PAGINE BIBLICHE 'ruminate'  in.Comunità

"Magnificat" (Lc 1,39-56)

 

1. Maria, la ‘visitata’ da Dio

Ascoltiamo

“Dio mandò il suo Figlio, nato da donna”(Gal 4,4).

Egli “ha visitato e redento il suo popolo” (Lc 1,68).

Meditiamo

Giunta la pienezza del tempo, si compie l’attesa del Messia: “Dio mandò il suo Figlio, nato da donna” (Gal 4,4). E’ stupefacente: Dio consegna suo Figlio alla storia come “fragile uomo” generato da una donna! Ma forse stupisce ancor più che Dio entri nella storia e nella vita di una giovane donna, Maria, come il mormorio del vento leggero che sull’Oreb carezzò il cuore di Elia: con lievità e discrezione, impastando la sua trascendenza con la vita ordinaria di un villaggio anonimo, periferico, schivato dai ricchi e dai potenti, abitato per lo più da un pugno di contadini ed artigiani.

Un ambiente semplice, nel quale il lavoro della donna, come afferma il Talmud, è macinare, infornare, lavare, cuocere, nutrire i figli, fare loro il letto e lavorare la lana.

Qui Dio pone la sua tenda in mezzo a noi!

Qui, a Nazareth, nel grembo di una giovane donna che lavora, esce di casa per prendere l’acqua, s’attarda in cortile con le vicine, cuoce il pane nel forno comune, va a prendere la legna per i campi, si reca a pregare nella sinagoga, e sogna, come tutte le sue coetanee, di farsi una famiglia, mentre con le sue stesse mani prepara il corredo. E’ in questa modesta ferialità dal sapore casalingo che il progetto di Dio si fa salvezza per l’uomo!

Ecco: tutto è partito da Nazareth, ma non è finito lì. La storia continua. Qui, adesso, con te. Sei tu ora la giovane donna amata e accarezzata da Dio. Tu, con la tua storia personale, come famiglia nata e cresciuta in questa splendida e sofferta terra di Calabria, marginale come Nazaret, ma dignitosa e ricca di ‘tipicità’ che attendono di essere valorizzate; tu, come Chiesa di Locri-Gerace, che prega, soffre, gioisce e condivide il desiderio e la gioia di essere visitata da Dio. E poiché ora anche tu sei visitata e consolata da Dio, alzati, in fretta, e visita e consola, come Maria che si sposta da casa per portare la gioia, il conforto e l’aiuto alla cugina Elisabetta, prodigiosamente gravida di Giovanni, pur essendo sterile e anziana.

 Chiediamoci

Ci sentiamo amati e visitati da Dio nella quotidianità della nostra esistenza, nella gioia e nel dolore? Impegniamoci Apriamo il nostro cuore alla visita e alla consolazione di Dio. E nella fatica della ferialità, soprattutto quando ci sentiamo trascurati dagli altri e lasciati soli dalle Istituzioni, custodiamo la certezza che Dio sta dalla parte di chi non fa notizia e si lascia incontrare dagli umili che confidano in Lui e che da Lui attendono la salvezza, mentre lottano ogni giorno per la giustizia.

Preghiamo

Maria, tu che hai accolto la visita di Dio

con umile fiducia,

fa’ che il nostro cuore

non si pieghi al destino

ma, consolato e sostenuto dalla speranza,

si volga fiducioso al tuo progetto di salvezza,

per la fede in Cristo Gesù, nostro Signore.

Amen.

 


 

2. Giuseppe, l’uomo ‘giusto’ per Maria

Ascoltiamo

Il giusto

cammina nelle vie del Signore (Os 14,10),

osserva il diritto (Ez 18,5),

pratica la giustizia (Ap 22, 11),

si conferma nella sua condotta (Gb 17,9),

si regola secondo la sua integrità (Pr 20,7),

si prende a cuore la causa dei miseri (Pr 29,7).

Giuseppe, lo sposo di Maria era giusto (Mt 1,19).

Meditiamo

Maria accoglie senza riserve la visita di Dio e l’annuncio della maternità. Eppure, agli occhi di tutti, a causa del figlio che porterà in grembo senza essere ancora sposata, sarebbe stata certamente considerata un’adultera, e quindi, secondo la legge, avrebbe potuto rischiare di essere lapidata o ripudiata dal suo promesso sposo.

E Giuseppe, che ha amato Maria, le ha dato fiducia, e l’ha sognata, desiderata ed attesa come sposa e madre dei suoi figli, come ha potuto affrontare e superare il dolore, il disagio e l’imbarazzo per questa gravidanza inspiegabile? Come poteva, per giustizia, coprire con il suo nome un bambino di cui ignorava il padre? E come poteva, ancora per giustizia, consegnare Maria alla legge ed esporla al disonore, lui che non si era lasciato andare a giudizi infamanti e frettolosi? Ma come giustificare al contempo l’evidenza, e quindi fugare la perplessità, la confusione e il dubbio? Per questa giovane coppia è stato davvero un tempo di prova, segnato da tanti perché, …che Maria ha gestito con dignità e Giuseppe con discrezione, prudenza, chiaroveggenza e finezza! Atteggiamenti che Dio ha premiato, restituendo loro serenità e prospettive di futuro: Dio, infatti, visiterà in sogno Giuseppe rassicurandolo ed affidandogli il dono di una paternità specialissima, quella di Gesù.

Così Giuseppe, uomo giusto, retto, delicato e gratuito nell’amore, diventa per questo l’uomo giusto per Maria, e condivide con la sua sposa il fascino della verginità, entrambi attratti irresistibilmente dall’assoluto di Dio. Diventa anche il padre giusto per Gesù, allenandosi con agilità interiore allo stile imprevedibile di questo figlio che fin da piccolo spiazzerà i genitori per il mistero dirompente del suo essere vero Dio e vero uomo.

La visita di Dio ha dunque segnato e forgiato la vita di questa giovane coppia.

Non c’è stato contrasto tra i loro desideri e il progetto di Dio, ma la fatica dell’assimilarsi al mistero. Un mistero che bussa anche nell’intimità delle nostre case, e c’inquieta, facendosi talvolta sconvolgente. Ognuno di noi ne porta in cuore i segni trafiggenti. Ma è qui, in questo arrendersi insieme con fiducia e umile amore all’inedito di Dio, che si consumano le prime nozze tra noi e con Dio, mentre percepiamo la fatica di questo pellegrinare nella fede come palestra che ci allena alla corsa verso la gioia del regno dei cieli.

 Chiediamoci

Crediamo che la prova sia il tempo in cui Dio ci visita misteriosamente per educarci ad una fede più viva e proiettarci verso una gioia più grande e duratura, anche se non immediata?

Impegniamoci

Rispondiamo a Dio in ogni situazione della vita e cerchiamo sempre la sua volontà, accogliendo con serena sottomissione gli eventi favorevoli o tristi e facendo il bene “con cura, spesso e con prontezza”, non come coloro che “mangiano senza gusto, dormono senza riposare, ridono senza gioia, si trascinano invece di camminare” (Cfr. CdA 841).

Preghiamo

Maria, tu che sei stata segnata dall’inedito di Dio

e hai perseverato insieme con Giuseppe

nella notte della prova,

fa’ che possiamo orientare al Signore

le energie della nostra intelligenza,

volontà, affettività, corporeità,

e camminare speditamente sulla via della vita,

liberi dalla paura di essere sopraffatti

dal male, dal dolore e dall’avida smania

di qualunque forma di personale egoistica affermazione,

per crescere ed annunziare con la vita

la durevole gioia dell’amore autentico e disinteressato.

 


 

3. Uscire da se stessi per ‘visitare’ gli altri

Ascoltiamo

“In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse …una città di Giuda”. (Lc 1,39)

Meditiamo

Maria apprende dall’Angelo la notizia della maternità già avanzata, e soprattutto inaspettata, della cugina Elisabetta: era “il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile” (Lc 1,36) – annota l’evangelista Luca. Come a dire: bada che la Vita può trionfare anche lì dove trovi una situazione di sterilità e di morte, quindi contro ogni ragionevole previsione. Trionfa se speri e ti affidi a Dio che ti riscatta, ti solleva e ti premia, quando meno te lo aspetti.

Appresa la notizia, che fa Maria? Si mette in viaggio, come Abramo per fede, come Gesù per obbedienza, come la Chiesa per mandato missionario in fede ed obbedienza, e si dirige verso una cittadina di una regione montagnosa della Giudea, l’odierna Ain-Karim, dove abitava l’anziana parente. Nazaret ed Ain-Karim distavano l’una dall’altra circa centotrenta chilometri. Una distanza ragguardevole per quei tempi, che richiedeva circa tre giorni di cammino, e per strade faticose. Facendo leva sul buon senso, ma il testo biblico non l’accenna, immaginiamo che Maria abbia intrapreso questo viaggio in compagnia. Era impensabile, infatti, a quel tempo che una giovane donna, sola, potesse affrontare un viaggio così lungo senza avere a fianco qualcuno. Ma chi l’accompagnava? un parente? Giuseppe? A chi poteva confidare come aveva appreso la notizia della maternità di Elisabetta, e chi poteva dar credito a questo suo racconto se non Giuseppe?! Certo, sono solo supposizioni. Quel che conta è che questa giovane coppia, invece di chiudersi a riccio sul proprio problema e sulla eccezionalità del momento che stava attraversando, si senta coinvolta dal bisogno di un’altra famiglia che stava vivendo con trepidazione un evento straordinario, segnato dalla gioia ma anche dalla fragilità: gestire una gravidanza e un parto in età avanzata era senz’altro a rischio, e avrebbe potuto compromettere la vita della madre e del bimbo!

 

Da questa solidale scelta di servizio, scaturita dall’amore gratuito, oblativo, profondo di Maria e Giuseppe, cogliamo un messaggio luminosissimo per la nostra vita familiare e comunitaria: mai chiudersi nei propri piccoli o grandi problemi, ma sforzarsi costantemente di uscire fuori da se stessi per andare incontro agli altri. Così matura una famiglia e cresce una comunità. Quando invece due sono “innamorati e sigillati” dentro la vita di coppia, o una comunità coltiva il proprio orticello non curandosi del più vasto campo di Dio che la circonda, si sviluppa un amore possessivo, egoistico e chiuso, che finisce per arrugginirsi e sciupare tutto, anche il bello e il buono da cui è spuntato.

 Chiediamoci

“Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!” (At 20, 35) – dice Gesù. Per te è veramente così, sempre?

Impegniamoci

Un maestro di spirito, a mo’ di preghiera, ci propone un atteggiamento di quotidiano gratuito amore: “Signore, importante è trovarmi ogni giorno là dove tu mi metti, senza ritardi” (card. A. Ballestrero)

Preghiamo

Maria, tu che ti sei fatta presente e premurosa,

dimentica, con Giuseppe, di te stessa,

dei tuoi bisogni, delle tue fragilità,

per assistere l’anziana parente

e in essa la debolezza di ogni creatura,

 donaci di uscire dal guscio del facile,

del comodo e del sicuro

per andare incontro agli altri

con amore oblativo, profonda compassione

e materna tenerezza.  

 


 

4. Carità e lode nel viaggio verso Ain-Karim

Ascoltiamo

“Maria si mise in viaggio… e raggiunse in fretta una città di Giuda” (Lc 1,39)

Meditiamo

Appresa la notizia della maternità di Elisabetta, Maria, come abbiamo visto, si mette in viaggio e raggiunge in fretta la cugina. Ma perché una partenza “in tutta fretta”? Maria cercava forse una conferma della veridicità di quanto le era stato annunciato? Assolutamente, no: è un atteggiamento che non trova riscontro nel testo e mal si abbina al sì pronunciato qualche giorno prima dinanzi alla proposta sconvolgente di Dio. Un sì interiorizzato con tanta consapevolezza non cede così banalmente alla smania delle conferme! Crediamo piuttosto che sia stata spinta dalla sollecitudine per la cugina - non dimentichiamo che rimase con lei per ben tre mesi! - e dal desiderio di condividere le meraviglie operate, in entrambe, da Dio.

