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Paolo e le donne

Icone di amicizia e di comunione nell'annuncio del Vangelo

Introduzione            

L’elezione del successore di Aleksij II, Patriarca di Mosca, di cui tanto si sta parlando in questi giorni, ha suscitato non poco interesse anche in relazione alle modalità della stessa elezione, come evidenziato in questo articolo di Luigi Sandri, di cui riportiamo uno stralcio.  

 

«Non è ancora chiaro come sarà composta l'Assemblea; ma un'idea possiamo averla guardando al Pomiestny di diciotto anni fa. I delegati furono 317: 90 vescovi, 92 sacerdoti, 39 monaci e monache, 8 rappresentanti delle università ecclesiastiche, 88 laici (tra essi 38 donne). Dopo varie votazioni, infine ci fu un ballottaggio tra due metropoliti: Aleksij di Leningrado, e Vladimir di Rostov; ottenne la maggioranza assoluta il primo, con 166 voti. Tutti i dati sono sta­ti ufficialmente resi noti, perché nella Chiesa russa la sobornost (conciliarità) viene attuata in un Concilio che, almeno germinalmente, vede rappresentato tutto il popolo di Dio. Forse la "terza Roma" può insegnare qualcosa anche alla "prima"». Luigi Sandri (Jesus, gennaio 2009).             

 

 La Terza Roma crediamo abbia in tal senso una visione del laicato e della figura femminile molto vicina a quella biblica, in particolare neotestamentaria, espressa, oltre che dalle figure femminili vicine a Gesù (Maria, Maria di Cleofa, Maria di Magdala, Maria di Betania, Marta), dalla presenza, dal ruolo e dall’autorevolezza delle donne nelle comunità cristiane fondate dagli Apostoli.              

 

Noi, che qui ci occupiamo dell’apostolo Paolo, ne focalizzeremo solo alcune. Una in particolare: Lidia, imprenditrice di tutto rilievo. Una manager, come si dice oggi, che accoglierà il kerygma con totalità di mente e cuore, coniugando il «sì» della fede con l’«Eccomi!» della carità operosa.            

Lo facciamo con un obiettivo: focalizzare la bellezza della figura femminile nella vita della Chiesa, recuperando anche i tratti di quel “genio femminile” di cui parlava Giovanni Paolo II nella mulieris dignitatem e che, in quanto donne, ci appartiene per essere donato in modo sempre più consapevole e fecondo.            

Ma prima di conoscere più a fondo questa figura singolare credo sia bene sfatare alcuni luoghi comuni circa l’atteggiamento di Paolo nei confronti delle donne. Infatti «è ancora diffusa l’idea – come leggiamo nell’articolo di Elena Bosetti apparso in Jesus del gennaio 2009 - che tra Paolo e le donne non sia corso buon sangue.  Falso – continua l’articolista - «l’idea che Paolo avesse un pregiudizio negativo nei confronti delle donne è contraddetta dalle Lettere dell’apostolo, che cita spesso figure femminili con responsabilità di rilievo nelle prime comunità cristiane: Febe, Prisca (Priscilla), Trifena e Trifosa, Perside, Giunia, Maria, Evodia e Sintiche».

1. La dignità battesimale              

A tal proposito, l’Apostolo sostiene, contro ogni preclusione, innanzi tutto una  fondamentale uguaglianza e dignità battesimale che accomuna tutti, uomini e donne, schiavi e liberi, Giudei e Greci, come leggiamo nella Lettera ai Galati (3, 28) in cui leva forte la voce con ogni discriminazione di tipo razziale, sociale e sessuale: «Non c’è più Giudeo né Greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù». Un’affermazione sostanzialmente opposta al pregiudizio imperante tra i suoi contemporanei, ironicamente espresso nel triplice ringraziamento di una preghiera di origine rabbinica, che ancora i nostri fratelli ebrei hanno tra le labbra: «Benedetto sei tu Signore... perché non mi hai fatto pagano, perché non mi hai fatto donna, perché non mi hai fatto schiavo». Anzi, i chassidim, ebrei di un movimento spirituale nato in Europa orientale nel ‘700, raccontano:  

 

La figlia di Rabbi Yokel Gluger era esperta in ebraico. Una vol­ta sentì un carrettiere recitare la benedizione: «Benedetto sei tu, Dio dell'universo, che non mi hai creato donna» in un ebraico stor­piato. Chiese a suo padre: «Non sono forse più colta di costui?». Rispose il padre: «Ogni uomo, quando recita questa benedizione, ha in mente la propria moglie».              

 

Ironia a parte, al di là di certi stereotipi, Paolo sostiene che ciò che conta veramente, e in modo esclusivo, non è l’identità etnica, il prestigio sociale, e nemmeno l’essere maschio o femmina, ma «l’essere in Cristo». Una consapevolezza che esige il  rifiuto e la lotta contro ogni forma di discriminazione poiché, in Cristo, – come afferma M. Adinolfi ribadendo il pensiero paolino,  «i maschi non occupano più un posto di favore insieme con gli ebrei e gli uomini liberi, né le donne sono confinate, insieme con i pagani e gli schiavi, tra gli esseri di seconda categoria»[1].      

2. Alcune interpretazioni controverse  

a. Il Matrimonio (Ef 5,21-33)            

Una considerazione a parte merita il testo della lettera agli Efesini in cui Paolo fissa lo sguardo sul mistero del matrimonio cristiano (5,21-25):  

«Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo. E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto. E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei […]».              

 

L'immagine dei rapporti tra gli sposi che Paolo aveva davanti a sé era quella del suo tempo, con la posizione di inferiorità di solito assegnata dal mondo antico alla donna, propria della famiglia patriarcale.              

Scrive p. Raniero Cantalamessa[2]:

«Leggendo con occhi moderni le parole di Paolo, una difficoltà balza subito agli occhi. Paolo raccomanda al marito di “amare” la propria moglie (e questo ci sta bene), ma poi raccomanda alla moglie di essere “sottomessa” al marito e questo, in una società fortemente (e giustamente) consapevole della parità dei sessi, sembra inaccettabile. Infatti è vero. Su questo punto san Paolo è, in parte almeno, condizionato dalla mentalità del suo tempo. Tuttavia la soluzione non sta nell'eliminare dai rapporti tra marito e moglie la parola “sottomissione”, ma semmai nel renderla reciproca, come reciproco deve essere anche l'amore. In altre parole, non solo il marito deve amare la moglie, ma anche la moglie il marito; non solo la moglie deve essere sottomessa al marito, ma anche il marito alla moglie. Amore reciproco e sottomissione reciproca. Ma, a guardare bene, è proprio l'esortazione con cui comincia il nostro testo: “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo”. La sottomissione non è allora che un aspetto e un'esigenza dell'amore. Per chi ama, sottomettersi all'oggetto del proprio amore non umilia, ma rende anzi felici. Sottomettersi significa, in questo caso, tener conto della volontà del coniuge, del suo parere e della sua sensibilità; dialogare, non decidere da solo; saper a volte rinunciare al proprio punto di vista. Insomma, ricordarsi che si è diventati “coniugi”, cioè, alla lettera, persone che sono sotto “lo stesso giogo” liberamente accolto».              

