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Paolo e la comunità

Vivere insieme tra"diversi"

Vivere insieme “tra diversi” è ormai una necessità dettata, a livello planetario, da molteplici situazioni economiche, sociali, politiche, nonostante i tentativi di alzare muri, issare barriere e rafforzare frontiere per mettersi al riparo dal diverso, straniero o vicino che sia.            

Ci rendiamo conto di essere tutti “connessi” e “coabitanti”, nel bene e nel male. Questa coabitazione è non solo fisica, geografica, ma anche virtuale, se pensiamo ai diversi canali della globalizzazione attraverso i quali si sviluppa una sorta di convivenza e scambio tra culture.                  

Si tratta di una situazione complessa che, per noi cristiani, non può essere affrontata solo attorno ad un tavolo di trattative ed intese. Sebbene, come tutti, anche noi sperimentiamo disorientamento, confusione e disagio, abbiamo un mandato specifico che ci viene da Cristo. Un mandato che non possiamo disattendere né delegare: essere costruttori di comunione per sollecitare una convivenza pacifica tra differenti culture e civiltà, impegnandosi nel dialogo come terreno di incontro e di reciprocità.              

 

A partire da queste esigenze, valorizzando il dono dell’anno paolino, confrontiamoci con l’Apostolo delle genti, con la sua esperienza, ponendogli alcune domande: è possibile vivere insieme quando si è tanto diversi? Che significa veramente “essere diversi”? Fino a che punto le diversità sono tra loro compatibili? Come coniugare identità e integrazione?                        

 

Seguiremo Paolo, con il suo bagaglio culturale, nel vivo delle relazioni intessute con i popoli raggiunti dal suo ministero, animati da una consapevolezza ben espressa da Olivier Clément, teologo ortodosso capace di coniugare agilmente e senza pregiudizi la cultura occidentale con la sensibilità orientale: «Se non vogliamo ritornare all’uomo delle caverne, dobbiamo scoprire l’uomo interiore nelle caverne dell’uomo».  

 

Cercheremo di rispondere insieme, con realismo e speranza, ad alcune domande: Come si presentava la comunità cristiana al tempo di Paolo? Come avviene l’incontro di Paolo con la comunità? Come, più tardi, l’apostolo fonderà le sue comunità cristiane? A detta di Paolo, qual è il fondamento di una comunità cristiana?

Con un obiettivo: comporre insieme le differenze, cercare ciò che ci unisce e mettere da parte quanto ci divide, come diceva Giovanni XXIII. Nel rispetto e nella responsabilità verso l’altro[1], a partire dal vissuto delle nostre comunità cristiane, consapevoli di non poter tessere comunione tra popoli, civiltà e religioni se questa comunione tra noi è carente vacillante e incerta.    

1. Come si presentava la comunità cristiana al tempo di Paolo?

 Luca, autore degli Atti degli Apostoli, scatta “tre fotografie” della comunità cristiana: At 2,42-47; 4,32-35; 5,12-16. Scopo: esporre il suo ideale di comunità, descrivere l’abituale comportamento della comunità primitiva e tracciare un traguardo per i cristiani di ogni tempo e latitudine.  

Da questi flash riassuntivi si evincono alcuni elementi distintivi assolutamente necessari per una comunità. Luca, in At 2,42, annota:   Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli, nell’unione fraterna, nella frazione del pane (l’Eucaristia), nelle preghiere.  

Dunque, caratteristiche ben chiare, con un denominatore comune: l’assiduità, la costanza. Non c’è niente di occasionale, frammentario, improvvisato nella vita cristiana. O si è coerenti, fino in fondo e con perseveranza, o si scimmiotta, si fa teatro, si bara con se stessi, si strumentalizza Dio stesso. Sempre la perseveranza cammina a braccetto con l’autenticità. L’autenticità dell’amore.

In fondo ciò che Luca racconta dei primi cristiani - di cui dice: «avevano un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32) -  è proprio una fedele obbedienza al grande comandamento dell’amore verso Dio e il prossimo.