Questa premura scorgiamo nel passo frettoloso di questa futura mamma che si lascia guidare dal realismo tenace della carità. E non dimentichiamo che mentre s’affretta e s’affaccenda per servire l’anziana parente, custodisce in grembo il ‘feto’ di Dio! In un contesto sociale e culturale come il nostro, in cui la carità sta in piedi sotto forma di fredda elemosina e cammina a rilento nella gelida burocrazia, mentre la dignità dell’uomo si arena con le tante carrette del mare che ‘scaricano’ sulle nostre spiagge uomini, donne, vecchi e bambini impauriti, smarriti, rifiutati e cancellati da ogni terra; ebbene, dinanzi a queste vergogne, gli agili passi di Maria ci scuotano e ci sveglino, affinché la nostra carità si muova speditamente verso gli altri, si abbattano i muri di separazione issati dall’egoismo, dalla diffidenza e dall’indifferenza ed ogni uomo riconosca nell’altro non l’estraneo e il diverso, ma un altro se stesso.

E c’è anche un altro passo frettoloso che vorremmo ricordare qui. Quello delle mamme che si preparano a diventar nonne e con ritrovata giovinezza corrono sollecite a prestare cura e attenzioni alle loro figlie, che a loro volta stanno per diventare madri. Ma c’è anche la fretta della squisita carità che bussa alla porta dell’anziano vicino per tenergli un po’ di compagnia, per fargli qualche servizietto in casa, per appoggiare sul tavolo della cucina una minestra calda, condita di provvido amore.

Questa, insomma, è la fretta che Maria ci contagia, e che noi dovremmo imitare ogni qualvolta ci accorgiamo che qualcuno può aver bisogno di noi, o che percepiamo che una nostra premura può far gioire il cuore dell’altro.

Chiediamoci

Qual è la qualità della mia carità per gli altri: è fatta di premura, attenzione, delicatezza, gratuità, disinteresse… o è fredda, distaccata, superba, misurata, interessata…?

Impegniamoci

Ogni giorno, giunti a sera, verifichiamo la qualità della carità fraterna che ha insaporito la nostra giornata, a partire da come san Paolo ne parla ai cristiani di Corinto: “La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1Cor 13, 4-7).

Preghiamo

Maria, tu che in tutta fretta

ti sei fatta presente e premurosa,

recando ad Elisabetta con volto raggiante

l’annuncio gioioso della visita di Dio,

fa’ che attraverso le nostre mani e il nostro cuore

Dio stesso si chini ancora a servire e ad amare.

 


5. Gli anziani parenti di Maria

Ascoltiamo

Zaccaria ed Elisabetta “erano giusti davanti a Dio e osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore” (Lc 1,6)

 Meditiamo

L’evangelista Luca ci presenta gli anziani parenti di Maria proprio all’inizio del suo Vangelo, che si apre con una scena dal sapore antico, millenario, che riconduce all’antica alleanza ma, al contempo, ne lascia presagire il superamento, in funzione di un’alleanza nuova e definitiva. Siamo nel tempio di Gerusalemme, luogo sacro della liturgia, e qui uno dei ventiquattro sacerdoti stabiliti a turno per il culto, sta offrendo l’incenso. Si tratta del sacerdote Zaccaria, marito di Elisabetta, cugino di Maria, discendente di Aronne, il fratello di Mosè. In questo contesto liturgico avviene l’apparizione dell’angelo che gli annuncia la nascita di un figlio, che sarà Giovanni Battista. Una nascita miracolosa, che semina sorpresa e imbarazzo, perché Elisabetta era sterile e anziana. Dal suo grembo appassito e spento, fecondato da Dio, sarebbe fiorita la speranza. L’anziana donna, più vicina alla morte che alla vita, avrebbe partorito il precursore della Vita stessa! Ma Zaccaria, che pur era giusto davanti a Dio e, come la moglie, irreprensibile nell’osservanza di tutte le leggi del Signore, dubita e chiede un segno. E lo avrà, ma sarà un segno doloroso e correttivo della sua incredulità: diventa muto, fino alla nascita del figlio, quando gli “si aprì la bocca…e parlava benedicendo Dio” (Lc 1,64).

Ma proviamo ad entrare nella trama esistenziale di questa anziana coppia di sposi. Zaccaria, della classe di Abia, significa “Dio si ricorda, Dio è padre”, ed Elisabetta “Il mio Dio ha giurato” o “Dio è la mia fortuna, la mia sazietà”. Significati che preannunziano il loro diretto coinvolgimento nel compimento delle promesse divine.

Ma perché Dio si serve di questi sposi?

Diciamo che hanno due pregi che li hanno resi “provvidenziali” e idonei per contribuire alla realizzazione del sogno di Dio, la salvezza. Erano giusti, come Giuseppe, e irreprensibili nell’osservanza della legge. Due qualità che vorremmo fossero il corredo di ogni famiglia cristiana. Due qualità, ma anche un dramma, che li addolora: non avevano figli e, data l’età, era anche tramontata la speranza di poterne avere in futuro. Eppure questa loro sofferenza sembra impreziosire lo scrigno delle loro doti: come Giobbe, anche loro soffrono, ma la sterilità non li dispera e Zaccaria continua a servire Dio con fedeltà. Anzi, questa sterilità si tramuterà in segno, per poter annunziare che nulla è impossibile a Dio. E sostenere così anche la fede di Maria. Lì il segno sarà la verginità! Certo, come Giobbe, dovranno prima toccare con mano la loro impotenza e avvertirne tutta la fatica prima di poter essere visitati da Dio, ma Dio ha giurato, ed interviene.

Così nella nostra vita.

Se accetti di camminare a braccetto con la tua sterilità e i tuoi insuccessi senza disperarti, o imprecare contro Dio o sentirti castigato da Lui; se consegni i tuoi sogni e le tue speranze alla fedeltà del Signore, Egli ti restituisce il centuplo di ciò che tra le lacrime e con amore hai sofferto ed offerto.

Così ci si allena anche nella vita di coppia.

Un dolore sopportato in due, con dignità, fa superare l’inevitabile sopraggiungere dello scoraggiamento. In fondo, Zaccaria ed Elisabetta ce l’hanno fatta perché tra loro non è mai venuto meno l’amore e quel quotidiano reciproco scaldarsi al fuoco del sacramento nuziale, in cui la fatica ha trovato riposo e la delusione una speranza più grande.

Chiediamoci

I fallimenti, gli insuccessi, le difficoltà, il nostro stesso peccato, ci chiudono a Dio o accrescono il nostro bisogno di Lui e la nostra fiducia in Lui?

Impegniamoci

Facciamo come Maria, che custodiva e meditava nel suo cuore le parole e gli eventi del Figlio. Impariamo da Lei, sentendoci un po’ come Zaccaria ed Elisabetta, “ricordati” e “saziati” da Dio. Mettiamo insieme i tanti frammenti della nostra vita per riconoscere i passi del Signore che si fa nostro compagno di cammino anche nel buio delle vicende umane, ed infrange la nostra solitudine con i segni misteriosi della sua presenza, che ci ha lasciato la notte in cui veniva tradito: il pane e il catino, l’eucaristia e il povero, la preghiera e il servizio.

Preghiamo

O Dio che in Zaccaria ed Elisabetta ci hai rivelato la tua fedeltà

 insegnandoci a sperare contro ogni speranza,

ricordati ancora del tuo popolo

e saziaci con i beni da te promessi,

affinché come Maria e Giuseppe

diveniamo tua famiglia che accoglie e genera il Salvatore.

 


6. Il saluto di Maria: Shalôm

Ascoltiamo

“Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta”. (Lc 1,40)

 Meditiamo

Presso gli Ebrei la formula di saluto era “Shalom”, “Salute”, “Rallegrati”, accompagnata spesso da un gesto carico di significato: si poggiavano le mani sulle spalle dell’altro e poi ci si baciava, prima sulla guancia destra e poi sulla sinistra, o addirittura, per esprimere affetto e tenerezza, sulla bocca. Talora si faceva anche un inchino, specie per accogliere un ospite illustre. Di certo, il saluto era anche un augurio, di pace soprattutto.

E Maria, giunta ad Ain Karim, - come annota il vangelo - saluta Elisabetta. Ma il suo non è un semplice augurio di pace e di gioia: lei portava in grembo il Principe della Pace e la pienezza della gioia messianica! “Ti do la mia pace” – avrebbe potuto dire Maria – “ti offro la mia gioia”.

Ma cos’è la pace presso gli Ebrei? Racchiude una serie di beni: la salute, la prosperità, la salvezza, la benevolenza, la gioia, la sicurezza, la serenità, la beatitudine, il perdono. Ma non in termini astratti. Dire pace significa godere di buona solute, vivere nella dignitosa abbondanza, scampare un pericolo, incontrarsi in amicizia, visitare con affetto, evitare le discordie, sradicare l’odio dal cuore, offrire ed accogliere il perdono.

La pace è un dono di Dio all’uomo bisognoso, debole e peccatore; un dono che conservi solo se lo offri, ad amici e nemici. Dio ti dona la pace perché tu, ricevendola con docilità e in obbedienza a lui, possa trasmetterla e concretizzarla nella tua vita.

La pace – scrive il nostro Vescovo – non è un’invenzione dell’uomo, ma rispetto dell’armonia che già si trova nelle cose da Dio create per la nostra gioia”. E questa pace abbiamo chiesto al Signore e testimoniato il 31 dicembre durante la marcia Nazionale che quest’anno ha scelto la Locride per “liberare al vento gli aquiloni della pace e del perdono”.

Intimamente legato a Maria, questo dono di Dio esige da ciascuno di noi un cuore accogliente e ben disposto affinché – come ci esorta p. GianCarlo, Pastore di questa nostra terra assetata di pace - possiamo passare “da un bisogno di pace (che resta emotivo) a scelte vere di pace, che chiedono decisioni coraggiose ed una nostra chiara collocazione di campo. Con gli umili e i poveri!”.

 Chiediamoci

Cosa fai tu, concretamente, per essere un operatore di pace nella tua famiglia, al lavoro, in paese, in parrocchia?

Impegniamoci

Valorizziamo i quattro doni che il 24 gennaio ad Assisi, durante la giornata di preghiera per la pace, sono stati condivisi dai rappresentanti delle varie religioni che, con i loro diversi colori, hanno invocato Dio sotto un unico arcobaleno di pace:

- la forza della preghiera;

- la consapevolezza che dalla diversità, anche di fede, può scaturire fecondità e forza;

- la fiducia nel dialogo;

- la condanna della guerra e di ogni forma di violenza.

Preghiamo

Maria, tu che hai accolto nel tuo grembo verginale

“il bambino nato per noi”,

chiamato Consigliere ammirabile,

Dio Potente, Padre per sempre, Principe della Pace,

aiutaci a forgiare le nostre spade in vomeri,

le nostre lance in falci,

perché mai più un popolo

alzi la spada contro un altro popolo

e mai più ci si eserciti nell’arte della guerra.

Che i nostri desideri di pace

diventino scelte coraggiose

in ordine ad una pace vera e duratura.

S’incontrino nei cuori, nelle case,

nelle piazze, per le vie del mondo

la misericordia e la verità,

e la giustizia e la pace si diano il bacio santo,

perché ci sia pienezza di gioia!

 


7. Elisabetta e Maria: promessa e compimento

Ascoltiamo

“Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo” (Lc 1,41)

Meditiamo

Il saluto di Maria, come abbiamo detto, non è stato un semplice augurio di pace e di gioia, ma l’offerta stessa della Pace e della Gioia che è Gesù, il Figlio di Dio che cresceva nel suo grembo materno.

