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L'ospitalità di Abramo alle Querce di Mamre (Gn 18,1-15)

Abramo e la civiltà del conviviere

Dalla tradizione ebraica, islamica e cristiana affiorano, sia pur con sfumature diverse e, per certi aspetti, nette distinzioni, i tratti suggestivi della parabola esistenziale di un antenato comune, Abramo, riconosciuto dalle tre grandi religioni monoteiste come padre e modello dei credenti.

La sua movimentata biografia, talora persino drammatica ed inquietante, spinta com’è fino al paradosso, è divenuta luminoso paradigma di fede ed invito incessante a rivisitare contiguità e distanze tra i popoli per coniugare pacificamente «la civiltà del convivere»[1]. La vocazione di Abramo, tra migrazione fisica e nomadismo dell’anima, suscita infatti, ad ogni latitudine e tempo, energie sempre nuove protese a riconoscere le connessioni profonde che ci uniscono al di là dei tanti universi culturali, religiosi e politici che caratterizzano il ventaglio multicolore delle varie espressioni identitarie dei popoli.

Nell’esperienza di Abramo un dettaglio, fra i tanti, accomuna provoca e raccoglie: è la legge dell’ospitalità, che infrange i labirinti della diffidenza e della solitudine lì dove le religioni, percorrendo la via dell’autenticità, educano all’accoglienza. Annota il card. Martini: «La via della pace sembra passare sempre più per l’ospitalità… È la sfida a costruire una società senza nemici, senza avversari, una società in cui le diversità si riconcilino e si integrino»[2]. E chiosa: «L’impegno dell’evangelizzazione o dell’autoevangelizzazione, così urgente per l’Europa, e quello dell’ospitalità non sono contraddittori perché Abramo pensava di ricevere un ospite e invece ricevette la visita degli angeli di Dio!»[3].

Più indietro nel tempo, negli anni Cinquanta, un’analoga riflessione scaturiva dal pensiero dell’islamologo Louis Massignon, commentando l’apparizione alle querce di Mamre: «Ebron: desidero tanto andarci: c’è la tomba di Abramo, il patriarca dei credenti, ebrei, cristiani e musulmani, che è il primo eroe dell’ospitalità, del diritto d’asilo. Penso che i problemi dell’inizio dell’umanità sono anche quelli della fine, specialmente quello del carattere sacro del diritto di asilo e quello del rispetto dello straniero»[4].

 

 Il testo biblico

Accostiamoci al testo di Gn 18,1-15:

1Poi il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. 2Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, 3dicendo: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo. 4Si vada a prendere un po’ d’acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero. 5Andrò a prendere un boccone di pane e ristoratevi; dopo potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo». Quelli dissero: «Fa’ pure come hai detto». 6Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: «Presto, tre sea di fior di farina, impastala e fanne focacce». 7All’armento corse lui stesso, Abramo; prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. 8Prese panna e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse loro. Così, mentre egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono. 9Poi gli dissero: «Dov’è Sara, tua moglie?». Rispose: «È là nella tenda». 10Riprese: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio»” (Gn 18,1-10).

 

 Mamre, un ‘luogo teologico’

Mamre, posta a 3 km a nord di Hebron, appena fuori la strada per Gerusalemme, non è semplicemente il luogo geografico in cui si sviluppano alcune vicende della vita di Abramo. Il sito rimanda ad un ‘luogo teologico’ e diventa metafora del grembo fecondo di una partoriente che si appresta a generare il popolo dell’alleanza. Sullo sfondo di questa località, infatti, si snodano alcuni interventi decisivi di Jahvé che coinvolgono Abramo nell’economia della salvezza rendendolo padre di una moltitudine. Qui Dio:

-     promette solennemente all’anziano patriarca che non il domestico Eliezer sarà suo erede, ma un figlio nato da lui, da cui scaturirà una discendenza numerosa (Gn 15,4);

-     conferma la sua promessa con l’alleanza (Gn 15,18);

-     cambia il nome di Abramo (da Abram ad Abraham, “padre di moltitudine”) e di Sara (da Sarai a Sara, che significa “principessa”, madre di re, destinataria di una benedizione), in ciò sottolineando il mutamento del loro destino. Al contempo, ordina la circoncisione ad Abramo e a tutti i membri maschi della famiglia come segno di alleanza, di generazione in generazione,  e rinnova la promessa fattagli dopo la separazione da Lot: «La terra dove sei forestiero, tutta la terra di Canaan, la darò in possesso per sempre a te e alla tua discendenza dopo di te; sarò il loro Dio» (Gn 17,1-16);

-     visita Abramo e Sara, annunziando loro la nascita di Isacco entro l’anno (18,1-14), nonostante l’età avanzata dei due coniugi e la sterilità della donna;

-     infine «visitò Sara, come aveva detto, e fece a Sara come aveva promesso» (Gn 21,1).

