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"Fu sanato e vedeva a distanza" (Mc 8,22-26)

Giunsero a Betsaida (Gesù e i discepoli), dove condussero a Gesù un cieco pregandolo di toccarlo. Allora, preso il cieco per mano, lo condusse fuori del villaggio e, dopo avergli messo della saliva sugli occhi, gli impose le mani e gli chiese: "Vedi qualcosa ?". Quegli, alzando gli occhi, disse: "Vedo gli uomini; infatti vedo come degli alberi che camminano". Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi ed egli ci vide chiaramente e fu sanato e vedeva a distanza ogni cosa. E lo rimandò a casa dicendo: "Non entrare nemmeno nel villaggio".

"Coraggio! Ecco il vostro Dio: egli viene a salvarvi. Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi!" (Is 35,4-5).

Quell ' "allora", sognato da Isaia solo da molto lontano, ora è qui, con Gesù di Nazaret.: "Io, il Signore,... ti ho stabilito come luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi, perché tu faccia uscire dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre... " (Is 42,6.7).

 Con Gesù sperimentiamo il passaggio dall’accecamento all’illuminazione! E questo brano del vangelo indica la meravigliosa speranza di guarire dalla durezza di cuore.

 

Diamo uno sguardo al contesto di questo brano. Gesù aveva appena rimproverato i discepoli dicendo loro: “Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite”, con ciò evidenziando la loro durezza di cuore. Una durezza che rende addirittura ottusi: “Non intendete…non capite ancora?” – ribadisce per ben due volte. Una notificazione cui segue l’episodio di guarigione di un cieco, quasi a voler tracciare per i discepoli un itinerario di liberazione dalle tenebre della loro cecità che, fin dall’AT, è figura di mentalità ottusa, disobbedienza, ingiustizia.

 

A proposito di cecità…

Al tempo di Gesù la cecità era un handicap molto diffuso in Palestina. Causa: le condizioni igieniche, i riflessi abbaglianti della luce del sole sul terreno per natura biancastro... i motivi potevano essere diversi. In ogni caso "cecità" significava "emarginazione", condanna all'accattonaggio perpetuo. Per un cieco, inabile, l’unico modo per sopravvivere era mendicare.

I Vangeli, pur nella loro sobrietà, lasciano capire che Gesù si incontrò spesso con questa piaga; più di una volta i suoi "segni" ebbero come fortunati destinatari dei ciechi. Anche perché la cecità è un handicap che si presta ad allusioni simboliche e realissime che vanno ben oltre il limite fisico: c'è una cecità del cuore che è quella di chi non vuol vedere; ci può essere una mente ottenebrata, quella di chi non si vuole accorgere, non vuole prendere atto delle situazioni (non vi è peggior cieco di chi non vuol vedere – si dice). Non vuole e non può: si comincia col chiudere gli occhi per non vedere e si finisce che non si riesce più ad aprirli neanche quando si vorrebbe (gli occhi del cuore, ben inteso), e allora è necessario un intervento dal di fuori.

Solo Marco riferisce la guarigione del cieco di Betsaida. Betsaida si trova a Nord del Lago di Tiberiade, a pochi chilometri da Cafarnao: è il luogo d'origine di Simon Pietro. Anche in questo caso, come per il paralitico (Mc 2,3), sono altre persone che si prendono a cuore la situazione di quel poveretto. Il cieco, come prima il sordo e il paralitico, non prende l’iniziativa né si accosta a Gesù.

Si direbbe quasi che:

• non sia consapevole dalla propria situazione;

• sia troppo atrofizzato e chiuso in se stesso, nella sua condizione, per avere la forza di gridare aiuto.