 Ecco perché Giovanni “pieno di Spirito Santo fin dal grembo di sua madre” (Lc 1,15) ora sussulta di gioia: è la gioia dell’amico dello Sposo che incontra finalmente lo Sposo e pregusta l’esultanza delle nozze. E’ la promessa, nelle viscere di Elisabetta, che incontra finalmente il suo compimento, nelle viscere di Maria. Reciprocamente, Sposo ed Amico si riconoscono e l’Amico assapora la gioia che è la primizia dei frutti che via via, come dono dello Spirito, lo colmeranno di “pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22).

I tempi di Dio, tra promessa e compimento, e le sue modalità rimangono misteriose, ma la fedeltà del Signore è stabile e dura in eterno. Egli porta sempre a compimento ciò che ha promesso per bocca dei suoi profeti (cfr. Lc 1,69). Abbandonarsi alla sua fedeltà allora è come celebrare una vittoria anticipata, pur nella tensione del “non ancora”. Così è stato per Maria, per Elisabetta, per Giovanni, per lo stesso Gesù che sulla croce ha consegnato il suo Spirito al Padre e si è abbandonato alla Sua fedeltà entrando nella morte con gli occhi rivolti verso l’alba della domenica di Pasqua. Dall’oscurità del giardino del Getsemani, attraverso il Golgota, fino alla luce radiosa del giardino della risurrezione: così Cristo ha portato a compimento le promesse, in questo gioco di tenebre e luce, di dolore e gioia, di morte e vita.

E in questo gioco di colori e di stati d’animo è coinvolta anche la nostra vita, di continuo. Eppure talvolta ci logoriamo nell’usura dell’attesa, ci smarriamo nella notte del dolore e non sappiamo andare oltre. La vita ci sembra un labirinto: ci sentiamo sterili e maledetti come Elisabetta, timorosi e muti come Zaccaria, e anche se la Parola di Dio ci viene incontro per offrirci prospettive di speranza, come avviene nel tempio per Zaccaria che viene visitato dall’angelo mentre faceva l’offerta dell’incenso, noi restiamo proprio come lui, sospesi in questo abisso di fragilità e turbamento. E credere alle promesse di Dio, ‘invecchiati e stanchi’ come ci sentiamo, ci sembra assurdo. Ebbene, se proviamo tutto questo, finalmente stiamo giungendo al Golgota. Finalmente, dico, perché presto ci sarà la Luce!

Chiediamoci

Mi abbandono con gioia alla fedeltà di Dio che porta a compimento le sue promesse, o cedo alla diffidenza, al timore e all’incredulità?

Impegniamoci

Rivisitiamo la qualità della nostra fede.

“Credere è uscire da se stessi, fidarsi, obbedire, rischiare, mettersi in cammino verso le cose “che non si vedono” (Eb 11,1), assumere un atteggiamento di accoglienza operosa che consente a Dio di fare storia insieme a noi, al di là delle umane possibilità” (CdA 88).

Preghiamo

Maria, tu che sei stata docile strumento

nelle mani di Dio

affinché le Sue promesse

trovassero compimento in Cristo,

prega per noi,

timorosi, paurosi, increduli,

“invecchiati dentro”, sterili e stanchi

affinché lo Spirito, ogni giorno,

illumini la nostra intelligenza,

attragga la nostra volontà

e scaldi il nostro cuore,

facendoci sentire infinitamente amati da Dio,

abbandonati alla Sua fedeltà,

liberi di seguire Cristo

e di assaporare la bellezza e la gioia di vivere

anche nella fatica dell’oscurità e dell’attesa.

 


 

8. Maria, benedetta da Dio e da tutti noi

Ascoltiamo

Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! (Lc 1, 41-42)

Meditiamo

Benedetta tu, benedetto il figlio delle tue viscere! – esclama Elisabetta, piena di Spirito Santo, dinanzi a quella giovane donna che custodisce in grembo l’Autore della vita.

Benedetta Maria, arca dell’alleanza e tenda di Dio, tu che sei stata amata, adombrata, visitata e fecondata dall’Altissimo.

E benedetto Gesù, “sorgente della benedizione di Maria”, come scrive p. Stefano De Fiores.

E benedetto sia anche ogni uomo, poiché in Gesù, Dio ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale (Ef 1,3), per farci correre spediti lungo le vie luminose della santità, e così dargli gloria. Grazia e benedizione quando incontri chi custodisce nel cuore il desiderio, la ricerca, l’attesa e la venuta di Dio. Grazia e benedizione perché ti contagia nel desiderio di appartenere a Dio!

Ma cosa significa benedire?

Nella Bibbia la benedizione ha un significato estremamente ricco e profondo. Per l’Israelita essa realizza ciò che esprime, non per magia, ma per dono di Dio. Ecco perché è un augurio e una preghiera che, per avere ‘effetto’, esige una fede piena di speranza.

Oggetto della benedizione può essere, come per la pace, la salute, la fecondità, l’abbondanza, la gioia della vita, ogni bene spirituale e materiale. La cosa importante è che la benedizione testimonia la presenza di Dio tra gli uomini e la sua infinita magnanimità.

Benedire significa dunque annunciare un dono di Dio che susciterà gioia, stupore, riconoscenza e recherà un profondo senso di pace serena. Un dono che è avvolto dal mistero perché non viene né dipende dagli uomini, ma da Dio, che lo elargisce in forza della sua misteriosa onnipotenza.

Come sempre, però, Dio si serve di noi. E ha dato all’uomo il potere di comunicare la benedizione: i genitori benedicono i figli, gli anziani i giovani, i sacerdoti il popolo. Chi benedice è stato a sua volta benedetto da Colui che l’ha colmato di doni, massimo tra tutti, come per Elisabetta, il dono dello Spirito Santo.

Benedetti da Dio, benediciamo Dio: con cuore limpido e semplice, diciamo bene di Lui, lo lodiamo e lo ringraziamo per il suo amore fedele e per le meraviglie delle creature che Lui ha fatto. Benedire sia allora il nostro balbettare a Dio le semplici parole del bimbo; chiamarlo “mamma, …papà”, e cercare calore e sicurezza tra le sue braccia, come nel tepore di un nido che accoglie la vita, la nostra vita, frutto redento di una maternità e di una paternità sgorgate dal cuore trafitto del Cristo Crocifisso.

 

Benedire sia il quotidiano riconoscere che Dio sta passando nella nostra vita e vuole fermarsi a casa nostra. Riconoscere per nutrire riconoscenza. Percepirsi cioè, con consapevolezza, amati da Dio per ravvivare, nella gioia del cuore abitato da Lui, la fiamma lucente della gratitudine.

Chiediamoci

“Benedite e non maledite” - scrive l’apostolo Paolo ai Romani. I nostri sentimenti, le parole, i gesti, sono sempre pronti alla benedizione di Dio e dei fratelli, oppure talvolta, anche soltanto nell’intimo, imprechiamo e malediciamo?

Impegniamoci

Facciamo emergere il buono e il bello che c’è dentro di noi e attorno a noi, e per ogni aspetto positivo benediciamo Dio. Questo ci aiuterà anche ad evitare la critica corrosiva che in qualche modo è maledizione perché etichetta e scoraggia.

Preghiamo

Maria, benedetta da Dio e da tutti noi,

aiutaci a ravvivare la fiamma lucente della gratitudine a Dio,

 affinché il nostro pregare sia l’eco di quella benedizione

che, in Cristo, abbiamo ricevuto abbondantemente

 per correre spediti verso i sentieri verdeggianti della santità.

 


 

 9. Maria, Dimora ospitale della Divina Tenerezza

Ascoltiamo

“A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo”. (Lc 1,43-44)

Meditiamo

Dopo aver benedetto a gran voce Maria e il frutto delle sue viscere, Elisabetta pone alla cugina una domanda che è al contempo esclamazione di meraviglia: che cosa grande per me! Perché la madre del mio Signore viene a farmi visita? E’ lo stesso grido di meraviglia del re David (2Sam 6,9) mentre l’Arca dell’alleanza veniva trasportata a Gerusalemme: “come potrà venire nella mia casa l’arca del Signore? - si chiede con timore e stupore, mentre salta e danza di gioia con tutte le sue forze. E con lui tutto il popolo, al suono melodioso e festante di cetre, arpe, tamburi, sistri e cembali.

Un parallelismo non casuale, a cui l’evangelista tiene molto. Luca non vuol fare semplicemente il giornalista degli eventi, ma vuole riassumere, fin dall’inizio del suo Vangelo, tutto l’AT, da buon teologo e uomo di fede: il viaggio dell’arca avviene nella gioia, così il viaggio di Maria; il popolo grida di gioia al passaggio dell’arca, così Elisabetta di fronte alla visita di Maria. Tutto questo, insomma, per dirci che Maria è la nuova Arca dell’Alleanza. E come nell’AT nell’Arca c’era la presenza del Signore, ora in Maria Dio ha preso dimora. Non solo: c’è un di più, un’intuizione ancora più profonda: dalla presenza di Dio nell’arca si passa alla maternità, in Maria “madre del Signore”, cioè di Dio stesso!

Per noi gli orizzonti si allargano infinitamente: non ci è dato semplicemente di stare alla presenza di un Dio che sta al di fuori, nell’arca, ma di accogliere al di dentro, nel cuore un Dio che vuol prendere dimora in noi ed essere generato da noi.

Un dono di incomparabile bellezza, che stupisce e intimorisce a un tempo! E che deve renderci sempre più “ospitali”, come è nello stile che ci caratterizza. Ospitali con Dio e con ogni uomo, che ci chiede accoglienza per sentirsi amato ed ospitato da Dio stesso.

 Chiediamoci

Come David, Elisabetta, Maria, chiediamoci: perché Dio vuole essere ospitato in casa mia?

Impegniamoci

Diamo a Dio ospitalità in casa nostra! Prepariamogli un ambiente accogliente, cioè un cuore ben disposto, svuotato di ciò che è inutile e dispersivo, purificato dalla seduzione degli idoli, pronto all’ascolto, aperto al dialogo, educato alla preghiera, alla carità, alla vigilanza, all’attesa.

Preghiamo

Maria, Dimora ospitale della Divina Tenerezza,

nuova Arca dell’alleanza,

Madre del Signore Dio e Madre nostra,

fa’ che anche il nostro cuore

diventi arca ospitale e grembo fecondo

dell’alleanza nuziale con Lui.

 


 

10. Una fede che “fa fatti e non parole”

Ascoltiamo

"E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore” (Lc 1,45)

Meditiamo

“Maria - scrive sant’Agostino - ha concepito Cristo prima nel cuore che nel grembo”. Cioè grazie alla fede e all’obbedienza, per le quali l’evangelista Luca la proclama beata, per bocca di Elisabetta. Una fede coraggiosa, che “fa fatti e non parole”, come quella che respiriamo nell’audacia di tanti uomini e donne che hanno scommesso tutto su Dio e sul suo regno, esprimendo, da credenti credibili, la loro dedizione a Dio e all’uomo “soprattutto mediante l’attività in campo ecclesiale, familiare, professionale, sociale, culturale, politico, con totale disinteresse, fino al sacrificio più arduo” (CdA 951), perché hanno preso sul serio il dono e l’impegno del loro battesimo. Pensiamo, solo per la Locride, a Rosella Staltari, che è stata paragonata a santa Teresina di Lisieux, ad Anna Rosa Macrì, la mistica di Roccella, ai martiri di Gerace, a don Giuseppe Giovinazzo, morto per mano di mafiosi e divenuto simbolo di martirio e risurrezione, a quei professionisti, imprenditori, uomini politici vessati o uccisi da mani inique perché si sono opposti al pagamento del pizzo o al compromesso con il male e la corruzione, per non venir meno ai valori umani e cristiani in cui credevano. Per la loro testimonianza di fede, Cristo ha continuato a nascere nel grembo del mondo! E noi, come Elisabetta, li acclamiamo beati, “ci congratuliamo, ci felicitiamo con loro, facciamo i nostri complimenti per quanto di buono è loro capitato”.

