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Nello stile di Cristo (Fil 2,1-11)

PREMESSA

Il padre di Mardocheo, che sarebbe divenuto un celebre rabbi, si lamentava continuamente della pigrizia del figlio nello studio. Un giorno pensò bene di mandarlo da un uomo di Dio perché questi lo correggesse. L’uomo di Dio volle rimanere solo con il ragazzo, lo strinse al cuore e se lo tenne a lungo affettuosamente vicino. Quando il padre ritornò, l’uomo di Dio gli disse: “Ho fatto a tuo figlio un po’ di morale. Vedrai che d’ora in poi righerà dritto!”. Quando, ormai adulto e famoso, Mardocheo raccontò quest’episodio, diceva: “Ho imparato allora come si convertono gli uomini”.  

 

Quest’apologo, bello nella sua semplicità, ci rimanda allo stile di Dio. Come l’educatore del giovane poliomielitico, Egli ci educa a raccogliere le nostre forze per sollevarci da terra, ma, al tempo stesso, proprio come quell’uomo di Dio, si china sulla nostra umanità, facendosi in tutto simile a noi, perché dalla polvere della nostra fragilità possiamo tangibilmente udire, vedere con i nostri occhi e toccare con le nostre mani la tenerezza del suo amore misericordioso (1Gv 1, 1.2), un amore che salva spogliando se stesso, ponendo in mezzo a noi la sua dimora ospitale e facendosi servo fino a consegnare se stesso alla morte. 

Quest’icona d’amore accogliente è ciò che vogliamo ora contemplare meditando sul messaggio che l’apostolo Paolo indirizza alla comunità di Filippi.    

1. LEGGIAMO  

Mettiamoci in ascolto profondo della Parola di Dio viva, qui ed ora, per ciascuno di noi.            

1 Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, 2 rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti. 3 Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, 4 senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri.            

5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti            

che furono in Cristo Gesù,       

6 il quale, pur essendo di natura divina,       

non considerò un tesoro geloso       

la sua uguaglianza con Dio;       

7 ma spogliò se stesso,       

assumendo la condizione di servo       

e divenendo simile agli uomini;       

apparso in forma umana,       

8 umiliò se stesso       

facendosi obbediente fino alla morte       

e alla morte di croce.       

9 Per questo Dio l’ha esaltato       

e gli ha dato il nome       

che è al di sopra di ogni altro nome;       

10 perché nel nome di Gesù         

ogni ginocchio si pieghi       

nei cieli, sulla terra e sotto terra;       

11 e ogni lingua proclami            

che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.    

2. RIFLETTIAMO INSIEME   (lectio e meditatio)  

Leggendo d’un fiato tutta la Lettera ai Filippesi si ha l’impressione che l’Apostolo, con toni affettuosi e colloquiali, si rivolga ad una comunità che vive fiduciosa nella pace: “Io sono sicuro – leggiamo all’inizio della Lettera - che Dio, il quale ha iniziato in voi un buon lavoro lo condurrà a termine per il ritorno di Gesù Cristo” (1,6). I fedeli di Filippi, infatti, non solo avevano accolto la ‘buona notizia’, ma erano divenuti fedeli collaboratori di Paolo per la diffusione del Vangelo (1,4).

A sostegno di questo loro cammino, l’Apostolo interviene ora, - ed è il brano su cui stiamo meditando - con un’esortazione vigorosa

 

- all’unità e alla comunione di spirito nella dinamica dell’accoglienza vicendevole e del perdono fraterno: “Abbiate gli stessi sentimenti e un medesimo amore. Siate concordi e unanimi!”

 

- alla fuga da ogni forma di ambizione e vanità: “Non fate nulla per invidia o per vanto”.

 

- alla consapevolezza pacata della propria fragilità che, lungi dal diventare causa di scoraggiamento o di disfatta, si tramuta in umiltà dinanzi a Dio e ai fratelli: “con grande umiltà stimate gli altri migliori di voi”; un po’ come disse un santo dell’Athos: “Il monaco deve considerare il delinquente migliore di se stesso”, perché “un delinquente può aver risposto a Dio, mentre un monaco no”.

 

- alla gratuità dell’amore : “Badate agli interessi degli altri e non soltanto ai vostri”.  

 

Ci chiediamo subito, in questo contesto di esigenze radicali che l’Apostolo pone come stile di vita cristiana, “come può un uomo rinascere dall’alto?” (cfr. Gv 3, 1-8), cioè come si può andare così decisamente contro corrente, verso Dio?

La risposta è: “guardando a Cristo” il quale non stimò un bene irrinunciabile la sua divinità, rinunziò a tutto, diventò l’ultimo dei servi, uomo tra gli uomini, ed obbedì fino alla morte. E per questa sua “kénosis” (abbassamento) è stato innalzato da Dio ed ha ricevuto la corona della gloria: “un nome che è al disopra di ogni altro”.  