 

Splendide a riguardo le parole di Dostoevskij:

“Se una volta c'è stato l'amore, se per amore ci si è sposati, perché dovrebbe passare l'amore? E' forse impossibile alimentarlo? Il primo amore coniugale passa, è vero, ma poi viene un amore ancora migliore. Allora ci si unisce nell'animo, tutti gli affari si decidono in comune; non si hanno segreti l'uno per l'altro. E quando vengono i figli, ogni momento, anche il più difficile, sembra una felicità... Come potrebbero allora il padre e la madre non unirsi ancora più strettamente? Dicono che avere bambini sia gravoso. Chi lo dice? E' una felicità celeste. Hai un piccino tutto roseo, che ti succhia il petto; e quale sarà il marito che prenderà in odio la moglie, a vederla così col proprio bambino?”[3].    

b. Il velo delle donne            

Una nota anche sul velo delle donne.            

Innanzi tutto l’Apostolo si riferisce ad «ogni donna che prega o profetizza» (1Cor 11,5). Dicendo ciò riconosce che lo Spirito effonde i suoi doni anche sulle donne. Donne che pregano e profetizzano possono, nel corso delle assemblee liturgiche, in qualità di profetesse, trasmettere rivelazioni divine ai credenti, edificando, esortando e consolando; in quanto oranti, trasmettere lo Spirito volgendosi ad alta voce a Dio con salmi, inni, cantici spirituali, benedizioni e ringraziamenti.

Queste affermazioni ridimensionano molto, come afferma Benedetto XVI, l’esortazione a che «le donne nelle assemblee tacciano» (1Cor 14,34). Dice il Pontefice: l’esortazione «va piuttosto relativizzata»[4].  

 

Leggiamo ora 1Cor 11,7-16:

«7 L’uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. 8 E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; 9 né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. 10 Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza a motivo degli angeli. 11 Tuttavia, nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo è senza la donna; 12 come infatti la donna deriva dall’uomo, così l’uomo ha vita dalla donna; tutto poi proviene da Dio. 13 Giudicate voi stessi: è conveniente che una donna faccia preghiera a Dio col capo scoperto? 14 Non è forse la natura stessa a insegnarci che è indecoroso per l’uomo lasciarsi crescere i capelli, 15 mentre è una gloria per la donna lasciarseli crescere? La chioma le è stata data a guisa di velo. 16 Se poi qualcuno ha il gusto della contestazione, noi non abbiamo questa consuetudine e neanche le Chiese di Dio».              

 

Non sconcertiamoci, ma procediamo con ordine, cogliendo il discorso paolino nella sua completezza. A primo acchito, il personaggio della donna, a sentire qui Paolo, non sarebbe molto esaltante:

- la sua origine sarebbe l’uomo: «non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo»

- la sua ragion d’essere sarebbe sempre l’uomo: «l’uomo non fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo»

Attenzione, però! Paolo si affretta subito a completare e, quasi, rettificare:

- È vero che la donna deriva dall’uomo, ma è altrettanto vero che, da quel momento, ogni uomo deriva dalla donna, la madre, per cui non c’è uomo senza la donna. 

- La priorità quindi ora è della donna (Gesù stesso – perdonate l’audacia – deve dire  grazie a Maria, che l’ha portato in grembo). 

- I due si completano vicendevolmente.

- E soprattutto, «tutto proviene da Dio».              

 

Veniamo all’inghippo del velo, che si riduce essenzialmente ad un errore di traduzione. Il testo dice:  «la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza». Il termine inquisito è dipendenza, exousìa, che tuttavia in tutto il NT  indica una potestà non subita ma esercitata, altro che dipendenza! Non si tratta quindi di un segno dell’autorità del marito cui deve essere sottomessa,  ma il segno della sua stessa autorità, potestà, idoneità.            

E la nuova versione della Bibbia della Cei lo evidenzia con chiarezza: «La donna deve avere sul capo un segno di autorità» (1Cor 11,10). L’autorità che Dio stesso le ha conferito nella nuova creazione, non l’autorità del potere patriarcale o clericale.  

 

Perché allora Paolo chiede alle donne cristiane – donne che pregano e profetizzano - di avere il capo coperto nell’assemblea liturgica? Egli invita le donne al rispetto e alla salvaguardia della loro femminilità. E, precisiamo, non usa mai la parola «velo». La copertura di cui parla è il «velo» naturale dei capelli (non quello di stoffa): «La chioma le è stata data a guisa di velo».      

3. Paolo e le donne: amicizia e comunione nell’annuncio del Vangelo            

La liturgia delle prime comunità cristiane esprime con chiarezza la portata innovativa del messaggio evangelico circa le donne. Tutti, infatti, uomini e donne, indipendentemente dal loro ceto sociale, celebravano insieme la cena del Signore. La stessa «corsa della Parola» deve molto alla capacità femminile di tessere reti di comunicazione, e prezioso sarà il ministero della donna nell’opera di evangelizzazione.            

A tal proposito sono interessanti alcuni stralci conclusivi delle Lettere paoline, quelli riservati ai saluti. Non si tratta di brani dottrinali, ma sono fonti preziosissime per la ricostruzione storica del ruolo delle donne nelle prime comunità cristiane. Raccontano le relazioni femminili di Paolo, la sua ricca umanità, la stima, la gratitudine e l’affetto grande per numerose donne che l’apostolo chiama per nome.            

 

Conosciamone alcune.            

Nell’ultimo capitolo della Lettera ai Romani, delle 27 persone che Paolo saluta, 11 sono donne:    

FEBE

«Vi raccomando Febe, nostra sorella, diaconessa della Chiesa di Cencre: ricevetela nel Signore, come si conviene ai credenti, e assistetela in qualunque cosa abbia bisogno; anch’essa infatti ha protetto (protettrice) molti, e anche me stesso» (16,1-2).  

 

Il fatto che sia la prima a ricevere l’indirizzo di saluto dell’Apostolo attesta certamente la rilevanza del suo ruolo nella comunità cristiana. Il suo nome significa «luminosa, splendente», e sarà lei quasi certamente colei che porterà personalmente a Roma la lettera di Paolo.

Viene chiamata «nostra sorella», un termine comunemente utilizzato per le donne cristiane ed indica familiarità di rapporto all’interno della cerchia cristiana e, nel contesto, è segno anche di una grande autorevolezza.

L’Apostolo, con toni caldi e fraterni, si premura affinché la comunità l’accolga nel modo più ragguardevole, secondo lo stile dell’ospitalità cristiana – «nel Signore» – e aggiunge: «Assistetela in qualunque cosa possa aver bisogno di voi; anch’essa infatti è stata protettrice di molti e anche di me» (Rm 16,2).