Cos’è dunque la beatitudine cristiana?

Essa consiste nel fatto che Dio sta all’opera nella nostra vita e interviene in nostro favore, non perché noi siamo più bravi degli altri, ma perché Lui è padre e noi ci sentiamo figli. E di questa dignità di figli ne facciamo uno stile di vita per il quale siamo disposti a rinunciare a qualsiasi altra cosa, per quanto importante e cara possa essere, persino alla vita stessa. Questa consapevolezza, che cresce man mano che ci lasciamo afferrare dalla bellezza e dal fascino del regno di Dio, ci rende beati, anche nelle tribolazioni.

 Chiediamoci

La beatitudine di Maria ci dischiude uno stile di vita più vero e più bello, segnato dalla fede e dall’obbedienza. Come possiamo attualizzarlo nella nostra vita?

Impegniamoci

Perseguiamo lo stile della beatitudine evangelica che è essenzialmente un temere il Signore, camminare nelle sue vie, odiare il male e amare il bene, affidarsi a Lui, ascoltare e custodire la sua parola e credere, infine, nel compimento delle sue promesse, pur non avendo visto.

Preghiamo

Te beata, o Maria,

perché ti sei inoltrata speditamente

lungo le vie del Signore;

hai amato il bene e respinto il male con orrore;

ti sei affidata a Lui, dimentica di te stessa;

hai ascoltato e custodito la Sua Parola

anche quando è stata misteriosa e trafiggente;

e hai creduto nel compimento delle sue promesse,

esultando di gioia per Colui che ti creata e chiamata madre.

 


 

11. Maria, la tessitrice

Ascoltiamo

 “Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19)

Meditiamo

Scrive p. Raniero Cantalamessa: nel magnificat: “Maria è maestra nel tessere, con le parole antiche della Bibbia, una preghiera tutta nuova, fresca, spontanea e personale”.

E’ bella questa immagine della tessitrice, che quest’anno abbiamo a lungo meditato con Geremia. Anche Maria, al telaio della vita, tesse in comunione con Giuseppe il mirabile disegno di Dio, incrociando, come l’ordito e la trama, le parole della Scrittura con il suo sì docile ed appassionato, nel fascino di un intreccio quotidiano di dono e mistero, attesa e compimento, che ci dice come, benché sia forte in noi la presunzione di costruire da soli il nostro ‘destino’ (cfr. CdA 136), la strada è un’altra e ci porta lontano, protesi verso un futuro che non conosciamo ma che ci affascina perché Dio l’ha pensato per noi, a misura delle nostre aspirazioni più profonde, e ce lo propone come dono del suo inesauribile amore. Per cui non siamo vittime di un ‘destino’ che s’impone dall’esterno o viandanti solitari senza meta, ma protagonisti con Dio di un ‘progetto’, come Maria, che non ha subìto passivamente l’evento dell’annunciazione, ma l’ha assunto come prospettiva di salvezza, per se stessa, per la famiglia che stava per costruire con Giuseppe e per il suo popolo, vivendo consapevolmente l’esperienza dell’imprevedibile amore di Dio che ci precede, ci supera e ci trascende.

Chiediamoci

La storia obbedisce a un disegno di amore “nascosto da secoli nella mente di Dio,... e attuato in Cristo Gesù” (CdA 353). Ci sentiamo interpellati da Dio, in Cristo Gesù, per tessere con Lui la nostra vita, oppure è forte in noi la presunzione di costruire da soli il nostro destino?

Impegniamoci  

Impegniamoci con Dio nell’arte della tessitura, intreccio mirabile tra la sua Parola e la nostra fedeltà creativa nella storia! Siamo fedeli e creativi, mettendo a frutto i doni dello Spirito che conduce ogni cosa al suo pieno compimento in Dio.

Preghiamo

Maria, tu che hai dato tutto di te

nell’arte della tessitura,

tra l’ordito di Dio e la trama della storia,

intrecciando con squisita e delicata premura

la Sua Parola con il tuo sì,

insegna al nostro cuore dove e come cercare Dio,

con audacia e passione;

dove e come trovarlo,

con tenacia ed umile amore.

 


 

12. La mia vita ‘fa grande’ Dio

Ascoltiamo

“L’anima mia magnifica il Signore” (Lc 1,46)

Meditiamo

Magnificat: “come il titolo di un libro mi annuncia il contenuto, - scrive Lutero - così Maria con questa parola vuol indicare il contenuto del suo cantico: lodare la grande opera di Dio per rafforzare la nostra fede, consolare gli umili e scuotere tutti i potenti della terra”.

Ma cosa significa “magnificare”?

“Far grande”, “tenere in gran conto”. “Magnifico Dio” vuol dire “apro lo spazio al Signore, la mia vita è una celebrazione divina; l’anima mia non è che una testimonianza viva della sua grandezza smisurata, nella quale veramente è dolce il naufragio” (p. Turoldo)

 Dio, certo, non ha bisogno in se stesso che noi lo ‘facciamo grande’. Siamo noi che, nel nostro cuore, abbiamo bisogno di tenerlo in gran conto, noi che possiamo rimpicciolirlo o aprirci allo stupore, alla lode, alla contemplazione della sua grandezza e del suo amore. Maria, dunque, fa grande Dio nella sua vita e scioglie il suo cantico di lode perché lo coglie come Signore che irrompe nella sua esistenza povera e infeconda, trasfigurandola, e si manifesta come Amore infinito, Onnipotenza che salva e trionfa vittorioso sul male.

 Scrive Origene: “Se il Signore non può ricevere né accrescimento né diminuzione (è infatti Colui che è), come può Maria dire ‘l’anima mia magnifica il Signore’? Ecco come: Essendo Gesù l’immagine del Dio invisibile ed essendo noi creati a immagine e somiglianza di Dio, trasformati a immagine di Cristo, avremo ‘fatto grande’ in noi l’immagine di Dio convertendo pensiero, opere, parola al Vangelo. E lo stesso Signore, di cui l’anima è immagine, è magnificato così nella nostra vita”.

Facciamoci dunque un’idea grande di Dio, attingendo al tesoro della rivelazione che ci viene dalle Scritture e dalle meraviglie operate da Lui nella storia! Capita infatti che lo rimpiccioliamo e lo deformiamo riducendolo a nostra immagine e somiglianza. Ci facciamo l’idea di un dio severo, vendicativo, pronto a punirci severamente, a bacchettarci o a ritirarsi da noi se sbagliamo, e verso di lui coviamo un sordo rancore; oppure ci creiamo l’immagine di un dio indifferente al male e al dolore del mondo; o addirittura ci trastulliamo nell’idea un dio bonaccione che passa sopra a tutte le nostre magagne senza battere ciglio. No: questa è idolatria, perché adoriamo una immagine falsa di Dio, che è proiezione di noi stessi, e lo abbiamo ingabbiato nei nostri schemi mentali ed etici!

Chiediamoci

Che idea ho di Dio: è per me un dio vendicativo, severo, lontano, oppure è infinitamente misericordioso, buono, vicino, compassionevole?

Impegniamoci

Lasciamo emergere i fatti positivi della nostra vita in cui abbiamo percepito l’azione di Dio che ha operato avvalendosi della nostra povertà. Impariamo così a coniugare in noi il senso dell’onnipotenza di Dio con il senso della nostra sterilità, che genera in noi lo stesso atteggiamento di Maria: quello dell’abbandonarsi sereno, pacificato, audace, nella lode di Dio.

Preghiamo

Insegnaci, Maria,

a magnificare Dio nella nostra vita,

coltivando lo stupore e la lode,

la conoscenza di Lui e la riconoscenza

per le meraviglie operate dalla sua infinita misericordia.

 


 

13. Mi compiaccio dell’Amato del mio cuore

Ascoltiamo

“Il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore” (Lc 1,47)

Meditiamo

Maria esulta perché ha fatto un’esperienza felice, unica, sconvolgente: ha incontrato Dio, riconoscendo il suo volto tra mille, si è fidata di Lui, gli ha offerto un grembo ospitale, e così la buona novella del Vangelo si è fatta carne in Lei.

Maria si è abbandonata alla logica dell’amore, scommettendo tutto sulla gratuità e sul fascino di Dio, come può fare solo una donna innamorata del suo sposo.

Con stupore adorante, ora “esulta”, si compiace dell’Amato, come di Colui che salva, e non di se stessa, come destinataria privilegiata del dono. A lei è toccato di essere primizia di salvezza e di gioia, per muoversi per prima verso la nuova Gerusalemme, come una sposa adorna per il suo sposo ( Cfr. Ap 21,1-2), ritta nella speranza di vedere Dio all’opera nel tergere le lacrime dagli occhi del suo popolo, in mezzo al quale non ci sarà più la vittoria definitiva della morte, né lutto, né lamento, né affanno perché, in Gesù, è stata aperta davanti all’uomo di ogni tempo una porta che nessuno può chiudere (Cfr. Ap 3,8) e che introduce nel regno dei cieli. Una porta spalancata verso l’eternità, che fin da ora possiamo varcare nella misura in cui, come Maria, ci lasciamo interpellare dal Vangelo.

Da più parti, nell’AT, troviamo un’eco di questa gioia espressa da Maria. Il profeta Isaia aveva addirittura cantato la gioia messianica, di cui è intessuto il magnificat, alludendo alla realtà nuziale e al germogliare di una vita nuova: “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia, come uno sposo che si cinge il diadema e come una sposa che si adorna di gioielli (61,10-11).

“Magnificare” ed “esultare” sono dunque dei verbi usati spesso nella Bibbia per descrivere la gioia di Gerusalemme, la gioia per la figlia di Sion e per la sua liberazione, ma raccontano anche la gioia dei poveri e degli umili che si rifugiano in Dio ed attendono da lui la salvezza. Nel cantico di Maria, lo vediamo bene, è raccolta tutta l’eredità dell’AT, e con essa le attese di un popolo, ed oggi le nostre: il grido soffocato dal pianto nel tempo della schiavitù si fa voce d’esultanza, il lamento nel giorno dell’angoscia diventa canto di giubilo, e le vesti stracciate nell’ora del pentimento si trasformano in tuniche di salvezza.

Chiediamoci

Il Vangelo è “la via paradossale della gioia”. Come mai allora molti credenti non mostrano di essere particolarmente felici? (CdA 852) Impegniamoci Entriamo con fede nella logica delle beatitudini e poniamo in Cristo la nostra gioia!

Preghiamo

Raccogli, Maria, le nostre lacrime e le nostre speranze,

liberaci dalla presunzione e dall’autosufficienza,

dal pessimismo e dalla paura

e donaci di esultare ogni giorno della nostra vita

dinanzi al volto del Signore

che inonda di gioia

chi si espone alla luce del suo Vangelo.

 


 

14. Ave Maria, piena di grazia, vuota di te

Ascoltiamo

“...perché ha guardato all’umiltà della sua serva” (Lc 1,18)

 Meditiamo

Umile e serva. Così si percepisce Maria dinanzi a Dio. Umile, cioè povera, fragile, terra terra. Che non vuol dire sentirsi ‘virtuosa’ o mettersi all’ultimo posto per essere chiamati al primo, abbassarsi per essere esaltati dagli altri, come facciamo noi, farisei superbi sotto la maschera di umili pubblicani, quando ci presentiamo a capo chino e ad occhi bassi ostentando un basso sentire di noi stessi che però lascia intendere tutt’altro che la consapevolezza del nostro niente.

Maria invece lo proclama col canto e nella gioia: “Dio ha guardato a me che sono niente: sperate con me, siate felici con me, tutti che mi udite”. La sua umiltà scaturisce dall’aver fatto chiarezza in sé, dall’aver accettato con gioia il suo vuoto per farsi riempire da Dio. Noi diciamo “Ave Maria, piena di grazia”, ma potremmo anche dire: “Ave Maria, vuota di te”. Così di noi, ogni volta che riconosciamo lo scarto infinito che c’è tra l’infinta grandezza di Dio e la nostra piccolezza. Per cui non andiamo in cerca di cose grandi, ma al contrario guardiamo con animo da bambini a colui che solo è grande e che tuttavia si è fatto l’ultimo di tutti, per dare l’esempio da seguire: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29).