Ecco il segreto della vita del credente: puntare su Cristo, a due livelli:

1. fidandosi di Lui, per accogliere e far fruttificare nel quotidiano i doni della grazia che redime, tenacemente convinti che in Lui anche noi possiamo fare opere grandi

2. affidandosi a Lui, il Signore, che è alla destra di Dio ed opera ogni giorno insieme a noi, squarciando i veli delle nostre paure, difficoltà, pigrizie, scoraggiamenti…  

 

Ci accorgiamo, dunque, che l’identità del cristiano, cioè il mio e il tuo volto, ora, qui nella Locride, non devono essere segnati da sforzi volontaristici che, alla fine, lasciano la bocca amara perché siamo fragili e cadiamo continuamente, ma dalla certezza che l’incarnazione, la passione, la morte e la risurrezione del Signore hanno segnato una svolta definitiva nella nostra vita e nel cammino del nostro popolo: la sua vittoria è preludio della nostra vittoria sul male e sulla morte. In Lui possiamo farcela! Possiamo credere, sospinti dall’ottimismo dell’Amore, perché lo Spirito che Cristo ci ha promesso, ora grida parole di speranza in noi, nelle nostre comunità, in ogni angolo di questa terra, ad ogni figlio di questo popolo, che oggi Dio sta educando attraverso la sofferenza per liberarlo dalla schiavitù del peccato e della morte.

È vero: ci sono tra noi divisioni, chiusure, diffidenze, invidie, gelosie, interessi, orgoglio…ed è giusto guardare in faccia la realtà senza farsi illusioni o mettendoci una benda per non vedere; ma è anche, anzi soprattutto, vero che questi ‘veleni’ hanno un antidoto infallibile: la forza misteriosa di Dio-Amore, Presenza reale che trasforma l’odio in amore alla vita, l’abbrutimento del peccato in amore al bello e al buono, la grettezza in gratuità solidale, l’orgoglio in umile amore. E questa forza misteriosa ora sta già operando, in te e in me: lasciamola fare, coraggio!      

3.         APPROFONDIAMO INSIEME LA PAROLA ASCOLTATA (collatio)  

-        Guardiamo a Cristo, fidandoci di Lui ed affidandoci a Lui con umiltà, sicurezza, pace interiore, crescendo nella fede e cooperando con Dio, nello stile di del Figlio servo obbediente fino alla morte?  

 

-        Come immunizziamo i veleni che insidiano le nostre comunità: con un amore sempre vivo e attivo, paziente e fiducioso, costantemente teso verso il bene e la gioia dell’altro, oppure chiudendoci a riccio, indignati contro tutto e contro tutti, confondendo il peccatore con il peccato, contagiando gli altri con il nostro pessimismo?  

 

-        Ci impegniamo ogni giorno a riconoscere i segni con i quali Dio ci sta educando attraverso la sofferenza ed i forti segnali di speranza che da più parti della nostra terra stanno germogliando come una rinnovata Pentecoste, oppure ci accasciamo, miopi ed ottusi, nello sconforto alienante, tanto – pensiamo – “Dio s’è dimenticato di noi”?    

4. I NOSTRI IMPEGNI (actuatio)  

Eccone alcuni, da proporci con risoluta tenacia e da contestualizzare nel nostro vissuto personale, ecclesiale, sociale:  

 

-        Una Chiesa che punta su Cristo

Guardare a Lui, assumendo la misteriosa vitalità che nasce dallo Spirito e che ogni giorno rende nuove tutte le cose. E questo significa smettere di piangerci addosso guardando al passato, puntare uno sguardo di fiducia operosa sul presente, volgerci verso il futuro fuggendo l’ansia dell’incognita e i fantasmi della paura.  

 

-        Una Chiesa che punta sull’uomo

Crescere nelle nostre comunità, in comunione, e far crescere le nostre comunità come Chiesa appassionata che si consuma nell’amore per gli altri come un fuoco che arde e non si spegne. Questo significa dare credito alla ‘forza misteriosa’ di Dio-Amore che opera in tutti e in tutto l’uomo.  

 

-        Una Chiesa che punta sui cieli nuovi e le terre nuove

Cristo ha ricevuto una corona di gloria, un nome che è al di sopra di ogni altro nome. Anche noi, nel mirabile disegno d’amore che ci avvolge, siamo fatti per essere esaltati da Dio nella misura in cui spingiamo i nostri desideri oltre la sfera umana e attendiamo operosamente i beni futuri. Questo significa spogliarci di tutto ciò che ci impedisce di vivere, pensare ed agire secondo Dio e spazzare via gli eccessi dell’avere, del potere e del piacere che ci intrappolano in un labirinto senza uscita.    

5. PREGHIAMO INSIEME (oratio)  

Virgo fidelis, Vergine fedele, prega per noi!

Insegnaci a credere come hai creduto tu!

Fa’ che la nostra fede in Dio, Cristo, nella Chiesa,

sia sempre limpida, serena,

coraggiosa, forte, generosa.  

Mater amabilis, Madre degna d’amore!

Mater pulchrae dilectionis, Madre del bell’amore,

prega per noi!

Insegnaci ad amare Dio e i nostri fratelli,

come tu li hai amati;

fa’ che il nostro amore verso gli altri

sia sempre paziente, benigno, rispettoso.  

Causa nostrae laetitiae, causa della nostra gioia,

prega per noi!

Insegnaci a saper cogliere, nella fede,

il paradosso della gioia cristiana,

che nasce e fiorisce dal dolore,

dalla rinuncia, dall’unione col tuo Figlio crocifisso:

fa’ che la nostra gioia sia sempre autentica e piena,

per poterla comunicare a tutti!

Amen!                                   

Giovanni Paolo II