Non solo: quel che si coglie nella vita dei primi cristiani è una certezza incandescente: per loro Gesù Cristo è vivo, nonostante sfugga al tatto e alla vista, e sta al centro della comunità. Anzi: la comunità, grazie allo Spirito Santo, esiste proprio per consentirgli di essere presente e operoso. Lo sottolineo perché spesso le nostre comunità cristiane hanno una percezione sbiadita della presenza di Gesù tra noi: se va bene, si riduce all’eucaristia domenicale: un’oretta, per poi ‘scomparire’ fino alla domenica successiva; se va meno bene, lo si incontra solo occasionalmente  per il saluto al caro estinto, per un matrimonio, un battesimo…      

2. Come avviene l’incontro di Paolo con la comunità?

L’incontro avviene in un momento e in modo drammatico.

A margine di uno di quei sommari sulla prima comunità cristiana, Luca riferisce: i cristiani godevano «la simpatia di tutto il popolo» (At 2,47). Vero, verissimo. Ma a questo feeling faceva da contraltare l’aggressiva opposizione delle autorità giudaiche, che si spinge fino alla persecuzione e al martirio dei cristiani.            

Pensate al diacono Stefano, lapidato a Gerusalemme per la sua professione di fede in Gesù: «Saulo era tra coloro che approvarono la sua uccisione» (At 8,1).

L’abbiamo già puntualizzato: non ci deve stupire: il discorso di  Stefano, la sua testimonianza di fede, risultava inammissibile per il giovane fariseo, divorato dallo zelo per la causa di Dio, un po’ fanatico e intransigente. La comunità cristiana era ai suoi occhi un’accozzaglia di bestemmiatori, di traditori, di sovvertitori. Per questo motivo si sentirà investito di una missione ben precisa: scovare  «uomini e donne seguaci della nuova dottrina» setacciando con violenza le loro case per acciuffarli per farli mettere in prigione (At 8,3).

Dunque, più che di incontro, dovremmo parlare di scontro tra Paolo a la comunità cristiana, almeno fino all’evento sulla via di Damasco, che capovolgerà vita del futuro apostolo delle genti.  

 

Sulla via di Damasco

Facciamo brevemente memoria di quell’evento. Una voce irrompe nella vita di Saulo, sulla via di Damasco: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” Rispose: “Chi sei, Signore?” E la voce: “Io sono Gesù, che tu perseguiti!” […]. (At 9,4-5)  

Un dialogo che l’apostolo delle genti custodirà nel cuore per tutta la vita. Illuminante per noi, che in questo incontro affrontiamo il tema Paolo e la comunità.

Perché illuminante? Per il nesso inscindibile, l’identificazione quasi, tra Gesù e la comunità cristiana, che questo dialogo pone in assoluta evidenza: chi perseguita i cristiani, gli “uomini e donne seguaci della dottrina di Gesù” (At 9,2), perseguita Cristo stesso.   Dunque il Cristo glorioso ci fa una cosa solo con Lui e in Lui: un mistero che Paolo ruminerà costantemente, come attestano le sue lettere che rimandano ad un imperativo di fede ineludibile: “ciascuno di noi deve guardare a sé e agli altri con gli occhi della fede, per vedere in sé e negli altri la gloria di Cristo – che in noi già risplende – con gratitudine e gioia” (C. M. Martini).  

 

Questo imperativo di fede spiega anche il perché, dopo l’evento di Damasco, Saulo il persecutore di Cristo, si fa servitore del Signore e della comunità, a cui subito cerca di unirsi, come si affretta a puntualizzare l’evangelista Luca: “rimase alcuni giorni insieme ai discepoli che erano a Damasco” (At 9,19) e, poco dopo, a Gerusalemme: “cercava di unirsi con i discepoli…e Barnaba lo presentò agli apostoli” (At 9,26-27).      