Serva, di più, meglio, schiava – così si è percepita Maria. Che vuol dire totalmente afferrata dalla volontà di Dio e immediata nell’obbedienza: “Come gli occhi della schiava alla mano della sua padrona - diciamo con il salmista -così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio” (Sal 123, 2). Maria ha coltivato in sé questo sguardo vigile, pronto ad assecondare Dio, immediato nell’accoglienza amorosa e nella gioiosa esecuzione dei desideri di Dio.

Oggi, per noi, si fa proposta di uno stile di vita che esalta la priorità della grazia attraverso le vie dell’umiltà e della fiducia, con gli occhi spalancati dinanzi al mistero dell’amore di Dio, in gioia e gratuità!

 Chiediamoci

Umili e servi: ci sentiamo davvero così dinanzi a Dio?

 Impegniamoci

Indirizziamo il nostro essere e il nostro agire verso strade di umiltà e semplicità, facendo scelte alternative ben precise in ordine al nostro rapporto con Dio, con gli altri e con le cose. Scelte che ‘parlino’, che siano cioè segno. Ognuno di noi ne focalizzi almeno una, e su quella sia fedele.

Preghiamo

Maria, umile donna di Galilea,

serva docile e ancella innamorata,

tu che hai corrisposto con immediatezza

allo sguardo seducente di Dio,

fa’ che anche noi possiamo alzarci

e correre verso di lui

attirati dallo splendore della sua incomparabile bellezza,

e visceralmente coinvolti

dal suo desiderio di salvare ogni uomo.

 


 

15. Lo sguardo di Dio su Maria e su di noi

Ascoltiamo

 “...perché ha GUARDATO all’umiltà della sua serva” (Lc 1,48)

 Meditiamo

Abbiamo detto che Maria ha uno sguardo vigile, pronto ad assecondare Dio, immediato nell’accoglienza dei suoi desideri. Ma, attenzione, tutto questo in lei non è stato automatico, ‘naturale’, senza lotta interiore. Non dimentichiamo che Maria amava Giuseppe e che le due famiglie si erano già impegnate e parlavano di nozze. Dire sì a Dio, come umile serva, e sposare il suo progetto di salvezza significava spezzare un sogno, recidere un futuro già segnato. In cambio di cosa, poi? Di una promessa non verificabile all’istante.

Ecco, per Maria, c’era in gioco tutto questo, e lei avrebbe potuto mandare all’aria questo progetto di Dio, liberamente! Ma non l’ha fatto perché si è sentita “guardata” da Dio. E’ in questo sguardo di Dio il segreto del sì di Maria, in quegli occhi di Dio che s’incarneranno nello sguardo di Gesù. Chi di noi non ha subìto il fascino di quel “fissatolo, lo amò”, che ha scaldato per un attimo il cuore del giovane ricco che chiedeva a Gesù cosa dovesse fare della sua vita?

Quando ti lasci guardare da Dio, la tua vita ne viene trasformata, e non riesci più a sottrarti al suo sguardo penetrante che t’avvolge e ti sconvolge, mentre t’innamora e ti seduce. E per questo amore spazzi via tutto ciò che t’impedisce di corrergli dietro: lacci, catene, nostalgie, rimpianti. “Il mio diletto è per me ed io per lui” (Ct 2,16) - questo conta, e per questo vivi!

Occorre dunque lasciarsi incontrare dallo sguardo di Dio che continua a costruire in noi la sua storia di amore, amicizia, dialogo, gioia, salvezza. E in questo incrociarsi di sguardi, imparare ad ascoltare, accogliere, rispondere alla sua grazia. Ovvero: ascoltare, accogliere e rispondere a Cristo.

Chiediamoci

Scrive K. Barth: “Gesù Cristo è la grazia. In nessun nome c’è salvezza se non in questo. Ed è là appunto anche la grazia. Là è anche l’impulso al lavoro, alla lotta; l’impulso alla comunione, all’essere insieme agli altri uomini. Là è tutto quanto ho trovato nella mia vita, nella debolezza e nella stoltezza”. E’ così anche per noi, attratti dallo sguardo di Dio?

Impegniamoci

Rimaniamo sotto lo sguardo di Dio che ci rivela chi siamo, ci fa uscire allo scoperto, ci chiede qualcosa e ci invita, ci attira e ci dà la voglia di stargli dietro, come è stato per Maria.

Preghiamo

Maria, tu che hai fissato il tuo sguardo

sullo sguardo del Figlio tuo,

lasciandoti coinvolgere

dal suo desiderio di salvare il mondo,

fa’ che, purificati da ogni seduzione del male,

i nostri occhi sappiano incrociare lo sguardo di Gesù,

sorgente di amore e gratuità,

per condividere con lui la passione per il Regno.

 


 

16. Danza di riconoscenza e di lode

Ascoltiamo

“D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata” (Lc 1,48)

 Meditiamo

Beata”: l’aveva già proclamata Elisabetta perché Maria aveva creduto che Dio mantiene ciò che promette. Maria però va oltre: si autodefinisce beata non in virtù del suo credere, ma per la bravura di Dio che salva, feconda e innalza. E’ dunque un rallegrarsi a motivo dell’azione di Dio, un compiacersi in Lui, una gioiosa danza di riconoscenza e di lode, come quelle improvvisate dagli zingari che si ritrovano ogni anno a Riace per la festa dei Santi Medici, o le tarantelle dalla nostra gente lungo la strada di Polsi e davanti al santuario, al ritmo incalzante e festoso dei tamburelli.

Bello, poi, quel suo “d’ora in poi”, solenne, determinato, che scandisce senza mezzi toni il tempo nuovo che è già cominciato. A partire da questo momento - sembra dirci Maria - niente sarà più come era nella mia vita. Ho coscienza che ciò che Dio ha fatto in me è così grande che tutte le generazioni mi chiameranno beata. “Beata Vergine Maria”, canta infatti incessantemente la Chiesa da duemila anni, con gli occhi puntati sul mistero di Dio che da quel momento della storia, da quel luogo del pianeta, da quella semplice famiglia, da quel cuore di piccola donna si è fatto visibile e ha riversato su di noi grazia su grazia, perché diventassimo lode e gloria di Dio, in Cristo Gesù.

“Tutte le generazioni”, dunque anche la nostra.

Tocca a noi oggi chiamare beata Maria di Nazareth. Non per incensarla però alla maniera degli ipocriti, esprimendo una lode solo vocale, sganciata dalla vita. Pronunciare questa beatitudine significa riproporre, a livello esistenziale, nell’oggi del mondo e della storia l’esperienza di Maria, ripercorrendo nella nostra vita le tappe del suo sì a Dio.

Beati dunque, saremo anche noi, nel solco della nuova ed eterna alleanza che, attraverso il battesimo, ha fatto nido nel cuore. Nel mio e nel tuo, anticipando, sia pure in germe, gli effetti della salvezza con il renderci partecipi della vita nuova del Cristo morto e risorto.

Chiediamoci

Crediamo che anche per noi, attraverso il battesimo, c’è stato “un d’ora in poi” che ci ha resi nuove creature, degni di partecipare alla vita divina della Trinità e quindi essere chiamati beati come Maria?

 Impegniamoci

Ciò che Maria canta nel “d’ora in poi mi chiameranno beata” ci dice che dobbiamo puntare non su ciò che io faccio per Dio, ma su quello che Dio fa per me. Rinnoviamo, dunque, le promesse battesimali con questo spirito di accoglienza del dono della fede, fuggendo il volontarismo dell’ “io faccio, io sono, io posso, io devo...”. Il Vangelo, infatti, si fonda sul dono ricevuto, non sul dovere che siamo capaci di compiere con puntigliosa fedeltà.

Preghiamo

Con Maria, anche noi beati

per il sacramento della nostra rinascita,

ti lodiamo, ti benediciamo

e ti glorifichiamo, Signore.

Dal cuore squarciato del tuo Figlio

hai fatto scaturire per noi il dono nuziale del battesimo,

prima Pasqua dei credenti, porta della nostra salvezza,

inizio della vita in Cristo, fonte dell’umanità nuova.

Dall’acqua e dallo Spirito,

nel grembo della Chiesa vergine e madre,

tu generi il popolo sacerdotale e regale,

radunato da tutte le genti nell’unità e nella santità del tuo amore

 (Messale Romano, Prefazio del battesimo).

 


 

17. Gratitudine e stupore

Ascoltiamo

“Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente” (Lc 1,49)

Meditiamo

Nell’Antico Testamento, questo è come un ritornello popolare, che viene ripetuto lungo i secoli da Israele mentre ricorda e rivive la storia della salvezza: “Dio ha fatto per te cose grandi” (Dt 10,21) - dice Mosè al popolo mentre fa memoria della liberazione dall’Egitto. “Grandi cose ha fatto il Signore per noi; ci ha colmati di gioia” (Sal 126,3) - canta il salmista nell’andare con la mente e il cuore al ricordo del ritorno dall’esilio di Babilonia.

Le grandi cose operate da Dio riguardano l’insieme dei benefici da lui realizzati, primo fra tutti l’esodo dall’Egitto, e poi da Babilonia. Attraverso Maria si compie l’esodo definitivo, che supera e porta a compimento tutti gli altri: è l’evento dell’incarnazione dell’Unigenito di Dio nel suo grembo verginale, il manifestarsi del Dio-con-noi, liberatore e salvatore.

Un grande convertito, P. Claudel, scriveva: “Avvenne il giorno di Natale. Ascoltando il magnificat, durante i Vespri in Nôtre Dame, ebbi la rivelazione di un Dio che mi tendeva le braccia”. Ecco il suo esodo, in Cristo. E’ un Dio che ci tende le braccia, e colma ogni attesa, liberandoci dal peccato e dalla morte. Per cui non c’è più spazio nella nostra vita per la paura. Non c’è più buio fitto: basta ‘slanciarci’ in Lui con fiducia illimitata ed accettare la nostra storia di peccato e grazia, di tenebre e luce.

Maria si è slanciata verso Dio, ha fatto esperienza della sua onnipotenza e ha contemplato le grandi cose che Lui ha operato perché non si è lasciata guidare dalle intenzioni cattive che escono dal cuore degli uomini (cfr Mc 7,22), ma dalla grazia dello Spirito Santo. E nel magnificat ci ha indicato un metodo per sostenere la fatica del camminare secondo lo Spirito: trovare ogni giorno un motivo in più per amare come Dio ci ama, facendo leva sulla memoria grata e stupita di ciò che Lui ha fatto per noi.

Chiediamoci

Applico anch’io il ‘metodo’ del magnificat, che si fonda sulla memoria e la gratitudine per le opere di Dio e sull’amore ricevuto da Lui che diventa dono per gli altri, oppure sono ‘smemorata’ e dura di cuore?

Impegniamoci

Esercitiamoci ogni giorno nel cogliere ‘le grandi cose’ che Dio compie in noi e attorno a noi. E a sera, prima di abbandonarci alla quiete del riposo, facciamone memoria riconoscente, prolungando il magnificat di Maria.

 

Preghiamo

Ti affidiamo, Maria,

le grandi cose che Dio ha compiuto anche in noi.

Aiutaci a custodirle nelle profondità del cuore,

a non disperderle nei meandri

della superficialità e dell’indifferenza,

a saperle condividere con i fratelli

perché si sentano confermati e rafforzati

nella fede, nella speranza e nell’amore.

 


 

18. Essere misericordia e fare misericordia

Ascoltiamo

“...e Santo è il suo nome” (Lc 1,49)

 Meditiamo

“Santo è il suo nome” - proclama Maria. Dicendo con questo che Dio è “persona santa senza confronto”.