 

Anche in questo caso (vedi sordomuto e paralitico) alcuni anonimi collaboratori si prestano a condurre il cieco da Gesù. Se andiamo a scavare nel testo originale, questi collaboratori anonimi corrispondono alla figura de «gli angeli», che prestavano servizio a Gesù nel deserto (1,13 Lett.; cfr. 1,32). Ebbene, questi anonimi supplicano Gesù: solo lui può porre rimedio alla situazione. Il cieco è impotente a farlo, gli uomini anche. Chiedono a Gesù che tocchi il cieco, gesto che rappresenta la trasmissione della forza vitale. Essi vedono la necessità del cieco, hanno fiducia nella forza di vita di Gesù e sanno che il modo per ottenerla è il contatto diretto con lui. Non a caso, non appena Gesù comincerà ad agire, essi scompariranno.

 

Notiamo bene: paralisi o cecità, sono situazioni in cui è necessario l'intervento di altri - angeli in servizio, volontari per amore! - per portare, per condurre da Gesù. Ci sono momenti, nella vita di tutti, in cui da soli non si riesce a muovere un passo, oppure - se lo si fa - non si sa proprio che direzione prendere; allora c'è da augurarsi che qualcuno ci porti o ci guidi, qualcuno che ci veda, che conosca la direzione giusta che porta a Cristo, perché se è "un cieco che guida un altro cieco, si rischia di finire entrambi in un fosso ".

Quanto è importante essere “guidati” da chi ci vede bene!

 

In disparte, lontano dalla folla “ preso il cieco per mano, lo condusse fuori del villaggio”

Marco, come sempre, descrive con precisione e vivacità i gesti e gli atteggiamenti di Gesù. "Gesù prese quel cieco per mano e lo condusse fuori dal villaggio". Dove andranno? - si sarà chiesta la gente - Dove lo porterà? "Lo porterà", è proprio questo il verbo che adopera Marco: possiamo immaginare la tenerezza di Gesù nel tenere quell'uomo per mano, e lo "conduce" ma in un modo tale che è come se lo portasse sulle spalle (il buon-bel Pastore).

 

Perché "fuori del villaggio"? Siamo al capitolo ottavo del Vangelo; poco prima (cap. 7) si raccontava della guarigione di un sordomuto; anche in quel caso Gesù l'aveva portato in disparte lontano dalla folla (cfr. 7,33). Il motivo è facilmente intuibile: il dono della guarigione fisica e della fede è frutto di un incontro profondo con Cristo, occorre prendere le distanze dal vociare dispersivo della folla. Nella folla si può gridare "Osanna" oppure "Crocifiggilo!" senza che nessuno risulti personalmente coinvolto; ma la salvezza, la guarigione progressiva e totale, è frutto di una relazione personale con il Signore.

 

Gesù si fa guida del cieco comincia a tracciare per lui un itinerario, che consisterà nell'uscire dal villaggio in cui si trovava. Per chiarire il significato della frase, bisogna tenere conto del fatto che essa contiene una chiara allusione al testo di Ger 38,32 (LXX), dove Dio dice: «prendendo io la loro mano per condurli fuori della terra d'Egitto», ricordando l'esodo liberatore. Il parallelismo tra la frase di Mc e quella del profeta fa vedere che l'azione di Gesù produce un esodo che porta fuori da una terra di oppressione, rappresentata da «il villaggio». Convergono, in tal modo, le immagini dell'esodo e quella della cecità come figura dell'oppressione. L'azione di Gesù equivale, pertanto, ad una liberazione, e il villaggio acquista un significato dispregiativo, quello della terra dell'oppressione o schiavitù, dell’immobilismo interiore, della passività, della presunzione di chi si crede a posto con la propria coscienza, di chi crede di vedere, e di vedere bene.

Bisogna uscire dal villaggio! …da tutto ciò che è in contrasto con la Parola di Dio!

"Sputò sugli occhi del cieco" dice Marco, con il suo linguaggio schietto e qualche volta un po' ROZZO... Lo sputo, la saliva, nel simbolismo dei semiti rappresenta lo spirito, la forza della persona, la sua energia vitale.

