sui nostri successi, o ci tende tutte e due le mani quando la strada si fa più dura e non sappiamo come cavarcela.

E questa benedizione si estende a tutta la nostra famiglia, alla fidanzata, alla giovane sposa, agli amici, ai colleghi di lavoro. Perché insieme è più bello dire grazie a Dio e sentirsi da Lui benedetti.

E in questo clima di fede comunitaria, i nostri progetti maturano certamente secondo la volontà di Dio. Il lavoro non ci schiavizza, ma ci libera. Ci stanca ma non ci sfianca. Ci prende ma non ci assorbe. Ci realizza ma non ci fa esaltare.

Così, ogni giorno, non solo aggiungiamo un mattone alla costruzione della casa che abbiamo sempre sognato, ma ci mettiamo del nostro, nel nostro piccolo, per costruire con Cristo il Regno di Dio, ed attuare i disegni della Provvidenza.

Questa è la strada della sapienza. Che Maria e Giuseppe hanno condiviso con Gesù in una realtà semplice e povera, fatta di cose umili, ma nobili. Perché la nobiltà non è racchiusa in un titolo, ma in un cuore capace di amare alla grande, senza piccinerie ed egoismi.

E sulla strada della sapienza, la grazia di Dio che ha fatto crescere Gesù è quel pane quotidiano – il pane della Parola di Dio e dell’Eucaristia – che ti dà forza e tenacia, fiducia e speranza.

Perché tu cresca “davanti a Dio e agli uomini”.

Davanti a Dio: in purezza di cuore.

Davanti agli uomini: in coerenza di vita.

 

Un’ultima nota. Nei due brani non se ne parla, ma se ci pensate, se provate ad immaginare queste scene: una casa, una bottega, un lavoro, una famiglia unita,…Gesù, i suoi gesti, Maria che ripensa e custodisce nel cuore gli avvenimenti vissuti col figlio, Giuseppe educatore autorevole e mite…v’accorgete di quanta importanza questa famiglia abbia dato al silenzio. Un silenzio fatto non di bocche cucite, ma di cuori disponibili all’ascolto, lontani dai frastuoni di un ‘certo’ mondo.

Un’atmosfera irreale?

Niente affatto, se penso a certi giovani che conosco e a certe coppie di sposi che a sera preferiscono stare accanto al camino a dialogare piuttosto che isolarsi davanti alla tv.

Un silenzio di protesta contro certe immagini-spazzatura buttate in faccia senza pudore, contro certi discorsi stupidi e vuoti che gridano una tremenda povertà culturale. Contro lo sballo dell’ecstasy, il capolinea di chi smarrisce il senso delle cose, degli altri, della vita. Una voragine dell’anima. Ecco: contro questo buco dell’anima c’è l’opportunità di una vita vissuta in pienezza, in cui c’è spazio per meditare, pregare, ascoltare, dialogare, in gesti di semplice amore. Sono queste le vie alternative di cui, in fondo, il nostro cuore ha un grande bisogno e una grande nostalgia.

Nel cuore di tutti, e direi ancor più nel cuore di chi s’impasticca, batte un bisogno insaziabile di amore. Un bisogno che solo tornando a se stessi e a Dio è possibile colmare.

Queste cose le dico a voi, giovani lavoratori, perché con sofferenza apprendo dalle statistiche che il potenziale consumatore di ecstasy è il giovane di circa 22 anni, considerato comune, che lavora sodo, da meccanico, operaio specializzato o impiegato, guadagna i suoi due o tre milioni al mese, per lo più vive ancora in famiglia, ha la ragazza e …il sabato sera si dà allo sballo!

Nessuno vuole criminalizzare le vostre scelte. Vi dico semplicemente che nella vita c’è qualcosa di meglio, che è più di un superenalotto, più di una ferrari che vola in pista, più, molto di più di quanto voi possiate immaginare o desiderare.