La parola «protettrice» (prostátis) ricorre solo qui nel Nuovo Testamento. Paolo non si vergogna di confessare che ha beneficiato dell’aiuto di una generosa patrona, anzi le riserva profonda gratitudine. Nel contesto delle difficoltà incontrate dall’Apostolo durante sua permanenza a Corinto (più di un anno e mezzo), Febe si è rivelata una vera amica, degna del nome che porta: luminos, splendente.

L’Apostolo le attribuisce inoltre il titolo di «diacono» della Chiesa di Cencre (diakonos) che tanto fa discutere, se pensiamo che con il medesimo termine Paolo designa anche il proprio ministero a servizio del Vangelo.

Febe è dunque una donna piuttosto ricca, a capo di una comunità che si riuniva nella sua casa, una donna di responsabilità e impegno in una comunità complessa e multietnica quale era Cencre, il porto orientale di Corinto.  

 

E oggi? Afferma il card. Martini: «Tutti noi possiamo cercare persone simili e provare gratitudine quando le troviamo. Penso alle oranti, che sono la forza maggiore della Chiesa, e anche alle collaboratrici che, lo ammetto, spesso stanno dietro agli uomini.

Guardo, con speranza alle donne che nella Chiesa, nelle comunità e nella nostra società si mostrano sempre più sicure.

Le donne sono compagne fin dal principio: Dio creò l'essere umano come uomo e donna. Gli ecclesiastici devono chiedere perdono alle donne per molte cose, ma, soprattutto, oggi devono considerarle maggiormente come interlocutrici. Negli ultimi anni le donne hanno molto lottato, una certa dose di femminismo è necessaria. Non per questo gli uomini devono avere timore e lasciarsi spingere a un atteggiamento opposto.

Le donne vogliono uomini, non «donnicciole» mi ha detto con stupefacente schiettezza un'impetuosa signora. Per quanto riguarda la direzione della Chiesa vorrei, tuttavia, invitare, alla pazienza: essa scoprirà sempre più le possibilità delle donne. Sono stati fatti molti progressi e se ne compiranno altri ancora, specie se portiamo avanti un rapporto di collaborazione. Desidero ricordare che su questo problema le diverse chiese seguono ritmi differenti. La nostra Chiesa è un po' timida».    

PRISCA

«Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù; per salvarmi la vita essi hanno rischiato la loro testa, e ad essi non io soltanto sono grato, ma tutte le Chiese dei Gentili; salutate anche la comunità che si riunisce nella loro casa» (16,3-5).  

 

Paolo saluta quindi una coppia missionaria, Prisca e Aquila. Non è casuale che citi il nome della moglie prima di quello del marito. Di questa coppia giudeo-cristiana si parla ben sei volte nel Nuovo Testamento e in quattro casi il nome di Priscilla precede quello di Aquila. Segno di rispetto o qualcosa di più?

Pare che Priscilla, di origine aristocratica, fosse la proprietaria della casa in cui si radunava una delle comunità giudeo-cristiane di Roma. In quanto possidenti, e mostrando la possibilità di viaggiare a lungo, crediamo che questi sposi disponessero di considerevoli mezzi finanziari.

Costretti a lasciare Roma in seguito all’editto dell’imperatore Claudio che ordinava l’espulsione dalla città di tutti i giudei (probabilmente nel 49/50), i due coniugi incontrano Paolo a Corinto. Nella loro casa l’Apostolo trova ospitalità e anche lavoro, poiché erano del medesimo mestiere, fabbricatori di tende (Atti 18,2-3) e lì a Corinto avevano avviato un laboratorio per la confezione di tendaggi.    

 

Un’annotazione sul mestiere di Paolo - Mi sembra interessante, soprattutto per i nostri preti di oggi: a quel tempo non c’era “l’8 per mille” e tutti gli allievi delle scuole rabbiniche erano obbligati a imparare un mestiere, in modo che, diventati maestri, potessero impartire gratuitamente le loro lezioni. Così, ed è il caso di Paolo, per gli annunziatori del Vangelo. Non sarebbe il caso di riproporre lo spirito di queste scelte, con modalità, certo, adeguate, al 2008, ma senza sconti né privilegi?    

 

 Torniamo ad Aquila e Priscilla. Nasce così una profonda intesa, una fattiva collaborazione ed una solida amicizia tra loro e Paolo. Secondo At 18,18-19,  i due coniugi lasciarono Corinto con Paolo, lo accompagnarono ad Efeso e vi stabilirono una comunità.

Più tardi, quando venne ad Efeso, istruirono Apollo, un neoconvertito proveniente da Alessandria, “uomo colto e versato nelle Scritture” che però aveva ricevuto soltanto il battesimo di Giovanni: «Priscilla e Aquila lo ascoltarono, poi lo presero con sé e gli esposero con maggiore accuratezza la via di Dio» (Atti 18, 26).

Notate la capacità di ascolto, di valorizzazione del positivo, di slancio missionario! Si capisce così il perché Paolo sia molto legato a questi due sposi, che saluta cordialmente come suoi «collaboratori» ricordando che per salvargli la vita «hanno rischiato la loro testa» (Rm 16,3-4). Un elogio straordinario che lascia intuire l’ampiezza, la profondità, l’efficacia del loro raggio d’azione pastorale.  

 

«Questa coppia ci dimostra quanto sia importante l’azione degli sposi cristiani. Quando essi sono sorretti dalla fede e da una forte spiritualità, diventa naturale un loro impegno coraggioso per la Chiesa e nella Chiesa. […] Ogni casa può trasformarsi in una piccola chiesa. Non soltanto nel senso che in essa deve regnare il tipico amore cristiano fatto di altruismo e di reciproca cura, ma ancor più nel senso che tutta la vita familiare, in base alla fede, è chiamata a ruotare attorno all’unica signoria di Gesù Cristo» (Benedetto XVI).  

 

Chiediamoci allora:

- Ci sentiamo coinvolti, personalmente e come famiglia, nella vita delle nostre comunità cristiane, parrocchiali?

- Quali sono le caratteristiche di una famiglia aperta e ospitale? Quali sono i fatti, i pregiudizi, le abitudini, che fanno vivere in un atteggiamento di chiusura, non accoglienza, diffidenza nei confronti degli altri?  

MARIA E GIUNIA

«Salutate Maria, che ha faticato molto per voi. Salutate Andronìco e Giunia, miei parenti e compagni di prigionia; sono degli apostoli insigni che erano in Cristo già prima di me» (16,6-7).  

 

La lista dei saluti menziona una certa Maria, che ha effuso il suo zelo con fatica per il bene della comunità  e un’altra coppia benemerita, Andronìco e Giunia. Intorno al nome di Giunia si è consumata in passato una controversia: la tradizione ecclesiastica più antica lo riteneva un nome femminile; più tardi, a partire dal IX-X secolo, un nome  maschile. La questione ora pare sia risolta: è un nome femminile.