3. Come, più tardi, l’apostolo fonderà le sue comunità cristiane?

La vita di Paolo, dopo la conversione e un breve ritiro nel deserto e un rapido viaggio a Gerusalemme, può essere sintetizzata in una frase che troviamo nella lettera ai Filippesi: «Purché Cristo sia annunziato» (1,18). Paolo è sempre in viaggio, per terra e per mare, con disagi innumerevoli, come egli stesso lascia trapelare dalle sue lettere (2 Cor 11,23ss).          

Orizzonte della sua missione è il mondo.            

Con un programma  ben preciso: evangelizzare l’oriente e l’occidente, fino alla Spagna. È lui stesso a confidarlo ai cristiani di Roma:   «da Gerusalemme e dintorni fino all’Illiria, ho portato a termine la predicazione del vangelo di Cristo. […] non trovando più un campo d’azione in queste regioni e avendo già da parecchi anni un vivo desiderio di venire da voi, quando andrò in Spagna spero, passando, di vedervi, e di esser da voi aiutato per recarmi in quella regione, dopo avere goduto un poco della vostra presenza» (15,19-24).    

 

IL METODO MISSIONARIO DI PAOLO - Scrive Bruno Maggioni: “È sorprendente constatare, da una parte, la brevità del tempo impiegato (circa 13 anni) e, dall'altra, le distanze percorse e il numero delle comunità fondate. Paolo cerca i centri importanti, le grandi città e i nodi commerciali, da cui è più facile l'irradiazione nell'intera regione.    

 

Il suo metodo ha tre caratteristiche:              

 

Prima caratteristica            

Costruire piccole basi missionarie, affidando loro la responsabi­lità dell'intera regione. Così egli poteva mirare a nuovi traguardi e mettersi di nuovo per strada, convinto che il vangelo è come il fuoco che spontaneamente si espande da ogni lato. Questo non significa, naturalmente, che egli fosse indifferente verso le comunità che fondava: le sue lettere dimostrano quanto fosse a esse affezionato e come sentisse la responsabilità della loro maturazio­ne. E più di una volta ha cambiato i suoi programmi per visitare una comunità che aveva bisogno del suo intervento.            

Nel suo lavoro missionario c'è come una tensione tra due esigenze contrapposte:

a. da un lato, la vastità del campo e quindi la fretta per raggiungere il maggior numero di regioni;

b. dall'altro, la responsabilità verso le comunità che nascevano e, quindi, la necessità di fermarsi e di ritornare.

La sua fretta, però, non fu mai superficialità, perché accanto all'universalità urgeva in lui un'altra passione altrettanto forte, e cioè l'esigenza di comunione.       

 

Seconda caratteristica

Costruire comunione: non soltanto comunione all'interno di ogni singola comu­nità, tra membro e membro, tra gruppo e gruppo (1Cor 12-14), ma anche tra comunità giudaiche e comunità ellenistiche.  

 

La colletta per i poveri di Gerusalemme  - Nel suo frenetico lavoro missionario, Paolo ha trovato il tempo di organizzare una grande colletta per i cristiani poveri di Gerusalemme, un segno di con­creta fraternità:  «Per il momento vado a Gerusalemme a rendere un servizio a quella comunità; la Macedonia e l'Acaia, infatti, hanno voluto fare una colletta a favore dei poveri che sono nella comunità di Gerusalemme» (Rm 15,25-26).

Paolo parla di questa colletta in tre passi delle sue lettere, e già questo ne dice l'importanza, tanto più che egli sente ripetutamente il bisogno di spiegarne il significato. Per Paolo la colletta non è semplicemente un dono, ma uno scambio: i cristiani di Gerusalemme hanno condiviso con i pagani i loro beni spirituali, e questi ora ricambiano aiutandoli nelle loro necessità materiali (Rm 15,27).