La santità di Dio, come ci è dato di cogliere in modo specialissimo nell’intreccio del Magnificat, consiste nella potenza del suo essere misericordia e fare misericordia. Ed è potenza che salva. Salva, se tu lo vuoi, perché Dio non s’impone, ti rispetta nei tuoi “sì” e nei tuoi “no”.

La santità di Dio, dunque, e la sua onnipotenza si fanno pressante appello , oggi, per noi. Qui, nella Locride, come nel resto del mondo. “In quest’ora tanto grave per tutta l’umanità” segnata dalla guerra in Medio Oriente (e non solo da questa!), “dalla violenza inaudita e dalla caparbia determinazione con cui, da una parte e dall’altra, si continua ad avanzare sulla strada della vendetta e della ritorsione”, come ha detto il Papa inviando un accorato invito alla pace, più che mai dobbiamo fermarci a riflettere sulla santità e l’onnipotenza di Dio, che è più incline ad amare che a dominare, a perdonare più che a castigare, a correggere più che a punire, a redimere più che a colpevolizzare.

Il ricorso alla violenza contraddice il Vangelo e la santità di Dio! Non lasciamoci vincere dal male! Dobbiamo imparare sì a resistergli con forza, ma in modo diverso, cercando di vincere il male con il bene, in nome del Dio Santo in cui diciamo di credere. Lo vediamo ogni giorno, anche nella nostra terra: rispondere con l’odio e la vendetta non serve a niente, anzi accresce la spirale della violenza e distrugge la dignità di un popolo.

“Santo è il suo nome!” - diciamolo con fierezza, piuttosto, dinanzi alle ritorsioni della criminalità organizzata, ma anche di fronte alla mentalità materialistica e agli atteggiamenti mediocri di quanti agiscono superficialmente, appesantiti dall’opulenza del successo, della ricchezza e del piacere.

Chiediamoci

La santità di Dio, abbiamo detto, coincide con il suo essere e fare misericordia. La percepiamo così nella nostra vita, oppure la sentiamo lontana, inaccessibile, fino ad averne paura?

 Impegniamoci

Guardando alla santità di Dio, camminiamo per vie di misericordia, benevolenza, comprensione, tolleranza, mitezza, pazienza, amore.

 Preghiamo

Maria, madre di Dio il cui nome è santo,

donaci di essere sole di misericordia là dove viviamo,

facendo crescere in noi e attorno a noi

la vita, la fiducia, la gioia, la gratuità;

e non nube di malcontento, giudizio, vendetta,

odio, violenza...

affinché ogni uomo riconosca in noi

che gli tendiamo il cuore e le mani

un tratto del volto di Dio che lo accoglie.

 


 

19. ...quel santo timor di Dio!

Ascoltiamo

“Di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono” (Lc 1,50)

Meditiamo

Misericordia traduce due parole ebraiche: compassione e uterinità. Compassione significa patire-con, condividere intimamente il destino dell’altro, prenderlo su di sé, assumersene il peso. Unita a uterinità, la compassione diventa il fremito amorevole delle viscere materne, che noi chiamiamo appunto amore viscerale. Questa è la misericordia di Dio celebrata da Maria! Una misericordia che ci partorisce continuamente a vita nuova, che ci visita persino nell’abisso del male, tendendo verso di noi le braccia forti della riconciliazione.

Tuttavia la misericordia non è merce che si possa comperare a basso prezzo al mercato delle infinite opportunità di un dio bonaccione. Ci vuole un requisito indispensabile per essere ben disposti ad accoglierla, come ci avverte Maria: l’avere quello che un tempo si chiamava il “santo timor di Dio”. Oggi si parla poco di questa virtù, forse perché poco capita: andrebbe rivisitata, nella catechesi e nella formazione, per quello che effettivamente significa. Il timore, nel nostro comune sentire, è infatti un sentimento piuttosto negativo, che dice poco amore e tanta paura. Il “santo timore di Dio” invece ��� tutt’altra cosa: dice tanto amore e poca paura, ma ti indica anche la dimensione dell’obbedienza docile e della riverenza filiale, rispettosa a Dio. Che è sensibilità e delicatezza. In una parola: amore, amore puro limpido delicato gentile.

La misericordia cantata da Maria è “di generazione in generazione”: “pare - scrive p. Turoldo - un’onda sprigionarsi da alta fonte e scorrere di balza in balza ingrossandosi e allargandosi sulla china dei secoli”. Giunta fino a noi, oggi, sentiamola come balsamo che lenisce le ferite della nostra umanità peccatrice, ma anche come forza interiore che ci abilita ad essere misericordiosi, a cospargere cioè questo stesso unguento profumato e salutare sul cuore di tanti uomini e donne incappati nel male, spogliati e percossi dalla bruttura del peccato, e lasciati mezzi morti in un angolo della vita, senza più ali per volare in alto né un cuore libero d’amare.

 Chiediamoci

“Santo e misericordioso è Dio, santo e dolce, con un cuore di madre verso tutti”: e noi, come siamo, com’è il nostro cuore, di carne o di pietra, di madre o di matrigna? Impegniamoci Rispolveriamo il santo timor di Dio, senza ‘temere’ di risultare antiquati, parliamone ai nostri figli, a casa, a scuola, in parrocchia. Soprattutto educhiamoci ad esso e consideriamo che “il timore divino è inizio di ogni speranza”.

Preghiamo

Madre di Dio,

dolce amante del Cristo tuo Figlio e tuo Sposo,

facci vibrare di amore puro limpido delicato gentile

perché possiamo essere timorati di Dio,

tanto poveri da poter accogliere a piene mani

la sua misericordia

e tanto ricchi da poterla donare

dopo averla ricevuta.

 


 

20. Una menorà di luce e di slavezza

Meditiamo

Conclusa la prima parte del canto, in cui Maria ci ha narrato ciò che Dio ha operato in lei, ora si spalanca un orizzonte descrittivo che raccoglie la storia della salvezza in sette azioni di Dio. E’ bello poterle immaginare come una menora di luce, il candelabro ebraico a sette braccia, che via via si accende e che ci lascia vedere con chiarezza quali sono le posizioni di Dio rispetto agli atteggiamenti dell’uomo. Qui appare, da una parte, un Dio che si schiera, marca i limiti, denuncia, promuove, riscatta, agisce, e dall’altra, un campione di umanità: uomini superbi, potenti, ricchi, ma anche uomini umili, affamati. E tutti, nel contesto dell’agire di Dio, raccolgono quello che hanno seminato.

Chi semina vento, raccoglie tempesta - dice un proverbio. E qui Maria lo ribadisce! Ma chi semina anche un granello di senape, sembra dirci ancora, vedrà crescere un albero così grande che gli uccelli si ristoreranno alla sua ombra.

E noi? Ogni azione di Dio c’interpellerà in prima persona, per cui non potremo rimanere neutrali: o stiamo dalla sua parte o ci schieriamo contro, nella perenne lotta tra il bene e il male. E’ anche vero che ci sentiremo un po’ superbi e un po’ umili, un po’ ricchi ma anche poveri, sazi eppure in fondo anche affamati. Ebbene, da questa stessa conflittualità potrà scaturire una coscienza nuova, se nella preghiera terremo sempre accesa la menora delle azioni di Dio e sapremo trarvi via via più forza e coraggio, per la vita.

 Chiediamoci

Quali sono le azioni di Dio che più hanno segnato la nostra vita: i sacramenti, la Sua Parola...o che altro?

Impegniamoci

Impariamo a schierarci: consideriamo che nella vita cristiana non ci possono essere ambiguità e doppiezza. A vicenda educhiamoci a fare la verità nella carità (Ef 4,15).

Preghiamo

Come tu, Maria, hai generato Cristo,

così noi ora attraverso la Parola e i sacramenti,

in virtù dello Spirito Santo,

siamo generati dalla Chiesa ed educati alla vita cristiana.

Donaci di sentirci amati da essa come figli,

consapevoli che “dal suo grembo nasciamo,

dal suo latte siamo nutriti,

dal suo Spirito siamo vivificati” (san Cipriano di Cartagine).

 


 

21. Segni e prodigi

Ascoltiamo

“Ha spiegato la potenza del suo braccio” (Lc 51)

Meditiamo

E’ di un Dio sorprendente che ci parla Maria. Di un Dio che ha operato segni e prodigi, il cui braccio è potente, forte la sua mano ed alta la sua destra.

Cresciuta secondo la fede del popolo ebraico, Maria aveva imparato a conoscere e far memoria degli eventi della liberazione dei figli d’Israele dalla schiavitù dell’Egitto ed ogni anno con la famiglia celebrava la Pasqua per rendere grazie al Signore, che con il suo braccio aveva abbattuto la potenza del faraone egiziano.

Ora, cantare a colui che ha spiegato la potenza del suo braccio, per Maria voleva dire annunciare la vittoria definitiva di Dio. Come dire: colui che ci ha salvato una volta con la sua destra, ora ci salva per sempre! Quello che ha fatto nell’esodo, ora lo porta a compimento in Gesù, che il mio grembo ha accolto come figlio, Messia e Signore.

La potenza di Dio è diversa dalla nostra, che è invece molto spesso ‘prepotenza’ che domina, schiaccia, impone, decide per tutti senza rispetto per nessuno, e finisce per alimentare la ‘cultura’ mafiosa della sopraffazione del debole e dell’oltraggio indiscriminato alla giustizia. Come dire: c’è la potenza di Dio e quella del faraone, che si combattono in noi. Siamo un po’ come quel campo di cui parla Gesù, dove sono mischiati i semi di vita e le sementi della morte, grano e zizzania.

A noi l’impegno di lasciarci convertire dalla potenza di Dio, che si rivela in pienezza nello scandalo della croce, facendolo attraverso scelte precise, prima fra tutte, come dice il nostro Vescovo, quella di collocare l’albero della croce al centro del giardino dove Dio ci ha posti, guardando ad essa con speranza ed entusiasmo. E poi …avere il coraggio di non salire sul carro dei potenti di turno!

Chiediamoci

Qual è la potenza che mi attrae: quella di Dio o quella del faraone?

 Impegniamoci

“Il cristiano che cerca potere per sé finisce nella spirale dei potenti e perde Cristo”. Scuotiamoci di dosso la polvere dell’arrivismo e della pretesa superiorità sugli altri, rimanendo con fedeltà sotto la croce, come Maria.

Preghiamo

Donaci, o Maria,

di celebrare con la nostra vita

la potenza di Dio

che salva e dona la vita,

rinunciando con forza

alla potenza del faraone

che combatte in noi

contro il desiderio di stare sotto la croce con te,

colmi di speranza

nella forza che ci viene

della morte e risurrezione del Figlio tuo Gesù.

 


22. ...Ma chi ti credi di essere?!

Ascoltiamo

“ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore” (Lc 1,51)

 Meditiamo

“Disperdere i superbi nei pensieri del loro cuore” è un’espressione dell’Antico Testamento: “Tu, Signore, salvi la gente umile, mentre abbassi gli occhi dei superbi” – leggiamo nel secondo libro di Samuele (22,28).

I rabbini commentavano dicendo che i superbi sono un tipo di persone che Dio tralascia di correggere e castigare perché sono talmente sicuri di essere nel giusto, che non si lascerebbero mai correggere; perciò il loro stesso insensato orgoglio li disperde nella vanità del loro pensare e agire.

Gesù punta il dito proprio contro questa categoria di persone, - ricordiamo il fariseo che si reca al tempio per la preghiera! - , perché “erano convinti della propria giustizia e disprezzavano gli altri” (Lc 18,9) e perché, “essendo ciechi, affermavano di vedere” (cf. Gv 9,41). Questo versetto del Magnificat è, dunque, scuola di conversione, che ci pone dinanzi ad un bivio: o imbocchiamo la via della superbia, che disperde, indurisce e raggela il cuore, o la via dell’umiltà, che raccoglie, unifica e riscalda il cuore, mio e di tutti, perché ciò che coltiviamo nel cuore, ce lo ritroviamo nella vita, in bene o in male.