A Giunia si aggrappano quanti disquisiscono intorno ai ministeri nella Chiesa, trattandosi – secondo l’espressione di Paolo - di un’apostola: «Miei parenti», scrive, «e compagni di prigionia: sono insigni tra gli apostoli ed erano in Cristo già prima di me» (Rm 16,7). Quanto alla qualifica di «parenti», essa può essere interpretata in senso ampio: consanguinei, confidenti o semplici appartenenti al medesimo popolo dei giudei.

Più specifico il dettaglio «compagni di prigionia». Non ci è detto in quale carcere, ma è più importante sapere che in carcere c’era anche lei, Giunia, e Paolo deve esserne rimasto talmente ammirato da attribuirle il titolo di «apostolo».  

 

A tal proposito è interessante il commento di Giovanni Crisostomo: «Essere tra gli apostoli è già una gran cosa, ma essere insigni tra di loro, considera quale grande elogio sia; ed erano insigni per le opere e per le azioni virtuose. Accidenti, quale doveva essere la "filosofia" di questa donna, se è stimata degna dell’appellativo degli apostoli!» (citato da R. Penna).  

 

È sulla fortezza e l’audacia che Giunia provoca la nostra femminilità. Fortezza e audacia che ci rendono un insostituibile sostegno, una fonte di forza spirituale per gli altri. Chi non ha percepito, fatto esperienza delle grandi energie che si sprigionano da una donna “veramente donna”?  Generosa accoglienza, sacrificio, sensibilità, ascolto…      

TRIFÈNA, TRIFÒSA E PÈRSIDE

«Salutate Trifèna e Trifòsa che hanno lavorato per il Signore. Salutate la carissima Pèrside che ha molto faticato nel Signore» (16,12).  

 

Paolo ricorda anche donne singole: Trifena e Trifosa. Le due – alcuni sostengono si trattasse forse di due sorelle - hanno di certo in comune un’attività pastorale e un riconoscimento: «hanno lavorato per il Signore» (16,12). Pensate: con lo stesso verbo Paolo indica il proprio lavoro di predicazione e insegnamento.

Citata a parte, un modo speciale, la «diletta Pèrside». Anche lei «ha molto faticato nel Signore».  

 

Su questa scia, il Concilio Vaticano II. Nel lontano 8 dicembre 1965, parte infatti dal Concilio un messaggio alle donne, che non  esita ad affermare: “Viene l’ora, anzi l’ora è venuta, in cui la vocazione della donna si svolge con pienezza,…le donne, illuminate dallo spirito evangelico, possono tanto operare per aiutare l’umanità a non decadere”. Un riconoscimento e, per noi oggi, una provocazione.  

MADRE DI RUFO

«Salutate Rufo, questo eletto nel Signore, e la madre sua che è anche mia» (16,13).  

 

Tra i saluti l’apostolo menziona la madre di Rufo, che considera come sua stessa madre. Evidentemente deve averne sperimentato l’affettuosa accoglienza.

Vedete, in ogni momento della nostra vita, da 0 a 90 anni, tutti abbiamo «bisogno di persone che si interessino veramente di noi e di cui noi stessi ci interessiamo»[5]. Di persone che sentiamo “vive per noi”. Persone che si percepiscano come indispensabili per noi. Siamo fatti per amare e per essere amati, dall’infanzia alla vecchiaia. Ora, la madre di Rufo, con la sua maternità allargata alla vita di Paolo, ci dimostra che la maternità non è semplicemente un fatto biologico, ma di cuore, di spirito. È  quel “PRENDERSI CURA”, quella fecondità che genera e cresce a misura del nostro vivere in comunione con gli altri, del gustare come proprio il bene e la riuscita degli altri, mettendoci concretamente del nostro – tempo, energie… - per la realizzazione dell’altro, senza se né ma, e soprattutto senza nulla aspettarsi in cambio, senza nulla pretendere.  

PÀTROBA, GIULIA E LA SORELLA DI NÈREO

«Salutate Asìncrito, Flegonte, Erme, Pàtroba, Erma e i fratelli che sono con loro. Salutate Filòlogo e Giulia, Nèreo e sua sorella e Olimpas e tutti i credenti che sono con loro» (16,14-15).  

 

Di queste tre donne Paolo non dà particolari informazioni. Le annovera semplicemente tra «i credenti». Una parola grande ma a volte sciupata, sgualcita, ridotta. La si sfiora molto spesso con superficialità o addirittura la si butta via nel magma dell’indif-ferenza. Eppure è molto più che l’accostarsi ai sacramenti, il fare l’elemosina e via dicendo.

Il credente è colui che si sente amato da Dio, chiamato e attratto come uno che non può fare a meno di Dio, del Dio di Gesù Cristo. Ecco perché è importante, anzi, assolutamente necessario rimettersi in discussione continuamente fino ad arrendersi a Lui, riconoscendo nel mistero del suo amore il termine di tutte le domande senza risposta che ci portiamo dentro, talvolta con affanno e inquietudine. Credenti, ognuno sul ritmo del proprio passo, che sempre il Signore rispetta. Credenti, ma non per abitudine, non per paura. Per fede!

Potreste obiettare: “Ma questa è la tua esperienza, non la nostra. Per noi è diverso. Abbiamo fatto altri percorsi. O potreste addirittura dire: “ Tu sei un privilegiato”, come fu detto una volta ad un santo uomo di Chiesa.

Risposta:  forse dovremmo liberarci dall’invadenza dell’Io che che vuole sempre stare al centro e consentire a Dio, se non altro, di porci delle domande, senza opporvi subito risposte preconfezionate o scrollare le spalle rifiutando la la via difficile della ricerca e dell’attesa. Ricerca della Verità. Attesa della Luce.    

EVODIA E SÌNTICHE

«Esorto Evòdia ed esorto anche Sìntiche ad andare d’accordo nel Signore. E prego te pure, mio fedele collaboratore, di aiutarle, poiché hanno combattuto per il vangelo insieme con me, con Clemente e con gli altri miei collaboratori, i cui nomi sono nel libro della vita» (4,2-3).  

 

Lasciamo la lettera ai Romani e leggiamo il testo della Lettera scritta da Paolo ai cristiani di Filippi. Qui l’Apostolo esorta due donne di spicco, Evodia e Sìntiche, a trovare un accordo nel Signore. Non sappiamo la ragione del loro dissenso, forse divergenze pastorali. Qualche esegeta, più colorito, ha commentato: “Probabilmente si trattava di qualche ambizione di primeggiare, tipicamente femminile” (S. Cipriani).

Può darsi, ma preferiamo pensare che siano state due donne dalle reazioni spontanee, rapide, reattive, forti, irascibili, non piccine. Piuttosto,  come dicono i francesi, “zuppa al latte”, cioè facevano come il latte quando si riscalda: ad un tratto si solleva e se non lo si sorveglia, trabocca dalla pentola e si rovescia.

In ogni caso sono state missionarie zelanti e generose che «hanno combattuto per il Vangelo» al suo fianco, fino a mettere in pericolo la loro vita, con audacia.