  

L’albero e la tenda

Il Signore appare ad Abramo «alle Querce di Mamre» (v. 1). La quercia, nella Bibbia, è uno degli alberi che indica la sacralità del luogo e rimanda ad eventi particolarmente significativi per il popolo d’Israele. Basti pensare a Giacobbe che proprio sotto una quercia presso Sichem sotterrò tutti gli dèi stranieri, che possedeva la sua famiglia e quanti erano con lui: un gesto rituale di purificazione e di deciso rifiuto dell’idolatria (Gn 35,2-4). Ancora: Dèbora, la nutrice di Rebecca, viene sepolta ai piedi di una quercia, che «perciò si chiamò Quercia del Pianto» (Gn 35,8).

Nelle immediate vicinanze di quest’albero dalla chioma folta e rigogliosa spesso venivano piantate le tende per ripararsi dalla calura. Sembra che il vissuto più intimo dell’uomo debba essere custodito all’ombra di una quercia: l’intrecciarsi degli affetti, tra fatiche e gioie, il desiderio di Dio, l’ansia d’essere fedele alla sua legge. Non stupisce dunque che Dio appaia ad Abramo presso le querce di Mamre.

Egli – annota l’autore sacro - «sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno». Un’informazione scarna, senza fronzoli, che tuttavia lascia intuire lo stato d’animo e la condizione fisica dei due anziani sposi: la calura di mezzogiorno rende fiacchi, l’età è un aggravio alla fatica. Abramo siede sulla soglia della tenda per riposare. Dal giorno in cui aveva lasciato la comunità sedentaria di Ur in Caldea egli era divenuto un «abitatore della tenda», credendo per fede che Dio gli avrebbe concesso una terra ed una discendenza in attesa della «città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso» (Eb 11,10). La mobilità precaria della tenda, che fa di Abramo uno straniero e pellegrino sulla terra sempre in partenza verso l’ignoto, è dunque il segno visibile della sua totale consegna, in fiducia, all’inedito di Dio, ma anche il segno della temporaneità della vita stessa, che per noi si dispiega ogni giorno tra il già e il non ancora, visitati e confermati da Colui che «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Tradotto meglio, ad attendarsi, ad accamparsi tra noi.

Vicino ad Abramo, nella tenda, Sara, segnata dal tempo e dalla tristezza: «era infatti cessato a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne» (18,11). Una speranza delusa? Un’attesa infranta? Per la donna forse, ma non per il «vecchio» credente. All’ombra delle Querce, pur avvizzito nel corpo, Abramo mantiene giovane il cuore. E quando il cuore è caldo, gli occhi non cedono al sonno. Una speranza sostiene la veglia: è la promessa di Dio, che muta l’attesa in vigilanza e la vigilanza in preghiera.

  

I tre viandanti

«Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui» (v. 2). Chi sono questi «tre uomini»? C’è una connessione tra questi personaggi enigmatici e JHWH? Seguiamo, nel testo, lo sviluppo enigmatico dell’evento: l’incipit, al v.1, è lapidario: «il Signore apparve a lui». Tuttavia il testo s’affretta a puntualizzare che Abramo «vide tre uomini» (v. 2). Ne vede tre, ma si rivolge loro al singolare chiamandoli «Mio signore» (v.3). Ai vv. 4-5 però torna il plurale: «lavatevi, …accomodatevi…, ristoratevi…». E poi ancora il singolare (vv. 10 e 13). Seguendo infine lo scorrere della vicenda fino alla distruzione di Sodoma, si coglie che il misterioso trio dei viandanti potrebbe essere in realtà JHWH accompagnato da due angeli (cfr. vv. 18,22 e 19,1).

Come interpretare queste alternanze? Non dimentichiamo che «nelle pagine della Genesi che raccontano di Abramo (Gn 12-25) sono confluite tradizioni antichissime […] frutto di una lunga recitazione orale prima e di molteplici riletture e riedizioni poi»[5] fino alla stesura finale che pare risalga all’epoca dell’esilio babilonese (VI sec. a.C.). Si tratterebbe dunque di più stesure fuse insieme che ben giustificano i repentini passaggi dal plurale al singolare.