E in quella malaugurata ‘dispersione’ leggiamoci il risultato di un calcolo che non torna. Quante strategie di profitto, sopraffazione sono poi sfuggite di mano, anche a noi! Pensiamo per un momento ai focolai di guerra che proprio in questi giorni stanno distruggendo la dignità dell’uomo in più parti del mondo: dietro le armi, gli strateghi della guerra, certe ‘diplomazie’, scopi occulti mascherati sotto il vessillo della ‘giustizia infinita’,…ma alla fine i conti non tornano! Perché lì dove domina l’insensata superbia, non c’è vittoria ma apparente dominio, destinato ad essere a sua volta sopraffatto, in un circolo spietato di morte.

Chiediamoci

Guardiamo ai pensieri del nostro cuore. Ci crediamo giusti e perfetti, o siamo coscienti di essere peccatori, forse più degli altri?

Impegniamoci

“Ogni passo che un uomo compie per allontanarsi dalla menzogna, dalla violenza, dall’egoismo e dall’orgoglio, è un passo verso la visione di Dio” (Carlo Carretto). Facciamolo questo passo, senza più appropriarci indebitamente di ciò che gratuitamente ci è stato donato dal Signore.

Preghiamo

A Te, o Maria, madre di umiltà,

affidiamo le profondità del nostro cuore.

Mai si disperda in pensieri di insensata superbia,

e sempre si apra alla lode

e al riconoscimento della grazia ricevuta da Dio.

 


 

23. Trono di Dio e trono di Satana

Ascoltiamo

“ha rovesciato i potenti dai troni” (Lc 1,52)

Meditiamo

Scrive Rabano Mauro, un antico commentatore della Scrittura: “Il Signore per tutte le generazioni di questo mondo rovescia i potenti, cioè i superbi, dal trono della loro presunzione ed esalta gli umili che confidano, non nella loro potenza, ma nella misericordia di Dio, “perché chi s’innalza sarà abbassato e chi si abbassa sarà innalzato (Cf. Mt 23,12).

L’immagine del trono è significativa. Sappiamo bene che è simbolo di potere e di gloria. Ebbene, non c’è trono per l’uomo se non quello di Dio, di cui abbiamo un’eco splendida nel libro dell’Apocalisse che, come Diocesi, abbiamo letto e approfondito insieme qualche anno fa nei Centri Familiari d’Ascolto. Come dire: la vostra sovranità viene dal Signore, la vostra potenza dall’Altissimo. Guai a chi erige un piedistallo per adorare se stesso! In fondo, ancora una volta, il magnificat ci dice che dobbiamo schierarci: o adorare il trono di Dio o adorare il trono di Satana.

Il trono di Dio ti pone dinanzi alla verità di ciò che sei e di ciò che Dio è; ti orienta verso il bene; ti esalta in ordine alla dignità del tuo essere Figlio di Dio. Il trono di Satana invece t’inganna: assomiglia infatti ad un agnello – come dicevamo a proposito dell’Apocalisse – ma parla come un drago. Ti disorienta: compie prodigi, anche sotto forma di bene apparente, ma per sedurti e piegarti al male. Ti perseguita: o ti pieghi alla logica del male e lo compi tu stesso, o tenta di farti fuori.

 Chiediamoci

Trono di Dio e trono di Satana. Tu da che parte stai, con chi ti schieri?

Impegniamoci

Fare chiarezza e schierarsi per Dio senza ambiguità, consapevole che se al centro del mio vivere non c’è il trono di Dio ma il trono di Satana sotto forma di avidità, mafiosità, prepotenza, presunzione,… io canto ogni giorno, a Vespro, la mia condanna: “ha rovesciato i potenti dai troni”, quindi “ha rovesciato anche me”. E questo è l’inferno!

Preghiamo

Maria, tu che hai fatto del tuo grembo il trono di Dio,

fa’ che detronizziamo il nostro ‘io’,

abbattendo la torre di Babele

che abbiamo eretto dentro di noi

con il crederci giusti,

perfetti e migliori degli altri, persino di Dio,

a cui abbiamo sottratto il diritto di regnare su di noi.

 


 

24. Dio si è schierato!

Ascoltiamo

“ha innalzato gli umili” (Lc 1, 52)

Meditiamo

Siamo al cuore dell’annuncio evangelico: Dio non è imparziale! Si è schierato dalla parte degli umili e li ha innalzati. Qui, umili sono coloro che si sottomettono volontariamente a Dio, cercano in lui saldo rifugio e salvezza, in Lui confidano e fanno il bene; il loro cuore è piegato verso gli insegnamenti di Dio e non verso la sete di guadagno; fin dalla giovinezza pongono in Lui la loro speranza; non vanno in cerca di cose grandi, superiori alle loro forze; si fanno bambini nella novità del cuore e della vita; si vantano delle loro debolezze perché dimori in essi Cristo crocifisso e risorto; praticano la giustizia, amano la pietà, camminano con Dio e mai cercano la vanagloria, provocandosi o invidiandosi gli uni gli altri.

Ma qui umili sono anche i diseredati e gli oppressi di tutti i tempi, il cui dolore grida giustizia al cospetto di Dio. E Dio sta dalla loro parte.

E’ un ammonimento chiaro e salutare, per tutti. In definitiva, se t’innalzi con le tue forze, sarai rovesciato da Dio stesso, se invece ti affidi alla forza di Dio, lui ti innalzerà. Lui, che di noi non sopporta almeno sette cose, come leggiamo nel libro dei Proverbi: occhi alteri, lingua bugiarda, mani che versano sangue innocente, cuore che trama iniqui progetti, piedi che corrono rapidi verso il male, falso testimone che diffonde menzogne e chi provoca litigi tra fratelli (6, 16-19).

Chiediamoci

Interroghiamoci su queste sette cose che sono in abominio al Signore, di cui ci parla il libro dei Proverbi. Facciamone oggetto di verifica periodica, individualmente, ma anche in famiglia, nel gruppo, in parrocchia...

Impegniamoci

Chiediamo a Dio il coraggio di ricominciare, nella forza che ci viene della sua promessa di vita nuova scaturita dalla sua morte e risurrezione: “ora faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5). Lasciamoci innalzare da Lui, rigenerare a una speranza viva fondata sul continuo ritorno tra le sue braccia misericordiose, in umiltà e fervore.

Preghiamo

Maria, tu che hai sperimentato

come Dio innalza gli umili

che confidano in Lui

e si fanno bambini nella novità del cuore e della vita,

donaci di imparare dal Figlio tuo

ad essere miti ed umili di cuore,

consapevoli del nostro peccato,

ma sempre alla ricerca del perdono di Dio,

attendendo da Lui l’abito bello della dignità ritrovata,

l’anello della nuzialità ristabilita,

il banchetto della vita nuova.

 


 

25. Pane o fame

Ascoltiamo

“ha ricolmato di beni gli affamati”

Meditiamo

Scrive sant’Ireneo: “L’uomo è una mano che si presenta a Dio per essere colmata da lui. E’ un vaso vuoto che attende di essere riempito”. Percepirsi vuoti, carenti, affamati, è dunque la condizione indispensabile per essere ricolmati di beni da Dio, come ci annuncia il magnificat.

Ma vuoti, affamati, di cosa?

E’ da intendersi in due modi: fame e vuoto di beni materiali, fame e vuoto di beni spirituali.

Nella Bibbia ciò è mostrato chiaramente. Dio sazia di cibo l’uomo ed ogni altra creatura, ma sazia anche con la sua presenza, come dice il salmista: “al risveglio mi sazierò della tua presenza” (17,15); sazia offrendo all’uomo l’opportunità di vivere a lungo, di conoscere la luce, di obbedire alla sua legge. Ai sacerdoti è addirittura rivolta questa splendida espressione per bocca del profeta Geremia: “sazierò di delizie l’anima dei sacerdoti” (Ger 31,14. Questa sazietà reca gioia limpida, è indice di abbondanza duratura e di accoglienza della parola di Dio, contrariamente a quella sazietà che si cerca (ma non viene!) nell’avido accumulo dei beni di questo mondo. Anzi, l’autore sacro ci ammonisce al riguardo, con una dura sentenza: “chi ama il denaro, mai si sazierà del denaro” (Qo 5,9), e “chi insegue chimere si sazierà di miseria” (Pr 28,19).

Gesù stesso, nel deserto della tentazione, griderà contro il diavolo: “non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4). E lo fa per destarci alla vita come dono, per renderci consapevoli della fame che ci portiamo dentro. Una fame che solo Dio può colmare pienamente. E che mendica una parola di vita eterna, oltre l’effimero, il precario, l’indefinito.

Mettiamoci a dieta, dunque, pesando la quantità e verificando la qualità del cibo che alimenta la nostra vita corporale e spirituale: c’è un’anoressia spirituale che porta alla morte e che si manifesta man mano che ci sottraiamo allo sguardo di Dio e all’ascolto della sua Parola; e c’è una bulimia di beni materiali che ha reso consumistica ingorda e mai sazia la nostra società, fino a farla scoppiare…

Chiediamoci

Di cosa ci saziamo durante le nostre giornate, soprattutto durante i giorni di festa, solo di cibo materiale (uova, colombe, panettoni, ‘ngute…), oppure cerchiamo anche di nutrirci delle delizie che ci vengono offerte dalla Parola di Dio?

Impegniamoci

Anoressia di beni spirituali e bulimia di beni materiali: questo è l’andazzo, almeno per molti cristiani. Noi, scegliamo di andare controcorrente, ristabilendo il primato della parola di Dio nella nostra vita e impegnandoci a saziare di beni quei fratelli affamati che stanno alla porta delle nostre città, mendicando cibo, dignità e diritto al lavoro, alla salute, alla vita.

Preghiamo

Maria, tu hai colmato la tua fame di Dio

ascoltando la sua Parola con cuore puro

e accogliendola interiormente senza resistenze,

donaci di combattere ‘l’anoressia spirituale’

che ci distoglie dall’ascolto assiduo del Vangelo

e di dire basta alla ‘bulimia dei beni materiali’

che appesantiscono il cuore,

per poter correre finalmente robusti ed agili

lungo le vie della fede.

 


 

26. Povertà profetica

Ascoltiamo

“ha rimandato a mani vuote i ricchi” (Lc 1,53)

Meditiamo

Cosa vuol dirci Maria con questa espressione? Cosa vuol dirci il Figlio quando afferma che “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio” (Mc 10,25)? Che le ricchezze sono in se stesse incompatibili con il Regno dei cieli? O che costituiscono un’insidia, un pericolo sempre in agguato? O che c’è un modo iniquo di usare le ricchezze?

Una risposta chiara a questi interrogativi ci viene dai Vescovi della Calabria che nel luglio del 2001 hanno scritto un’esortazione pastorale ai presbiteri e alle varie comunità sull’uso cristiano del denaro e dei beni materiali. E’ stato un gesto profetico, per il quale dobbiamo dire grazie al Signore e ai nostri Pastori, perché finalmente, “in una terra – come la nostra – dove c’è la mafia che è un’organizzazione a delinquere che ha per idolo il denaro”, la Chiesa ha fatto sentire coralmente la sua voce impegnandosi ad educare “alla misura del necessario” e a mostrare libertà sul denaro, come provocante indicazione di liberazione.

Dalla loro esortazione emerge una volontà precisa, squisitamente evangelica: la Chiesa vuole e deve essere povera, per divenire via via libera interiormente ed aperta alla carità. Tre sono le indicazioni-guida che ci hanno dato i nostri Vescovi, sulla scia della comunità cristiana delle origini: distacco, condivisione, distribuzione, affinché la chiesa sia veramente “non spazio di accumulo ma grembo di fraternità e mensa per tutti”.