Certo, l’intervento di Paolo dimostra come “certe cose capitino anche nelle migliori famiglie”, come spesso si dice, ma dice anche che certe cadute di stile non si devono tollerare. Il male, carattere irascibile o meno, è e resta male, sempre. E lasciare uno spiraglio al non-amore significa esporsi ad un male più grande.

Un monito per noi, a cui l’apostolo ribadisce: «Non tramonti il sole sopra la vostra ira, e non date occasione al diavolo. […] Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto, parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano. E non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, col quale foste segnati per il giorno della redenzione. Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo» (Ef 4,26-32).  

APPIA (Apfia o Affia)

«Paolo, prigioniero di Cristo Gesù, e il fratello Timòteo al nostro caro collaboratore Filèmone, alla sorella Appia, ad Archippo nostro compagno d’armi e alla comunità che si raduna nella tua casa: grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo» (Fm 1,1-3).  

 

C’è una nota simpatica all’inizio della lettera a Filemone: in questa lettera, unico caso nel Nuovo Testamento, Paolo fa il nome di una donna già nell’intestazione. La lettera infatti non è indirizzata soltanto a Filemone, come abitualmente si dice nel citarla, ma anche «alla sorella Appia», forse moglie di lui. Traduzione latine e siriache del testo greco aggiungono a questo nome l’appellativo di soror carissima, sottolineando ulteriormente il posto rilievo occupato da questa donna all’interno della comunità.

Annotazioni come queste danno ragione di quel “genio femminile” ribadito già da Giovanni Paolo II nella mulieris dignitatem: «La Chiesa ringrazia per tutte le manifestazioni del genio femminile apparse nel corso della storia, in mezzo a tutti i popoli e nazioni; ringrazia per tutti i carismi che lo Spirito Santo elargisce alle donne nella storia del Popolo di Dio, per tutte le vittorie che essa deve alla loro fede, speranza e carità: ringrazia per tutti i frutti della santità femminile» (n.31).    

4. La donna nella domus ecclesiae

In questo quadro d’insieme, ora è possibile comprendere meglio un fatto storico di notevole importanza. La Chiesa primitiva è una domus ecclesiae, «chiesa domestica». Il suo ambiente d’origine non è il tempio e neppure la sinagoga, ma la casa (vedi Atti 2,46), dove si raduna tutta la comunità per la Cena del Signore, il battesimo, la preghiera, le riunioni.

E, nella casa, la donna favorisce un ambiente accogliente e un clima di ospitalità, talvolta anche un servizio di animazione e una funzione di guida. Pensate: dato che l’Eucaristia era, almeno in parte, un’evoluzione del Seder[6], spesso erano le donne che sovrintendevano allo spezzare del pane»[7]. Non esistevano ancora sacerdoti consacrati come li intendiamo noi. All’interno della casa troviamo la donna, che fa da “signora”, con una autorità che gli uomini riconoscono e rispettano; e nella vita pubblica, liturgica, c’è ancora la donna, con la sua possibilità di comunicare i doni dello Spirito, come raccontano gli Atti al capitolo 21,9, in cui si menzionano LE QUATTRO FIGLIE DEL DIACONO FILIPPO, residenti a Cesarea Marittima, dotate del "dono della profezia”, cioè – dice Benedetto XVI[8], «della facoltà di intervenire pubblicamente sotto l’azione dello Spirito Santo». Donne ascoltate, tenute in grande considerazione, rivestite di dignità e libere di condividere il dono ricevuto.                

 

LIDIA: LA PRIMA CONVERSIONE IN TERRA EUROPEA

Su questo sfondo, molto articolato e ricco di presenze femminili, leggiamo il testo biblico che racconta la vicenda di una donna trasferitasi in Europa dall’Asia Minore, Lidia (il suo nome significa adoratrice), la ricca commerciante di porpora che a Filippi riceve il battesimo e insiste per accogliere Paolo e compagni. La sua casa diventerà grembo fecondo della chiesa di Filippi e cellula propulsiva del Vangelo.

 

At 16,11-15

11 Salpati da Troade, facemmo vela verso Samotracia e il giorno dopo verso Neapoli e 12 di qui a Filippi, colonia romana e città del primo distretto della Macedonia. Restammo in questa città alcuni giorni; 13 il sabato uscimmo fuori della porta lungo il fiume, dove ritenevamo che si facesse la preghiera, e sedutici rivolgevamo la parola alle donne colà riunite. 14 C’era ad ascoltare anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo. 15 Dopo esser stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò: «Se avete giudicato ch’io sia fedele al Signore, venite ad abitare nella mia casa». E ci costrinse ad accettare.

 

IL CONTESTO

L’autore degli Atti, Luca, si trovava a Troade mentre vi giunge l’apostolo Paolo, nel corso del suo secondo viaggio missionario. Probabilmente Luca, che è un medico di Antiochia, si trova lì per motivi professionali e si reca da Paolo, avendo saputo della malattia che lo aveva trattenuto per un certo tempo in Galazia, come riferisce lo stesso apostolo scrivendo ai Galati (4,13). Trovatolo in buone condizioni fisiche, si unisce a lui nel viaggio verso Samotracia, un’isola che si trova a metà strada tra Troade e il porto di Neapoli, l’odierna Kavalla. Da lì giungono alla città di Filippi, nella pianura della Macedonia orientale.

 

FILIPPI - Siamo in Europa, in una colonia romana abitata da molti veterani di guerra (i veterani della famosa battaglia  di Filippi durante la quale Ottavio e Antonio, nel 42 a.C., riportarono la vittoria su Bruto e Cassio, assassini di Cesare). Filippi è un grande centro commerciale e urbano, circondato da un vasto territorio destinato all’agricoltura, dove si parlavano molte lingue per la presenza dei romani, dei traci indigeni, dei commercianti greci e asiatici, giudei e africani. Insomma una città cosmopolita.

 

Arrivati a Filippi, nel giorno di sabato, Paolo, Sila, Timoteo e Luca vanno a pregare nella si­nagoga con la comunità ebraica. Roma obbligava tutte le città dell'impero al rispetto della religione ebraica. In una colonia, il culto ebraico era dunque praticato liberamente.

Molto probabilmente qui a Filippi i Giudei erano pochi e non c’era una vera e propria sinagoga. Dove mancava la sinagoga era usanza dei Giudei ritrovarsi lungo le rive di un torrente o un fiume per poter disporre dell’acqua per le abluzioni. Una specie di oratorio all’aperto che non doveva essere molto lontano dall’abitato. Presso gli ebrei infatti, il punto di raduno per il culto doveva sempre essere ubicato in un luogo non molto distante dalla città perché, nel giorno di sabato, agli ebrei era permesso per­correre solo una distanza di poco inferiore a un chi­lometro.  

Gli Atti ci fanno supporre che la comunità giudaica di Filippi disponesse appunto di un oratorio all’aperto, nelle vicinanze del fiume Gangite. Il racconto di Luca non offre molti dettagli. Vuole solo riferire l'incontro di Paolo e dei suoi compagni con un gruppo di donne che si trovavano sulle rive di quel corso d’acqua.  