Al di là delle possibili ipotesi riguardo la preistoria del testo biblico, una lettura in chiave cristologica, frutto dell’esegesi patristica, ha visto in questo brano un preannuncio della Trinità, come attesta anche la splendida icona di A. Rublëv. Scrive S. Ilario nel De Trinitate: «Tre uomini appaiono ad Abramo. Egli, gettato lo sguardo sui tre, ne adora uno e lo riconosce Signore» (IV,25). Così anche S. Ambrogio nel De Spiritu Sancto: «Abramo vide la Trinità sotto figura…accorgendosi di tre persone e adorandone una sola. Vede tre, ma venera l’unità» (II,4; PL 16,1342).

Certamente la pericope in sé non rimanda direttamente al mistero trinitario, la cui rivelazione è propria del Nuovo Testamento, tuttavia scandisce l’incontro dei tre viandanti con l’anziano patriarca come una teofania di Dio. E come tale interpretiamola nei gesti che seguono.

  

L’accoglienza ospitale

Visti i tre uomini, Abramo corre loro incontro. Uno stile inusuale per un orientale. Correre, anche se è questione di fretta o sollecitudine, è sempre sconveniente. Significa umiliarsi, perdere la propria dignità. Solo un evento straordinario può giustificare la rottura di certi schemi comportamentali. È come se Abramo avesse intuito in cuore, senza averne tuttavia chiara consapevolezza, che i tre uomini che si stavano dirigendo verso la sua tenda erano ben più che pellegrini da accogliere. E sebbene il testo non ci consenta di fare ulteriori supposizioni, riteniamo almeno di poter dire che l’anziano patriarca, pur nella fatica degli anni, abbia ancora manifestato un’agile giovinezza dello spirito: prima la veglia, ora la corsa.

Seguiamolo ancora. Senza indugio, egli si prostra dinanzi ai tre uomini. Badate bene: non compie un atto di adorazione, ma un gesto simbolico di saluto ed accoglienza, un omaggio cordiale dettato dal complesso delle usanze orientali per le quali l’ospitalità, considerata tra le massime virtù, era rigidamente codificata attraverso norme che tutti dovevano osservare scrupolosamente: il saluto, la lavanda dei piedi, il ricevimento, la protezione dell’ospite e l’accompagnamento nel congedo (cfr. ad esempio Gb 31,31-32; 2Re 4,8-10).

Lo scarto tra l’osservanza della norma e la magnanimità di Abramo sta in ciò che avviene immediatamente dopo. Innanzi tutto l’invito pressante a fermarsi, quasi una preghiera, con una nota traboccante di grato desiderio: «non passare oltre» (v. 3). Tanto più che il sostare presso la sua tenda – e lo palesa tra le righe dell’offerta – gli è causa d’intima consolazione. Ecco l’esuberante finezza dell’ospitalità che trasuda di gioia, e mentre offre lascia intendere semplicemente d’aver ricevuto, nel servire, un bene più grande.

L’invito allora si fa subito servizio, agio e ristoro per l’ospite. Anche l’anticipare verbalmente ciò che sta per offrire è segno evidente di squisita ospitalità: «Andrò a prendere un boccone di pane e ristoratevi» (v. 5).  Il sollievo dei viandanti gli sta a cuore. E più a cuore il desiderio di praticare con zelo l’ospitalità, secondo lo stile della sua gente. Abramo sa – è inscritto nel dna del suo clan –  che i tre non sono lì per caso e che nessuno passa accanto all’altro senza che questo incontro non si trasformi in reciprocità di bene. Egli è consapevole che quegli uomini gli son venuti incontro per ristorarsi alle acque limpide della sua gratuità: «è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo» (v. 5). E ne gioisce, con gratitudine.

Qui, all’ombra generosa delle querce di Mamre, l’ospitalità è ben più che l’adempimento di una legge. Sotto la tenda dell’uomo credente diventa un’occasione singolare per fare esperienza di Dio, accogliendo lui stesso nei «fratelli più piccoli». Gesù lo dirà a chiare lettere attraverso il dialogo «con i benedetti» del giudizio finale: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 37-40).