In realtà la colletta resta pur sempre un dono, non però un dono di me all'altro, bensì un dono che viene da Dio per tutti e due. È all'interno di questa visione che la colletta diventa veramente un segno cristiano. Trova la sua motivazione e la sua misura nell'evento di Gesù, non semplicemente in una relazione fra Chiese. In proposito Paolo è chiarissimo: «Conoscete, infatti, la grazia del Si­gnore nostro Gesù Cristo: da ricco che era si è fatto po­vero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9). Si dona ciò che si è ricevuto: non necessariamente ricevuto dalle altre Chiese, ma da Cristo. Si tratta dunque di uno scambio asimmetrico: la sua misura e la sua qualità è il dono di Dio, non la rispo­sta dell'altro.    

 

Terza caratteristica

La predicazione. Paolo è l'uomo della parola (ma di questo parleremo nei prossimi incontri)”.    

Un esempio: la comunità di Filippi - Per approfondire lo stile, il metodo con cui Paolo fonda le comunità cristiane prenderemo, a titolo esemplificativo, la comunità cristiana di Filippi. Ne abbiamo già ampiamente parlato, quindi vi rimando alla lectio di venerdì 16 gennaio[2].

 

Qui solo alcune annotazioni sintetiche:

1. All’apostolo compete l’annuncio con coerenza di vita.

«Ci mettemmo a sedere e parlammo alle donne» - Il parlare di Paolo è, come ci dice il verbo greco, un annuncio kerigmatico: il kerygma, (dal greco, significa "annuncio") è la proclamazione della morte e risurrezione di Gesù Cristo secondo le scritture ("Dio lo ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni, cfr. Atti 3,15).

L’annuncio del kerigma è dunque il primo passo.  Notate anche il clima subito familiare che si stabilisce tra il gruppo di Paolo e queste donne, direi quasi empatico, affettivo, come viene ribadito dall’Apostolo - quasi un giuramento – scrivendo successivamente proprio ai Filippesi: «Dio mi è testimonio del profondo affetto che ho per tutti voi nelle viscere di Cristo Gesù» (1,8).

La Bibbia CEI traduce: «nell’amore di Cristo Gesù». Ma il testo greco usa la parola splagchna, che significa appunto “viscere”, che per gli ebrei erano l’organo della vita affettiva. Noi diremmo “cuore”, un cuore che si commuove per l’altro.

L’annuncio paolino è dunque intriso si questo affetto profondo, non è asettico, distaccato…c’è un cuore che arde. Arde per il Regno, ma anche per l’uomo, per la comunità.

A tal proposito una nota: la credibilità di Paolo. C’è un modus vivendi che ci rende credibili, testimoni veri e non falsi depositari della fede. Paolo ha sudato per il Vangelo, soprattutto ha cercato di viverlo. È questa coerenza di vita che lo rende attendibile. Badate: non si costruisce una comunità se mancano riferimenti forti, autorevoli, coerenti.    

 

Una domanda: ci sentiamo responsabili, come battezzati, dinanzi alla superficialità di molti cristiani, al vivere piatto delle nostre comunità?    

 

2. Il Signore apre il cuore, interviene con l’azione del suo Spirito. «Una donna, di nome Lidia,…stava in ascolto…il Signore le aprì il cuore».  

 

3. Chi è interpellato si dispone all’ascolto, con libertà di cuore e senza pregiudizi, alla ricerca della verità.

«Lidia aderì alle parole dette da Paolo» - Il Signore apre il cuore, ma è Paolo a parlare. È sempre così: Dio si serve di qualcuno per farsi strada nella nostra vita. Il suo aprirci il cuore passa attraverso i gesti e le parole di altri che, prima di noi, hanno fatto esperienza di questo ascolto, come Paolo sulla via di Damasco.  

 

4. L’approdo è il battesimo che abilita anche all’apostolato (catechesi e animazione, carità, liturgia).

Dice il testo, a proposito di Lidia: fu «battezzata insieme alla sua famiglia. Dopo esser stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò: «Se avete giudicato ch’io sia fedele al Signore, venite ad abitare nella mia casa». E ci costrinse ad accettare».      