 

«Ci mettemmo a sedere e parlammo alle donne» - Luca, definito «l’amico delle donne» (G. Stählin) per la sensibilità premurosa con cui le cita frequentemente anche nel suo vangelo, lo sottolinea con compiacenza.

Il parlare di Paolo è, come ci dice il verbo greco, un annuncio kerigmatico: il kerygma, (dal greco, significa "annuncio") è la proclamazione della morte e risurrezione di Gesù Cristo secondo le scritture ("Dio lo ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni, cfr. Atti 3,15).

Notate il clima subito familiare che si stabilisce tra il gruppo di Paolo e queste donne. Una familiarità scaturita dal desiderio di ascoltare l’annuncio, di lasciarsi illuminare, come avviene in particolare per una di loro, Lidia.  

 

«Una donna, di nome Lidia, venditrice di porpora, del­la città di Tiàtira, che onorava Dio, stava in ascolto: il Signore le aprì il cuore perché potesse comprendere le cose dette da Paolo» (At 16,14).

 

Lidia, dicevamo, non è originaria di Filippi, ma di Tiatira, città della Lidia in Asia Minore, famosa per l’intraprendenza dei suoi abitanti nel commercio e per le tintorie della porpora.  

A Filippi Lidia commercia in stoffe pregiate, tessuti di porpora che, per la rarità del suo colorante rosso ricavato da un mollusco marino, trovava acquirenti solo tra i ricchi (il color porpora costituiva l'in­segna del potere e della nobiltà). Dunque anche lei è una benestante, una donna intraprendente, soprattutto indipendente perché potrà disporre con libertà della propria casa.

 

Non solo: la sua posizione sociale autonoma e benestante le consentiva più facilità ad aderire all’ebraismo, come timorata di Dio e proselita, come la definisce il testo. Insomma una convertita dal paganesimo, una simpatizzante dell’ebraismo, credente nel Dio d’Israele, aggregata alla sinagoga, senza tuttavia essere veramente giudea.

 

Ebbene, ora, questa donna «stava in ascolto». Notante innanzi tutto l’uso dell’imperfetto: dice l’atteggiamento prolungato della donna, non occasionale, superficiale, come il fuoco di paglia, metafora di quell’entusiasmo immediato ma passeggero ed instabile che caratterizza certi uditori della Parola.

Ecco perché credo sia importante, a questo punto, sondare il nostro cuore, l’intimo più profondo, da cui scaturisce piena disponibilità all’ascolto o sordità totale.

Com’è il nostro cuore? Di pietra (Ez 11,19), diviso (Ger 32,29), cieco (Lam 3,65), ossia non toccato dalla fede? Non ci meravigli questa domanda. Anche il cuore dei credenti può essere appesantito da dissipazioni e affanni della vita, indurito, malato di sclerocardia fino a non riconoscere più le parole e l’azione del Signore o a diventarvi impermeabile. Talora  può essere solo incostante, instabile. In ogni caso, si spezza, si limita, s’ingolfa la capacità di un ascolto pieno, arrendevole alla Parola. E Dio rimane fuori dalla nostra vita. Un estraneo.

Non basta però chiedersi com’è il nostro cuore. Bisogna scavare dentro e porsi un’ulteriore domanda: perché? da cosa dipende? quali sono le cause della nostra sclerocardia?

 

Torniamo alle nostre donne. Possiamo immaginare – ma sono solo supposizioni - che il gruppo ascoltasse Paolo più per curiosità che per reale coinvolgimento. L’ascolto di Lidia è invece attento e partecipe. Il Signore - annota Luca - le «aprì il cuore così che aderì alle parole dette da Paolo».  Esattamente come per i discepoli di Emmaus e gli Apostoli nel Cenacolo.

 

Aprire il cuore significa spiegare e convincere: un conto è stare a sentire, un conto è capire, entrare nel senso delle cose ascoltate lasciandosi coinvolgere a livello esistenziale. Solo un cuore fatto nuovo dal Signore è aperto e disponibile all’ascolto. È Lui che scioglie le nostre durezze e ci rende terra buona pronta ad accogliere il seme della Parola e a produrre frutto con la perseveranza (Lc 8,15).

 

«Lidia aderì alle parole dette da Paolo» - Il Signore apre il cuore, ma è Paolo a parlare. È sempre così: Dio si serve di qualcuno per farsi strada nella nostra vita. Il suo aprirci il cuore passa attraverso i gesti e le parole di altri che, prima di noi, hanno fatto esperienza di questo ascolto, come Paolo sulla via di Damasco. Per dire che la donna "aderì" al discorso di Paolo, Luca utilizza un verbo che significa "appartenenza". È molto più del semplice credere vera una cosa. La donna ormai "appartiene" al Vangelo, che diventa per lei l’unica cosa che importi[9].

 

Dall’adesione alle parole di Paolo al battesimo. Dice il testo: fu «battezzata insieme alla sua famiglia». Sul suo battesimo ci avremmo scommesso senza tentennamenti. Ma non sulla conversione della sua famiglia. Eppure - ed è questa la cosa molto bella - Lidia è veramente madre. E come ha dato alla luce nella carne i suoi figli, ora li partorisce nello spirito. Non conosciamo tutti i membri della sua famiglia: ha un marito o è vedova? Quanti figli ha? Coinvolge nell’annuncio anche i dipendenti della sua ditta? Non ci è dato di sapere. Il testo sottolinea semplicemente: «la sua famiglia». A noi basta per cogliere lo spessore interiore di questa donna conquistata dall’annuncio Paolo che diventa subito apostola tra i suoi familiari. Lei, che con intraprendenza aveva investito tutte le sue energie e capacità manageriali per tirar su un piccolo impero economico, ora è consapevole di dover far compiere ai suoi di casa il grande salto di qualità: investire tutto nel Regno di Dio.

 

Primo investimento: porre la sua casa a servizio del vangelo, invitando - quasi costringendoli - gli apostoli missionari a prendervi alloggio. Aveva colto il bisogno, ed ecco la risposta: immediata, schietta, senza fronzoli né calcoli. Non cose grandi, ma fatti spiccioli, concreti. Su questo riflettiamo un momento: talvolta noi abbiamo come l’impressione che la vita del credente debba essere come scalare il cielo o penetrare nel profondo della terra, ossia una vita fatta di cose straordinarie, di gesti eclatanti. Niente di tutto questo. E all’ordinarietà dei giorni che il Signore ci rimanda dopo l’incontro con Lui. Ma con una differenza abissale: Lui al centro, per compiere ogni gesto insieme con lui e dire parole vere, di sapore evangelico, che camminino a braccetto con “i fatti”, coerentemente. Sull’esempio di Lidia che si è subito messa all’opera, aprendo generosamente la sua casa ai missionari, «costringendoli a restare». Non solo: si è spinta ancora più innanzi, poiché ha provveduto a tutti i bisogni degli apostoli durante il loro soggiorno a Filippi e persino dopo la loro partenza[10]. La sua casa, dove era senza dubbio disponibile una grande sala, diventa la “parrocchia” di Filippi: vi si terranno le riunioni per la preghiera, la pre­dicazione, l'eucaristia.