Gesù dunque trasmette al cieco il suo spirito. Ma cosa vuol dire questo veramente? Lo Spirito consente di discernere ciò che è da Dio e ciò che non è da Dio

 

“Gli impose le mani “ – Ecco il contatto diretto che esprime trasmissione di energia/vita. Ma cosa vuol dire questo veramente? La forza dell’imposizione delle mani rende possibile di agire in conformità a ciò su cui si è fatto discernimento (=ciò che Dio vuole).

 

La saliva negli occhi mi abilita a capire cosa vuole Dio. L’imposizione delle mani mi abilita a fare ciò che Dio vuole.

 

"E avendogli imposto le mani, gli domandava: Scorgi qualcosa?". Possibile che Gesù debba aspettare la risposta dell'uomo per conoscere l'esito del suo intervento? E' sospetta per noi questa domanda del Signore. Ma la risposta dell'interessato rasenta addirittura il ridicolo: "Scorgo gli uomini, poiché vedo come degli alberi che camminano". Che è come dire: "Credo di vedere uomini, ma in realtà vedo alberi che camminano". Quest’uomo è a metà strada tra l’ombra e la luce.

E qui cresce ulteriormente il sospetto che si alluda a qualcosa che va ben aldilà di questa vicenda. Gesù non si scompone: "Gli impose di nuovo le mani sugli occhi" e finalmente "ci vide bene e fu ristabilito", al punto che "vedeva tutto distintamente, da lontano". Marco insiste compiaciuto su questo esito lusinghiero e completo.

 

 Vedi qualcosa?

Guarigione a tappe, si direbbe, "progressiva": come mai? Marco non scrive per la cronaca, scrive per una Comunità, cioè per cristiani che sì, hanno già cominciato ad aprire gli occhi: cercano di capire Gesù, i suoi criteri, il suo Vangelo, ma c'è ancora tanta cecità in loro; non vedono come vede Gesù: intuiscono, percepiscono, ma sono lontani ancora dalla sua visuale limpida, evangelica, capace di prospettiva.

Subito dopo questo fatto, Gesù chiederà ai discepoli: "Chi sono io per voi? Cosa vedete in me?" Ed è l'imbarazzo generale; solo Pietro darà una risposta sensata: "Tu sei il Cristo ! "; ma quando comincerà a parlare di croce non capiranno più niente... non capiscono, non vedono come vede Lui: il loro campo visivo è estremamente limitato rispetto al suo".

"Scorgi qualcosa?" - questa domanda Gesù la pone ancora, la pone sempre a chi si avventura con lui; non perché non sa e ha bisogno del nostro responso, ma perché vuole che noi stessi verifichiamo fìno a che punto il nostro sguardo è in sintonia con il suo sguardo, con il suo modo di vedere, di valutare. Quando ci poniamo di fronte a Lui in tutta onestà. In un faccia a faccia con il suo Vangelo "lontano dalla folla ", noi siamo in grado di accorgerci quanto il nostro sguardo è limitato e povero rispetto al suo. Quanto è facile illudersi di vederci bene, e a distanza, solo perché si è preso a camminare con Cristo.

Quanto è facile dimenticare che la profondità dello sguardo cristiano, della coscienza cristiana, è un'acquisizione progressiva, all'insegna di grande pazienza, in un cuore a cuore con Cristo che non si esaurisce mai.

Quando potrà finire il Signore di guarirci? "Vedo gli uomini; infatti vedo come degli alberi che camminano"… Farà ridere, forse, questa confessione, ma è di un realismo sempre attuale, anche nella nostra esperienza. E' il dramma della "cosificazione" degli uomini (Codificazione = considerare gli uomini come delle cose, non scorgere in essi la dignità di figli di Dio), particolarmente evidente in molti comportamenti e atteggiamenti del giorno d'oggi (e che anche nella Chiesa e tra noi cristiani a volte prende piede): le persone ridotte a cose di cui disporre, da manipolare e da asservire a fini prestabiliti: "alberi che camminano", quante volte si dovrebbe confessare che è solo a questo che si arrestano certe valutazioni.