 

4. A detta di Paolo, qual è il fondamento di una comunità cristiana? (1Cor 12-14)  

1. ESSERE CHIAMATI DA DIO Lo si coglie bene nell’indirizzo della prima lettera ai cristiani di Corinto[3]: «Paolo, chiamato apostolo di Gesù Cristo, per volontà di Dio ai santificati in Cristo Gesù chiamati ad essere santi insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore» Essere chiamati da Dio, appartenere a Cristo, essere a servizio di Cristo. Chiamati da Dio alla santità e pronti a invocare il nome del Signore nel culto, a cercare in Dio la salvezza, a conoscere il suo nome.    

 

2. APPARTENERE ALLA CHIESA Scrive Paolo: «alla Chiesa di Dio che è in Corinto», ossia alla chiesa universale che si incarna nella chiesa locale di Corinto. Che vuol dire concretamente? Innanzi tutto che nella mia parrocchia, così com’è e al di là di come si esprime, c’è la pienezza dei doni di Cristo (fede, sacramenti, ministero), così come altrove, magari lì dove la comunità parrocchiale è più viva, operosa.

E ancora, come scrive il Card. Martini,  «la chiesa non è soltanto all’ombra del nostro campanile; noi siamo parte di un’immensità di popoli che professano la nostra stessa fede, che si nutrono dello stesso corpo di Cristo, che sono uniti agli stessi pastori».

Bisogna maturare questa coscienza “universale”, allargare i nostri orizzonti, e concretamente collaborare, partendo da una condivisione schietta e fattiva con le comunità locali vicine.   Ancora una considerazione a proposito della “chiesa di Dio”. In quel di Dio c’è una sorta di copyright: la chiesa, la nostra comunità è stata creata da Dio, da Lui convocata. E dunque appartiene a Dio. Non è una congrega, un circolo, una comunità qualunque. Il codice genetico che contraddistingue la comunità, e dunque ciascuno di noi, attesta la paternità di Dio. Su tutti, nessuno escluso. E su ogni comunità cristiana, anche su quella della parrocchia vicina con la quale forse c’è una sorta di competizione, rivalità etc.    

 

Una domanda: Come dilato i gli orizzonti della mia parrocchia alle parrocchie vicine, alla Diocesi, alla Regione, …fino alle chiese in terra di missione?    

 

3. LA COMUNIONE, CONTRO OGNI FORMA DI DIVISIONE

A partire da tutto ciò, Paolo pone un imperativo categorico alla comunità cristiana. E noi intuiamo bene quale sia: la comunione, con il Signore e tra noi: “siete stati chiamati alla comunione” (1Cor 1,9). Ciò spiega il suo intervento presso la comunità di Corinto che era lacerata dalla divisione e dalla discordia, dalla litigiosità e dalla contrapposizione. Ricordate? Leggiamo il testo:   “ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «E io di Cefa», «E io di Cristo!». Cristo è stato forse diviso?” (1Cor 1,12).  

 

C’era il partito di Pietro, di Paolo, di Apollo…come se una comunità dipendesse dal suo fondatore e non da Cristo. Che per noi vuol dire: dipendere più dal parroco o dal viceparroco, dalla suora, dalla catechista, dal responsabile dell’associazione, del movimento, dal presidente del comitato feste e così via…più che da Cristo. Anteporre cioè la guida, lo strumento, alla signoria di Cristo sulla comunità, considerare qualcosa o qualcuno più importante o come il Signore: ecco l’insidia! Un esempio: una tela dipinta da Giovanni a chi apparterrà? Ai pennelli, ai colori attraverso i quali l’opera è stata compiuta oppure a Giovanni che si è servito di pennelli e colori per realizzare un elaborato artistico?  

 

Notate la domanda retorica di Paolo: “Cristo è stato forse diviso?” Qui quel diviso significa frazionare una cosa non tanto per spezzarla quanto per darne a ciascuno un pezzo. Come a dire: Ogni gruppo ha il suo Cristo! È una situazione inconcepibile. Come può un gruppo appropriarsi di Cristo ritenendolo proprietà privata? Cristo è per tutti, la sua salvezza è per tutti, e si tratta della stessa salvezza.