Quindi non solo entusiasmo, risposta immediata, generosità pronta, ma fedeltà, perseveranza. Che vuol dire sposare una causa fino in fondo, anche quando si spengono i riflettori e nessuno ne parla più. Quante volte mi è capitato di vedere buone iniziative di bene arrancare fino a spegnersi per mancanza di fedeltà da parte di quelle stesse persone che, a primo acchito, hanno compiuto gesti veramente generosi. Fedeltà, dunque!

 

Ed ora queste semplici considerazioni diventino preghiera e impegno per la vita. Ci serviamo di un testo scritto da una suora missionaria, per la preghiera; e di una riflessione del Card. Martini per focalizzare «l’impegno» su cui vogliamo investire le nostre energie per il Regno di Dio.  

PER LA RIFLESSIONE E LA PREGHIERA

Lidia, donna senza se e senza ma

di Teresina Caffi, Missionaria Saveriana  

 

 

Forse nel nome portavi il ricordo della tua regione d’origine, la Lidia appunto, che scendeva montuosa e verdeggiante verso il mare Egeo, nell’Asia Minore. Nella tua città natale di Tiatira, la tua gente lavorava tessuti di porpora. Tu facevi parte della filiera, come si dice: smerciavi porpora all’estero, in quella città greca di Filippi in cui i romani erano tanti e appassionati del tuo prodotto. Un bell’affare, tant’è vero che avevi anche una casa e non minuscola. Non eri però affascinata dalle cose vistose: e ai grandi dei grecoromani e ai loro templi avevi preferito un invisibile Iddio, che onoravi anche senza tempio: con le altre donne della città, vi riunivate lungo il fiume per pregare. Non sappiamo se gli uomini pregassero anch’essi a poca distanza. Lì, quel sabato, vi raggiunsero Paolo, Timoteo e Sila. Già l’accoglierli fra voi non era scontato, forestieri com’erano, oltre che uomini. Ma tu sapevi qualcosa del trovarsi ospite in terre non tue. Li faceste sedere e ascoltaste colui che fra loro prese la parola, Paolo. Il Dio d’Abramo e Sara aveva dato loro il discendente promesso, in cui tutti i popoli sarebbero stati benedetti, era Gesù, e l’aveva confermato risuscitandolo da morte. Fu un ascolto straordinario: le parole ti entravano dalle orecchie, attraversavano la mente, scendevano diritte al cuore, che vi consentiva e ne vibrava di gioiosa, intima certezza. Non era l’uomo che vi stava innanzi ad operare tutto questo: tu sentisti il passaggio di Dio. Abituata a fiutare gli affari, capisti che lì c’era la vera occasione della tua vita. Non c’era che da credere, da aderire, da incollare la tua vita a quella Parola, per sempre. Fu un giorno straordinario, corresti a casa e lo dicesti a tutti, ed ecco, l’acqua e il nome del Dio della vita, Padre, Figlio e Spirito suggellò la vita nuova che già germogliava in voi. La tua casa divenne chiesa, voi foste chiesa. Quel che accadde dopo è qualcosa che le donne sanno far bene: far cambiare idea. Paolo non voleva essere mantenuto da nessuno, non sopportava che ci fosse anche solo il dubbio che cercasse una qualche ricompensa. Se accettò d’essere tuo ospite, dovette essere proprio convinto dalla tua calorosa accoglienza. Ristorasti in casa tua quegli apostoli affaticati dai viaggi. Lidia, poi non sappiamo più nulla di te, della tua famiglia, delle tue compagne del fiume. Scrivendo ai Filippesi, più tardi Paolo ricorderà Evodia e Sintiche, che “avevano combattuto con lui per il vangelo”, erano con te al fiume quel giorno? Non c’è che dire, a Filippi voi donne eravate emancipate. La chiesa d’Europa nacque da voi in ascolto, credente, accogliente. Se ci guardi oggi, puoi capire che abbiamo bisogno di una mano, noi chiese d’Europa. Abbiamo bisogno d‘orecchi come i tuoi per ascoltare il nuovo di Dio, magari portato da qualche forestiero. Abbiamo bisogno della tua adesione senza se e senza ma al Vangelo, di fronte alle allettanti vie di mezzo che ignorano il grido dei poveri. Abbiamo bisogno del coraggio dell’accoglienza, nel quotidiano della nostra vita, come nelle scelte di chiesa, di politica e d’economia, di una gran parte d’umanità che anche noi abbiamo contribuito a rendere così sofferente. Tu in cui la Parola ricevuta è arrivata come un fiume in piena fino all’accoglienza, chiedi che cadano in noi le barriere tra l’ascoltarla e l’accoglierla, e tra l’accoglierla e il viverla.      

L’IMPEGNO PER LA VITA: ALCUNE PROVOCAZIONI[11]  

Non poche donne moderne criticano la Chiesa in quanto potere maschile, le parole chiave sono: invisibilità delle donne e legame tra donna e peccato.

Cosa ne pensa lei, che ha lavorato e vissuto per tutta la vita con la Bibbia?

In questo discorso la Bibbia può essere d'aiuto, per quanto alcune colleghe e colleghi fondino il rimprovero femminista anche sul testo biblico. Essendo stato scritto da uomini, affermano, il racconto pone gli uomini in primo piano, le donne sullo sfondo. È vero, erano altri tempi. Eppure nella Bibbia le donne meritano più attenzione che in passato: occorre una grande e scrupolosa attenzione per apprezzarne le tracce. In effetti sono stati commessi errori, probabilmente da uomini, per esempio quando Maria di Magdala viene degradata a peccatrice o prostituta, sebbene nel testo non figuri nulla di tutto questo. Una peccatrice di cui non conosciamo il nome bagna i piedi di Gesù con le sue lacrime, li bacia e li cosparge di olio profumato. Non è Maria di Magdala. Farne una peccatrice non è giustificato. Era senz'altro affetta da un male o da un disturbo psichico, posseduta da sette demoni, si diceva nel linguaggio biblico. Gesù l'ha guarita e ne è nato un rapporto profondo tra loro. Incontriamo Maria di Magdala nella più ristretta cerchia delle donne intorno a Gesù. Lei gli resta fedele sotto la croce insieme a sua madre; è la prima persona a incontrare Gesù risuscitato, che le si rivolge chiamandola per nome, Miriam, e lei gli risponde con affetto e riverenza: «Rabbunì». Un appellativo ancora più confidenziale di rabbi, maestro. È un rapporto di amore, pieno di bellezza e di fedeltà, una relazione che guarisce e rafforza, che illumina ed è aperta alla comunità, in cui Maria di Magdala divenne una figura centrale dopo l'ascensione in cielo di Gesù. Posso comprendere che romanzi e film abbiano tentato, fino ai tempi più recenti, di rendere scandaloso questo intenso rapporto. A volte vi si riversano desideri e fantasie umani. Quel che sappiamo e quel che credo è che Maria di Magdala è il prototipo di una credente, perché ama fino all'eccesso. Non in maniera mediocre o soltanto ragionevole, ma in modo completo. Attraverso la guarigione e l'amicizia, Gesù le ha aperto gli occhi all'amore. Maria di Magdala era una donna sensibile. L'eccesso esiste nel bene come nel male. Maria di Magdala rappresenta l'amore a cui sono chiamati un cristiano e una cristiana, completo e senza limiti nel bene. Per Gesù era una «persona autentica».