 

Anziché arrivare frettolosamente a certe sintesi, a certe conclusioni, perché non ammettere che il nostro sguardo - forse - è limitato, bisognoso di maggiore limpidezza ?

Penso a certi giudizi che si pronunciano con marcato pessimismo sulle varie crisi che investono i più svariati settori del vivere attuale, dalla Chiesa alla famiglia, dalla cultura al lavoro, alla politica, e a tutto il resto. Chi ci autorizza a concludere che "tutto va male" che "chissà dove finiremo! " ? chi ci autorizza a sentenziare all 'insegna del pessimismo? e a diffondere ansia e smarrimento?

E se ammettessimo invece che -forse -proprio nel travaglio e nelle crisi, qualcosa di nuovo si sta preparando a nascere e che noi non siamo in grado di vedere ? E se ammettessimo la necessità che qualcuno ci apra gli occhi di più, perché non ci vediamo affatto bene?

Penso a quel certo modo poco evangelico di rapportarci rispetto alla cultura di oggi che sta trasformando il dialogo in perenne polemica: possibile che per noi cristiani dialogare con il mondo significhi solo puntare il dito su ciò che non va? e non vedere che accanto a molto marciume, nel mondo, ci sono anche valori e situazioni che "non sono lontani dal Regno di Dio" ? Perché vedere unicamente chi è contro di noi "e non chi è per noi "? E' vedere questo? E'vedere "bene e a distanza"?

 

Sta diventando normale, su certa stampa cattolica, polemizzare con la cultura cosiddetta laicista usando la sua stessa acredine e la sua stessa violenza nel rispondere o nell 'attaccare... quasi che la verità del Vangelo si fosse indebolita e avesse bisogno del nostro armamentario polemico per imporsi e per trionfare. Ci si ritrova sullo stesso piano degli avversari, vittime di una stessa comune miopia. E il peggio è che ci si illude di vederci bene! Sì, "uomini come alberi che camminano ", ecco ciò che si vede.

Amici, non è più saggio ammettere che la terapia del Signore su di noi è tutt'altro che conclusa? e desiderare che quelle sue dita tornino ancora a posarsi sui nostri occhi?

E' laboriosa l'azione di Gesù su quel cieco a Betsaida; altrove, per esempio con il sordomuto, Gesù sembra perfino provare fatica, tedio... (7,34). Ma è il prezzo che deve pagare alla nostra durezza di cuore, alla nostra presunzione di crederci sempre definitivamente guariti, già capaci di vedere bene e a distanza. No, amici, riconosciamolo; almeno cuore a cuore con Lui dichiariamolo con onestà: "Credo di vedere uomini, ma vedo alberi che camminano".

 Affidarci a Cristo Signore non è un semplice atto di buona volontà. Essere chiamati a seguirlo è dono: un dono in cui occorre accettare l'umiliazione di ritrovarsi ancora schiavi e di lasciarsi liberare con pazienza, con progressività.

 

Signore Gesù, Luce del Mondo,

vorremmo che tu non ti stancassi mai

di prenderci per mano

e di portarci in disparte con te,

come hai fatto con il cieco di Betsaida.

A volte ci prende la presunzione

di vedere tutto, bene, a distanza

mentre siamo ancora per via, con Te.

Interrogaci, allora, o Signore;

portaci a verificare, alla luce del Tuo Vangelo,

quello che vediamo veramente.

Rendici abbastanza umili da riconoscere

che quello che vediamo non è tutto

e che le nostre visuali sono distorte, parziali.

Allora, fa' che sappiamo uscire dalla folla

per incontrarci direttamente con Te:

rendici docili alle tue mani che ci ricreano,

alla Tua Parola che ci interpella.

Porta pazienza con noi, Signore,

non stancarti

di posare ancora le tue mani sui nostri occhi.

Amen.