 

Concretamente ciò significa che in una comunità non può esserci un gruppo elitario che possa ritenersi “il meglio, il più bravo e il più santo”.  

Per ben spiegare tutto ciò, l’apostolo si dilunga nell’apologo, famosissimo, del corpo e delle membra (1Cor 12,12-27).

 

Leggiamo il testo:  

12 Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo. 13 E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito. 14 Ora il corpo non risulta di un membro solo, ma di molte membra. 15 Se il piede dicesse: «Poiché io non sono mano, non appartengo al corpo», non per questo non farebbe più parte del corpo. 16 E se l’orecchio dicesse: «Poiché io non sono occhio, non appartengo al corpo», non per questo non farebbe più parte del corpo. 17 Se il corpo fosse tutto occhio, dove sarebbe l’udito? Se fosse tutto udito, dove l’odorato? 18 Ora, invece, Dio ha disposto le membra in modo distinto nel corpo, come egli ha voluto. 19 Se poi tutto fosse un membro solo, dove sarebbe il corpo? 20 Invece molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. 21 Non può l’occhio dire alla mano: «Non ho bisogno di te»; né la testa ai piedi: «Non ho bisogno di voi». 22 Anzi quelle membra del corpo che sembrano più deboli sono più necessarie; 23 e quelle parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggior rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggior decenza, 24 mentre quelle decenti non ne hanno bisogno. Ma Dio ha composto il corpo, conferendo maggior onore a ciò che ne mancava, 25 perché non vi fosse disunione nel corpo, ma anzi le varie membra avessero cura le une delle altre. 26 Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. 27 Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte.    

 

I cristiani di una comunità, con diversi doni e compiti, sono come le molte e diverse membra  di uno stesso corpo. Tra di esse c’è connessione e solidarietà, secondo la disposizione voluta da Dio. Dio ha dotato ogni membro di una qualifica, una qualità, una caratteristica. È una sua scelta, non una presa di posizione individuale.

 

La comunità è il corpo di Cristo, in virtù del battesimo e dello Spirito. Da ciò varie conseguenze:

 

La differenza – e dunque la discriminazione - tra schiavi e liberi, uomini e donne, giudei e pagani è annullata. Esiste la pluralità di funzioni e servizi, non la differenza di dignità. Nessuno deve elevarsi sopra gli altri, nessuno può fare a meno degli altri o bastare a se stesso, nessuno può rifiutarsi di servire gli altri.

 

Il bene dell’uno è il bene di tutti. L’abilità di un membro è causa di onore per tutti. Non di invidia, gelosia…

 

L’unità del corpo è una condivisione solidale: si soffre insieme e insieme si gioisce, dice Paolo.    

 

 

UN OBIETTIVO COMUNE: LA COSTRUZIONE 

L’obiettivo deve essere comune. Paolo lo scandisce con la metafora della costruzione. Una metafora che ricorre più volte nella Prima lettera ai Corinti. Costruire non significa soltanto mettere in cantiere in un progetto, dare il via ad una iniziativa di bene; non è semplicemente il cameratismo dello stare insieme, dell’aiutarsi. Costruire è fare tutto in comunione, con una prospettiva e un obiettivo comune. Costruire è, nel contesto di una comunità, l’agire missionario dei suoi membri che s’impegnano insieme a far crescere il Regno di Dio tra loro e ad extra, fino ad gentes. Dentro e fuori dal tempio.    