Cos’è? Chi è? Potrei dirvi d’un fiato: è Cristo. Ma non serve. Vi sembrerebbe una risposta banale, scontata, da sagrestia. Dico allora a ciascuno di voi: “alzati, e comincia a cercare tu stesso…Non domani, non più tardi. Subito. Perché oggi la salvezza ha bussato alla tua porta attraverso quel giovane falegname di Nazareth.

 

4. È vero che…

• È vero, secondo te, che nel nostro tempo la legge Dio, specie quando si tratta di affari e politica, conta sempre meno per l’uomo? …e che il lavoro è spesso vissuto solo come ricerca di autoaffermazione, di potere e di benessere? È cosi anche per te?

 

• Quando devi fare alcune scelte decisive per la tua vita, pensi più a quello che Dio ‘vuole’ e quindi a “crescere davanti a Lui”, o ti lasci condizionare dai tuoi piaceri di comodo e da quello che pensano gli altri?

 

• Riesci a pensare all’avvenire, al lavoro, al conto in banca, alla macchina, alla ragazza senza lasciarti per questo intrappolare dal bisogno, falso, di avere sempre di più?

 

• Dai spazio a Dio nelle tue giornate, nella tua settimana? E se lo dai, …pregare, ascoltare la sua Parola, andare a Messa…è per te tutta ‘roba da fare meccanicamente’, per dovere o tradizione, oppure cammino desiderato per crescere in sapienza e grazia?

 

5. Impegni da prendere

Innanzi tutto impara a guardarti dentro. Ascolta il cuore. Accogliti per quello che sei. Ama la tua storia, piccola o grande che sia. Stacci dentro senza voler scappare. Guardati allo specchio e di’ a te stesso “mi piaci!”, anche se ti vedi come un brutto anatroccolo. Perché è lì, faccia a faccia con noi stessi, che diamo tono alla nostre giornate. Che dipendono da piccoli gesti, da un sorriso, da una battuta…

 

Prendi sul serio il lavoro che stai facendo o imparando. Perché è lì che ti stai giocando tutto: presente e futuro, autorevolezza e benessere. Non puoi permetterti di arrangiare: l’arte d’arrangiarsi vale solo per gli hobby e non per un lavoro. Qui ci vogliono serietà, competenza e, quindi, formazione e apprendistato.

 

E mettici anche un po’ di GRATUITÀ. “Può sembrare fuori tema parlare di gratuità nel lavoro poiché, per il mercato per cui si opera, il lavoro suppone uno stipendio. Eppure è anche molto importante la soddisfazione ad es. del meccanico che dice ad un amico: "Ho fatto un lavoraccio ma ti ho messo la macchina a puntino". Ha certo avuto del danaro per il lavoro fatto ma ha regalato all'amico la sua pazienza, attenzione, creatività, intelligenza. Queste non si pagano. Lo stipendio si gioca sul mercato e sta alle sue leggi. L'attenzione e la passione con cui facciamo un lavoro si sviluppano al di fuori della legge del mercato”(C. M. MARTINI, Il significato del lavoro per chi crede in valori ultimi).

 

Dai un appuntamento anche a Dio, non solo agli amici e alla ragazza. Fissa un tempo nella tua giornata per ritrovarti a tu per tu con lui. È lì che cresci ed impari ad amare.

E se il sabato sera te ne vai in discoteca, non lasciare la tua dignità fuori da quel locale. Devi perdere la tua vita, ma per una causa più giusta: quella del Regno!

 

6. Preghiamo insieme

Da piccolo, Signore Gesù

in una bottega di artigiano

ti sei guadagnato il pane

col sudore della tua fronte.

Da allora il lavoro ha acquistato

una nobiltà divina.

Con il lavoro ci convertiamo

in compagni e collaboratori di Dio

e in artefici della nostra storia.

Il lavoro è l’incudine dove l’uomo forgia

la sua maturità e la sua grandezza,

la farina con cui impasta il pane quotidiano.

Il materiale, passando per le mani dell’uomo,

si trasforma in veicolo d’amore.

 

Dacci, Signore, la grazia di offrirti

il lavoro quotidiano

come un gesto liturgico,

come una messa vivente

a gloria tua e al servizio dei fratelli. Amen

Ignacio Larrañaga