Tutti noi possiamo cercare persone simili e provare gratitudine quando le troviamo. Penso alle oranti, che sono la forza maggiore della Chiesa, e anche alle collaboratrici che, lo ammetto, spesso stanno dietro agli uomini. Guardo, con speranza alle donne che nella Chiesa, nelle comunità e nella nostra società si mostrano sempre più sicure. Le donne sono compagne fin dal principio: Dio creò l'essere umano come uomo e donna. Gli ecclesiastici devono chiedere perdono alle donne per molte cose, ma, soprattutto, oggi devono considerarle maggiormente come interlocutrici. Negli ultimi anni le donne hanno molto lottato, una certa dose di femminismo è necessaria. Non per questo gli uomini devono avere timore e lasciarsi spingere a un atteggiamento opposto. Le donne vogliono uomini, non «donnicciole» mi ha detto con stupefacente schiettezza un'impetuosa signora. Per quanto riguarda la direzione della Chiesa vorrei, tuttavia, invitare, alla pazienza: essa scoprirà sempre più le possibilità delle donne. Sono stati fatti molti progressi e se ne compiranno altri ancora, specie se portiamo avanti un rapporto di collaborazione. Desidero ricordare che su questo problema le diverse chiese seguono ritmi differenti. La nostra Chiesa è un po' timida.

Maria, la madre di Gesù, dovrebbe essere più amata dagli uomini moderni. A nessuno Dio ha attribuito un'importanza maggiore per il Messia che a questa donna. Se osserviamo l'albero genealogico del Messia, troviamo donne notevoli, che le Sacre Scritture rendono anelli di una catena a cui Dio collega la famiglia. Vi scopriamo anche donne dai ruoli inconsueti, dal coraggio impressionante e dalla grande fantasia redentrice. La Bibbia rafforza le donne e aiuta la Chiesa ad andare avanti.

 

Come si va avanti? E in che direzione?

Ovunque nella Chiesa si può constatare che le donne assumono sempre più compiti direttivi. Ammetto che questa evoluzione positiva è nata più dalla necessità che da una convinzione del clero. Ma è uno sviluppo promettente. Nella Bibbia vi sono donne che dirigono comunità: penso a Lidia di Filippi e alle molte collaboratrici di Paolo a capo delle sue comunità. Nel Nuovo Testamento incontriamo le diaconesse, presenti nella Chiesa primitiva e fino al Medioevo. Negli ultimi anni le teologhe hanno scoperto l'importanza di queste donne per la Chiesa. Per quanto riguarda il sacerdozio, dobbiamo tenere conto del dialogo ecumenico con gli ortodossi e delle mentalità in Oriente e in altri continenti. Negli anni Novanta sono andato a trovare a Canterbury l'allora primate della Chiesa d'Inghilterra, l'arcivescovo dottor George Léonard Carey. L'ordinazione di donne aveva provocato tensioni nella sua Chiesa. Ho tentato di infondergli coraggio in questa impresa: potrebbe aiutare anche noi a rendere più giustizia alle donne e a comprendere come andare avanti. Non dobbiamo essere scontenti perché la Chiesa evangelica e quella anglicana ordinano donne, introducendo così un elemento fondamentale nel contesto del grande ecumenismo. E tuttavia questo non è un motivo per uniformare le diverse tradizioni.  

 

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[1] Sul tema cfr. NUOVO DIZIONARIO DI TEOLOGIA BIBLICA (a cura di P. Rossano, G. Ravasi, A. Ghirlanda, v. donna, Milano 19914, p.424.

[2] R. CANTALAMESSA, Amare la chiesa. Meditazioni sulla Lettera agli Efesini, Milano, Ancora, 2003, pp. 92-97.

[3] F.DOSTOEVSKIJ, Memorie del sottosuolo, Milano 1988, p. 99 ss.

[4] BENEDETTO XVI, Paolo e i primi discepoli di Cristo, Città del Vaticano 2008, p. 79-80.

[5] C.M.MARTINI, Dio educa il suo popolo, Milano 1987, p.70.

[6] Quando si parla di seder pasquale si intende l'insieme della celebrazione - che può prolungarsi per diverse ore - in cui gli ebrei, per la pasqua, ricordano e rivivono in famiglia l'evento della loro liberazione dall'Egitto.

[7] Sul tema cfr. L.SWAN, Le Madri del deserto, Milano 2005, pp.11-12.

[8] BENEDETTO XVI, Paolo e i primi discepoli di Cristo, op.cit. , p. 79.

[9] Cfr. B. MAGGIONI, Lidia, donna ospitale e timorata di Dio, "Mondo e Missione", giugno-luglio 1999, p. 27.

[10] L’ospitalità ai missionari itineranti è un tratto che negli Atti degli Apostoli è ricordato in più occasioni: Giasone ospita Paolo e Sila a Tessalonica (17, 6); Aquila e Priscilla ospitano Paolo nella loro casa di Corinto (18, 2-3) e, più tardi, Apollo a Efeso (18, 26); in viaggio verso Gerusalemme Paolo è ospitato da Filippo (21, 8-9). Ma non si tratta soltanto del libro degli Atti. L’ultima parte del grande discorso missionario di Matteo (c. 10) non è più rivolta ai missionari, ma a coloro che li accolgono. È come accogliere Cristo: "Chi accoglie voi accoglie me, e che accoglie me accoglie Colui che mi ha mandato. E chi avrà dato anche solo un bicchiere dì acqua fresca a uno di questi piccoli, che è mio discepolo, in verità vi dico: non perderà la sua ricompensa" (10, 40-42). Matteo sta parlando di un’ospitalità che include l’ascolto e l’accettazione del messaggio di cui i missionari sono portatori: questo significa, accoglierli in quanto profeti, giusti e discepoli. Nell’ultima affermazione è però in primo piano l’aiuto, il servizio "chi darà da bere anche solo un bicchiere di acqua fresca": il missionario itinerante ha lasciato la casa per vivere sulle strade, completamente a servizio del Vangelo, ma anch’egli ha bisogno di una mensa, di un riparo e di accoglienza» (B. Maggioni).

[11] C.M.Martini, Conversazioni notturne a Gerusalemme, Milano 2008,pp.106-109.