Insomma, ci dicono questo: il denaro è un dono, se viene condiviso, ma diventa un idolo se viene trattenuto avidamente. C’è, come diceva san Basilio, un buon uso delle ricchezze, ma c’è anche l’insidia della cupidigia, per cui dobbiamo stare sempre in guardia. Per questo motivo, richiamiamo alla mente e al cuore con frequenza l’immagine della cruna dell’ago, affinché, convertendoci alla sobrietà del vangelo, denunciamo con segni efficaci la mentalità di questo mondo, e soprattutto testimoniamo che la vita non dipende dai nostri averi (cfr. Lc 12,15).

Chiediamoci

Siamo più solleciti nell’arricchirci davanti a Dio, nel cercare innanzi tutto il suo regno, o siamo più solerti nell’accumulare beni di questo mondo, preoccupandoci ed affannandoci, come i pagani, di ciò che mangeremo, berremo e indosseremo?

Impegniamoci

L’impegno lo traiamo dall’esortazione dei Vescovi di cui abbiamo detto sopra: “I fedeli siano educati in occasioni di particolari celebrazioni (prime comunioni, cresime, matrimoni) ad evitare ogni sfarzo. (:::) La vera festa è nella gioia di donare ai poveri e di sostenere il cammino della Chiesa, casa spirituale di tutti”.

 Preghiamo

Donaci, Maria, in questo nostro tempo

in cui l’uomo sembra essersi ingolfato

nella ricerca spasmodica dei beni materiali

e nell’uso scriteriato del denaro,

di essere seguaci di verità nella libertà per la carità.

 


 

27. La ‘memoria’ di Dio

Ascoltiamo

“Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia” (Lc 1,54)

Meditiamo

Lungo tutto l’arco della storia della salvezza c’è il RICORDARSI, da parte di Dio, della sua misericordia.

E’ un verbo caro questo alla tradizione, già nell’antichità pagana. Ricordiamo, ad esempio, che in Omero il ricordare è legato alla vita e il dimenticare alla morte. Nella Bibbia, questo verbo è usato sia per evocare la fedeltà e la misericordia di Dio, sia per raccontare la fede di Israele che ricorda l’esperienza del gratuito soccorso di Jahvé, salvatore e liberatore, a motivo del quale deve aderire all’alleanza convertendosi.

Che Dio si ricordi della sua misericordia, non ci sono dubbi: la sua fedeltà dura in eterno, nonostante le nostre infedeltà. I suoi doni e la sua chiamata – scrive Paolo ai Romani – sono irrevocabili (11,29). Israele, e in Israele ogni uomo, è e sarà sempre quel fanciullo che Dio accoglie tra le sue braccia con tenerezza dolcissima e struggente . Che noi ci ricordiamo di Dio…ecco il punto, e direi, la scommessa della nostra vita! Ricordarsi di Dio significa annunciarlo, celebrarlo, credere, ubbidire, convertirsi, cambiar vita, lodarlo, confessare il suo nome, finché abbiamo vita.

 Maria ha fatto tutto questo, in un crescendo di stupore, passione e apertura al futuro.

Potremmo sentire dalla sua bocca queste parole: “Dio ha fatto dei miei giorni un tempo di stupore, della mia vita un luogo di prodigi”. E qui, in questa capacità di generare attivamente il futuro facendoci largo nel presente con zelo per il regno, sta anche la qualità del nostro canto. Ovvero, il nostro magnificat!

Chiediamoci

Dio si ricorda di noi e ci benedice. E noi ci ricordiamo di Lui? Qual è la qualità di questo ricordo: un omaggio alla tradizione o una adesione di fede?

Impegniamoci

Coltiviamo la coscienza e l’interiorità, imparando a ‘ricordarci’ di Dio che bussa alla nostra porta. “Allora – dice uno scrittore – noi gli apriremo e lo guarderemo, gli racconteremo le stagioni della nostra vita e penetreremo nella sua luce, ascolteremo le sue parole e con lui costruiremo un’altra terra” (Charles Singer).

Preghiamo

Fa’, o Maria,

che per ogni uomo

si spalanchino le porte del ‘ricordo’ di Dio,

delle sue opere, della sua misericordia,

affinché il cuore fragile di questa nostra umanità ferita

sia consolato e sostenuto

dalla tenerezza struggente del suo Amore.

 


 

28. L’eredità dei padri

Ascoltiamo

“come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza” (Lc 1,55)

Meditiamo

Siamo alla conclusione del cantico di Maria con il messaggio centrale del Magnificat: ciò che Dio aveva promesso ad Abramo e ai suoi discendenti si è compiuto con la concezione verginale di Gesù.

 Dio è fedele: si ricorda perennemente dell’alleanza fatta con Abramo. Qui tutta la storia della salvezza si tende come un arco: da un capo c’è Abramo, dall’altro c’è Maria. Abbiamo già riflettuto sulla fedeltà di Dio, sul suo ricordarsi dell’uomo e di ogni uomo.

Ora è bello ricordare qui “i nostri padri”. In fondo, la fede è la prima eredità che passa di generazione in generazione. E’ come un gioiello di famiglia, il cui valore è legato al ricordo dei genitori, dei nonni, degli antenati, che ne hanno goduto per un tempo limitato e poi ne hanno fatto dono, lasciando in quel gioiello un segno della loro storia personale.

E’ tempo, dunque, di gratitudine. Ognuno si volti indietro e ricordi quelle figure esemplari che sono state riferimento saldo per la fede: genitori, catechisti, maestri, padrini, amici, vicini di casa. In famiglia o in parrocchia, c’è stato sicuramente qualcuno che è stato come “Abramo” per noi, che si è mosso per primo, con audacia, lungo le vie di Dio, e poi ci ha fatto strada, ci ha aiutato a capire i segni della Provvidenza, ad entrare nel dinamismo della nostra vocazione, qualunque essa sia stata. E’ grazie alla loro testimonianza di fede, speranza e carità che noi oggi con fierezza facciamo la nostra professione di fede!

Chiediamoci

Chi sono stati “i tuoi padri” nella fede? Quali ricordi della loro vita e del loro insegnamento ti hanno segnato maggiormente?

Impegniamoci

Diveniamo, a nostra volta, padri e madri nella fede per quanti ci sono stati affidati dal Signore. A loro trasmettiamo con la vita il credo che professiamo nella gioia. Ascoltiamoli con premura, interveniamo con paternità e senza paternalismi. Aiutiamoli soprattutto a collocare la loro esistenza con docilità sotto l’azione illuminante dello Spirito Santo perché sappiano scoprire il progetto di Dio sulla loro vita.

Preghiamo

Maria, madre e maestra nella fede,

suscita sempre attorno a noi

madri e padri nello spirito che, come Abramo,

sappiano testimoniare la loro fede

indicandoci la via dei tuoi comandamenti.

Ti affidiamo soprattutto il cammino di fede delle nostre famiglie,

 perché siano segno di unità, fedeltà, amore,

modello di comunione e di speranza,

che scaturisce da Te e a te conduce.

Vivano le beatitudini del regno con gioia contagiosa!

 


 

29. Finché vivrò, ed oltre!

Ascoltiamo

“…per sempre” (Lc 1,55)

Meditiamo

Mi sembra bello sostare su questa espressione di Maria, che chiude così il suo magnificat. “Per sempre…” – è come il tocco finale di una sinfonia struggente: raccoglie e intensifica ciò che le note precedenti hanno via via fatto gustare.

Tutto ciò che Maria ci ha raccontato di Dio vale …per sempre! Per sempre, e una volta per tutte! Per sempre manifesterà la potenza del suo braccio, disperderà i superbi, rovescerà i potenti, innalzerà gli umili, sazierà gli affamati, svuoterà le mani dei ricchi, soccorrerà i suoi servi e si ricorderà della sua misericordia.

Per sempre: un’esigenza dell’amore inteso nella sua totalità è proprio quella dell’eternità. Anche nella vita di coppia c’è come un ritornello: “…tu solo, per sempre”. Non c’è canzone d’amore che non vagheggi promesse d’eternità. Chi ne ha fatto esperienza, poi, sa cosa voglia dire soffrire per la morte di una persona amata: vederla morire, al capezzale, impotenti, e poi vederla uscir di casa per non tornare più, è come uno spezzare quel “per sempre” che ci si era promessi il giorno delle nozze: la fine di tutto, se non ci fosse l’eternità, che ci attende, in cui quel “per sempre” sarà rivestito di pienezza.

Ecco: Dio s’inserisce in questa circolazione d’amore per offrirci la più bella e inviolabile promessa: il mio amore e il vostro amore dura per sempre, per sempre s’incroceranno i cuori di Cristo e della sua Chiesa, dello sposo e della sposa. E fin da ora, lungo il nostro peregrinare, pregustiamo la gioia di questa eternità, sentendoci avvolti e custoditi dall’amore infinito di Dio, che Gesù ci ha palesato nell’ultima cena: “…usque in finem”, cioè ci amò fino alla fine, eternamente. Siano rese grazie a Dio, …in eterno e per sempre!

Chiediamoci

“…Finché vivrò ed oltre”: un desiderio, una promessa, un impegno. E’ di questa pasta il nostro amore per Dio, per lo sposo, per la sposa, per gli amici, per la Chiesa?

Impegniamoci

Che il nostro amore, …e le promesse, nel matrimonio, nell’amicizia, nel sacerdozio, nella vita consacrata, si sottraggano alla precarietà e alla temporaneità e siano “per sempre”!

Preghiamo

Tu, Maria, hai detto il tuo sì per sempre.

Da Nazaret a Gerusalemme,

lungo questo pellegrinaggio di gioia e dolore,

hai cantato la tua fedeltà a Dio

sentendoti avvolta dal suo amore infinito.

Aiutaci ad essere fedeli alle promesse di Dio

amando per sempre,

sperando per sempre,

credendo

fino al giorno in cui la visione

non avrà più bisogno del sostegno della fede.

 


30. Tre mesi di volontariato

Ascoltiamo

“Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua” (Lc 1,56)

 Meditiamo

Una piccola annotazione, a margine di un grande canto di lode. Un appunto, che potrebbe sembrare di poco conto, dopo una sinfonia dai toni così elevati.

E invece, in questo trattenersi di Maria presso la casa della cugina Elisabetta per circa tre mesi, c’è il motivo stesso del suo andare in fretta verso Ain-Karim, come avevamo già accennato all’inizio del nostro cammino. E il motivo è la carità sollecita, la signoria del servizio nell’amore, quasi un’anticipazione dell’insegnamento di Gesù: “Io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,27).

 Osiamo dire con audacia che, prima ancora di Gesù, Maria, sua madre, ha deposto le vesti, preso un asciugatoio, versato dell’acqua in un catino e lavato i piedi a una figlia d’Israele per circa tre mesi, mostrandosi Madre di Dio e madre nostra fin da allora: il Maestro, suo figlio e nostro Signore, nella notte oscura del tradimento, esprimerà in pienezza ciò che aveva imparato da Maria. Noi diremmo: “tale e quale sua madre!”

Chiediamoci

Guardando a Maria, di noi si può dire che siamo “tali e quali a lei”?

Impegniamoci

Sentiamoci contagiati nell’impegno da questo pensiero di Madeleine Delbrel: Se dovessi scegliere una reliquia della tua Passione, prenderei proprio quel catino colmo d'acqua sporca.Girare il mondo con quel recipiente e ad ogni piede cingermi dell'asciugatoio e curvarmi giù in basso, non alzando mai la testa oltre il polpaccio per non distinguere i nemici dagli amici, e lavare i piedi del vagabondo, dell'ateo, del drogato, del carcerato, dell'omicida, di chi non mi saluta più, di quel compagno per cui non prego mai, in silenzio finché tutti abbiano capito nel mio il tuo amore.

Preghiamo

Maria, tu che con carità sollecita

hai servito in Elisabetta

ogni figlio d’Israele,

dona alla Chiesa di Cristo

di andare per il mondo

a servire ogni uomo e tutto l’uomo,

finché ogni uomo abbia capito

che l’amore di Cristo

trasfigura ed accende

il cuore dei credenti.