«Fa’ pure come hai detto» - rispondono i tre ospiti (v. 5). Anche l’umile disposizione a ricevere è un’arte dello spirito che completa il dono dell’ospitalità. Così, in comunione, ognuno diventa compagno della forza altrui e cresce in nuova comprensione e nuova sapienza, come ribadisce la saggezza dei chassidim: «Qualche volta il cantore non riesce a raggiungere i toni alti. Allora, si deve far aiutare da un altro cantore, che gli dà il tono. Così anche il primo riesce ad alzare il tono. Ecco il risultato della comunione tra due spiriti; ognuno è compagno della forza altrui. Qualche volta un uomo non capisce il trattato del Talmud, che sta per studiare; ma appena ne discute con un suo compagno, tutto gli diventa chiaro. L’unione fa nascere nuova comprensione e nuova sapienza».[6]

  

Il banchetto regale

L’urgenza di un cuore ospitale muove agili passi di cura e premura: «Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: “Presto, tre sea di fior di farina, impastala e fanne focacce”. All’armento corse lui stesso» (vv. 6-7). La direzione tracciata dalla carità, mentre si dilata in amore viscerale per ogni creatura, si esprime concretamente  in attenzione ai bisogni dell’altro, senza riserve né attese. Soprattutto rifuggendo il comodo ricorso alle deleghe. All’armento, infatti, corre Abramo stesso, vuole essere lui a scegliere il vitello più tenero e buono perché all’ospite venga offerto non lo scarto né il superfluo, ma ciò che di meglio dispone.

Una così profonda sensibilità non può che contagiare ‘la misura senza misura dell’amore’. Così anche il servo di Abramo si muove in tutta fretta per approntare la mensa.  Davvero si trasmette autorevolmente solo ciò che concretamente si vive.

Ogni gesto ospitale poi dà inizio sempre e comunque ad un banchetto regale: «Così, mentre egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono» le focacce di sôlet (v. 8). Il testo ebraico delle Scritture utilizza due vocaboli per indicare la farina: qemaḥ e sôlet. Il primo è riferito alla farina comune. Il secondo, alla farina usata per il culto. Nel nostro caso, probabilmente per mano di un redattore che intendeva esplicitare il carattere liturgico della mensa di Mamre, la farina impastata da Sara è indicata con il termine sôlet. Sembra un indizio messo lì in bella mostra per farci dedurre che Abramo fosse ben consapevole di ricevere e servire Dio stesso. Forse non possiamo osare una così netta affermazione, ma di certo possiamo dire che l’ospitalità oblativa è liturgia d’accoglienza che glorifica Dio e c’introduce sulla soglia della visione: «Il grande Abramo meritò di vedere Dio sotto forma umana e di riceverlo come suo ospite, perché si era offerto a Dio e lo aveva accolto. Fu elevato fino a Lui, perché non riteneva più nessun uomo finalizzato ad altro, ma considerava ciascuno di loro come tutti, e tutti come uno solo»[7].

Infine, l’epilogo felice: l’ospitalità data si trasforma in fecondità desiderata: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio» (v. 10). Finalmente, dopo venticinque anni d’attesa, Abramo e Sara, possono dire: «Noi siamo rifioriti come popolo nuovo e siamo germogliati come spighe nuove e prosperose»[8].

 

 

BIBLIOGRAFIA

 MARTINI C. M., Abramo nostro padre nella fede, Borla, Roma 1983.

 SKA J.-L., Introduzione alla lettura del Pentateuco. Chiavi per l’interpretazione dei primi cinque libri della Bibbia, EDB, Bologna 2000.

 SKA J.-L., Abramo e i suoi ospiti. Il patriarca e i credenti nel Dio unico, EDB, Bologna 2002.

 VOGELS W., Abraham. Inizio della fede, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1999.



[1] Cfr. A. RICCARDI, Convivere, Bari 2006, pp.126-157.

[2] C. M. MARTINI, Sogno un’Europa dello Spirito, Casale Monferrato (AL) 1999, pp. 48 e 192.

[3] Ibidem, p. 48.

[4] Cfr. L. MASSIGNON, “L’Occident devant l’Orient: primauté d’une solution culturelle”, in Politique étrangère, giugno 1952, pp.13-28.

[5] R. FABRIS e COLL., Introduzione generale alla Bibbia, vol.1, Torino 1994, p. 432.

[6] D. LIFSCHITZ, La saggezza dei chassidim,  Casale Monferrato (AL), 19973, p.46

[7] S. Massimo il Confessore, Ep. 2; PG 91, 400.

[8] S. Giustino, Dialogo con Trifone, 119.