 

 

FONDAMENTO DI TUTTO: LA CARITA’

Ora comprendete perché Paolo concluda il suo lungo discorso sulla vita comunitaria con il famosissimo elogio della carità. “Se non ho la carità” – tutto cade, s’affloscia, perde di senso, si svilisce, diventa irrilevante, soprattutto si disperde e si confonde nel groviglio della contraddizione. Scrive Bruno Maggioni:  

 

La carità è paziente, magnanima, ha la forza di sopportare le ingiurie e di non renderle. È una qualità di Dio, il quale è «lento alla collera» e ritarda il castigo per dar tempo ai peccatori di convertirsi (Rm 2,4 e 9,22).

 

La carità è benigna: il vocabolo greco suggerisce l'idea di signorilità, di benevolenza e affabilità. È l'attitudine di chi aiuta sorridendo, prevenendo, con tatto discreto. Paolo ci ricorda che la carità deve manifestarsi anche nel tratto esteriore.

 

La carità non è invidiosa: esclude ogni gelosia, per­ché la gelosia è grettezza mentre la carità è magnanima; la gelosia è divisione, mentre la carità è comunione.

 

La carità non si vanta: il vocabolo greco, di non facile comprensione, sembra indicare la «mancanza di misura», alla cui base c'è un atteggiamento di leggerezza e di superficialità. La carità invece è seria, prudente, ha il senso delle proporzioni.

 

La carità non si gonfia: gonfiarsi indica l'atteggiamento di chi fa sentire il peso del suo gesto e del suo prestigio. L'amore invece si pone a livello degli altri.

 

La carità non manca di rispetto: il verbo allude al comportamento di chi manca di tatto e quindi ferisce l'animo del prossimo. L'amore invece è attento e rispettoso, sensibile, tiene conto della fragilità del prossimo.

 

La carità non cerca il suo interesse: possiamo dire che questo è il centro della carità e imita il Cristo che « non cercò di piacere a se stesso» (Rm 15,3). Il discepolo di Gesù deve dimenticare se stesso (Fil 2,4; 1Cor 1,20).

 

La carità non si adira: non è acida, collerica. L'amore non perde il controllo di sé.

 

La carità non tiene conto del male ricevuto: l'espressione greca può rivestire diversi significati e tutti, probabilmente, erano presenti nell'animo di Paolo. La carità ha il cuore semplice e candido: non pensa al male, sia nel senso che non lo sospetta negli altri, sia nel senso che non progetta di commetterlo.  La carità non tiene conto del male, non gli da troppo peso, sia nel senso che non giudica il male commesso dal prossimo, sia nel senso che non tiene conto del male che riceve.

 

La carità non gode dell'ingiustizia ma si compiace della verità: non gode dell'ingiustizia ma ne soffre, e gioisce di ogni verità, dovunque si trovi. È il contrario dello spirito settario.

 

La carità tutto copre: non propaga il male degli altri, ma lo copre con il suo silenzio e con la sua discrezione. La carità tutto crede: non che sia credulona, ma la carità è portata a dar credito al prossimo, a priori si fida.

 

La carità tutto spera: anche quando non si può negare il male, la carità non dispera: spera il bene e il ravvedimento.

 

La carità tutto sopporta: anche quando le sue speranze sono smentite, la carità non si lamenta delle freddezze e delle ingratitudini, ma le sopporta.

 

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[1] Su questo argomento, un’autorevole riflessione di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio: A. RICCARDI, Convivere, Bari 2006.

[2] Il testo è At 16,11-15  - Salpati da Troade, facemmo vela verso Samotracia e il giorno dopo verso Neapoli e di qui a Filippi, colonia romana e città del primo distretto della Macedonia. Restammo in questa città alcuni giorni; il sabato uscimmo fuori della porta lungo il fiume, dove ritenevamo che si facesse la preghiera, e sedutici rivolgevamo la parola alle donne colà riunite. C’era ad ascoltare anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo. Dopo esser stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò: «Se avete giudicato ch’io sia fedele al Signore, venite ad abitare nella mia casa». E ci costrinse ad accettare.  

[3] Testo completo: «Paolo, chiamato ad essere apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, e il fratello Sòstene, alla Chiesa di Dio che è in Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, chiamati ad essere santi insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo».